Chi non muore si rivede. Poche settimane fa – durante la convention di fine stagione del tour operator Veratour, nell’arabeggiante cornice del Jaz Oriental Resort di Marsa Matruh, in Egitto – ho scoperto che le agenzie di viaggio italiane non sono tutte passate a miglior vita dopo aver perso la sanguinolenta tenzone con il web. Certo, buona parte delle care, vecchie agenzie sono irrimediabilmente six feet under, ma un’altra porzione di esse è ancora tra noi e combatte per la sopravvivenza, bardata con armatura e scudi. Ma in che modo?

In Egitto, i vertici di Veratour mi hanno spiegato che il tour operator romano vende i suoi pacchetti solo tramite agenzie di viaggio. Ciò non significa che Veratour non faccia pubblicità on line e offline, ma che tutte le attività di marketing dirette al pubblico sono finalizzate a portare il cliente, fisicamente, in agenzia. Oggi in Italia si contano 750 agenzie Verastore: vere e proprie piccole aziende alto-performanti che producono da sole più del 55% del fatturato Veratour – 204 milioni di euro nel 2017, in rapida ascesa per superare quest’anno l’asticella dei 220 milioni. L’obiettivo è quello di raggiungere mille agenzie monomarca che producano il 70% del fatturato.

Secondo Massimo Broccoli, direttore commerciale Veratour: “Il numero delle agenzie di viaggio sul territorio nazionale è sceso rispetto agli anni del boom delle aperture, ma dall’altra parte è cresciuta la qualità di quelle rimaste, che oggi possono offrire al cliente punti vendita più grandi e con un maggior numero di addetti. Nonostante tutto, nulla può sostituire la consulenza di un professionista”.

Sembrerebbe dunque che la situazione non sia tutto sommato così malvagia. Secondo la Fiavet – la Federazione italiana associazioni imprese di viaggi e turistiche – oggi sono presenti attivamente sul mercato nazionale tra le 8500 e le 9mila agenzie. Non poche, se si considera che internet e web hanno spazzato via per intero altri business, come Blockbuster. Ma neanche tante, se si calcola che il loro numero si è ridotto del 30% negli ultimi tre-quattro anni. Secondo alcuni addetti ai lavori, è possibile (leggi probabile) che ne chiuderanno ancora diverse e che la prossima conta finale dei vivi e dei defunti dovrebbe vedere i primi aggirarsi tra le 6 e le 7mila unità. La metà rispetto a dieci anni fa.

Le cause di questa rivoluzione sono diverse. La principale è legata all’uso massiccio delle nuove tecnologie: non tanto però al loro dilagare, quanto all’incapacità di saperle e volerle usare. C’è dunque stata una selezione naturale. Chi in tempi di vacche grasse ha aperto un’agenzia solo per far soldi e non ha investito in professionalità, contribuendo a polverizzare l’offerta, ha chiuso i battenti. Non mi pare che qualcuno ne stia sentendo la mancanza. Chi è rimasto ha adottato le uniche strategie di sopravvivenza possibili: specializzazione, fidelizzazione, “socializzazione”, ricerca e difesa di nicchie di mercato alto-spendenti. Non è un caso che i viaggi di nozze – spesso strutturati e di lungo raggio – siano ancora un prodotto cassaforte per la distribuzione italiana, rimasto per buona parte al riparo dalla concorrenza dell’online che ha invece fagocitato tutta la parte “mainstream” delle prenotazioni.

I superstiti hanno dovuto aggiornarsi, aprirsi, rimodulare il proprio business. Attenzione però: stare nel Game – per dirla con l’ultimo libro di Alessandro Baricco – non è condizione certa di sopravvivenza. Anche le agenzie che si sono evolute rispetto ai loro recenti avi devono ogni giorno spartirsi la torta con una pletora di nuovi concorrenti spuntati fuori dalle viscere del web. Per restare nel settore alcuni travel influencer hanno trovato il modo di mettere a reddito la propria smania per i social monetizzando i follower. Questi irresistibili socialaholic si presentano alla stregua di agenti freelance che spammano la home dei seguaci con proposte periodiche di viaggi di gruppo, a cui appiccicano qua e là sconti di incoraggiamento.

Il web, inoltre, pullula di tutorial, di corsi e controcorsi per diventare “Pts”: consulenti di viaggio indipendenti che, con o senza appoggio di un’azienda del settore, provano a vendersi come travel designer: conoscitori di una o più destinazioni che organizzano e conducono in prima persona viaggi esperienziali con gruppi di turisti. E poi, dulcis in fundo, un “concorrente” che con il web non c’entra nulla, anzi, è il suo esatto opposto. Parlo della nostra cara, vecchia burocrazia italica che anche in questo campo ci mette lo zampone predisponendo una selva di leggi e leggine che regolano in modo diverso, da regione a regione, l’apertura delle agenzie di viaggio sul territorio. Vi segnalo solo uno dei provvedimenti più equi e saggi: in Lazio per aprire un’agenzia viaggi si deve depositare una cauzione per tutta la vita dell’impresa, come garanzia sul pagamento delle tasse.

Only the brave, care agenzie. Ora e più che mai.