Opinioni

Il Ferragosto ci ha regalato ieri qualcosa di meraviglioso: la spettacolare litigata estiva tra Giuliano Ferrara e Pigi Battista che fanno a gara a darsi del fascista. Tutto parte da una provocazione del giornalista del Corriere della Sera, il quale fa notare che oggi la linea del Foglio e la linea del Fatto convergono sul governo PD-M5S e questo, per due quotidiani politicamente agli antipodi, è curioso solo per chi non conosce quanto può essere da manicomio la politica italiana.

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Arriva Ferrara a rispondere dicendo che quello di Battista che si mette con Salvini è uno spettacolo molto triste, e Battista risponde evocando la buonanima di Toninelli al governo. Si noti che nell’occasione entrambi sfoderano la tecnica di polemica che li ha resi famosi (si fa per dire) in tutta Italia: la risposta a cazzo di cane che non c’entra nulla con quanto ha detto l’avversario.  

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Anche nella replica e controreplica successiva la tecnica è la medesima: non rispondere nel merito ma cercare di buttarla in caciara. Si tratta, per entrambi, della dimostrazione che c’è un precedente antesignano alle dirette su Twitter in cui i politici di oggi fingono di parlare al popolo per evitare di confrontarsi con l’opinione pubblica e dicendo solo quello che vogliono evitando di rispondere alle domande: gli editoriali sui giornali italiani.

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La litigata prosegue e spunta a quel punto il fascismo: Ferrara accusa Pigi di essere un Liberale per Salvini, come se invece essere un Liberale per Berlusconi non facesse ridere ugualmente, ma con una punta di ridicolo in più.

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Battista, uno che a parole si è sempre detto stufo delle “menate” di fascismo e antifascismo, risponde ricordando che Ferrara con i fasci ci è andato al governo (come ministro per i rapporti con il parlamento all’epoca del primo triumvirato Berlusconi-Fini-Bossi, per essere precisi). La lite a quel punto si sposta sul profilo di Ferrara, dove l’Elefantino che era al governo con Berlusconi, ha retto il moccolo a Renzi e ha sdoganato – insieme al Corriere – la Fallaci – su cui oggi si basano le sciocchezze di Salvini sugli islamici e sul piano Kalergi – accusa Pigi di essere un cerchiobottista, con un gioco di parole sul suo cognome che Grillo potrebbe rubare per inserirlo nei suoi monologhi con nomignoli che l’hanno reso famoso come le torte in faccia di Buster Keaton.

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L’apice arriva quando Pigi rinfaccia al Foglio (e al Fatto) di vendere poche copie, e l’altro gli risponde, come se fosse un’offesa, di essere “un bravo impiegato del giornalismo”. Auspicando a breve una convergenza tra Travaglio e Ferrara sul giudizio positivo nei confronti della Giunta Raggi. Speriamo che questa crisi duri un altro po’, chissà quanti altri spettacoli potrebbe regalarci.

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Alessandro D'Amato

Il direttore di neXt Quotidiano