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Le ultime ore di mia nonna e quei medici presenti e gentili

La febbre va e viene da una settimana. Ma quel respiro diventato corto e affannoso mi convince a chiamare subito la guardia medica. È domenica. Rispondono dopo pochi squilli. Spiego che a mia nonna manca l’aria. Ha 95 anni, sono due giorni che non apre gli occhi. «Ci dia il suo numero, un medico la contatterà appena possibile». Metto giù, e in questa situazione drammatica non mi aspetto certo una telefonata in tempi brevi. Invece non passano nemmeno tre minuti e sto già parlando con una dottoressa. «Arrivo» mi dice. Sono tanto sollevato quanto sorpreso. Meno di venti minuti più tardi è nella stanza con noi. La diagnosi è polmonite, l’ossigenazione è già molto bassa.

«Pensa che sia coronavirus?» le domando. So benissimo che la risposta può darla solo un tampone. È certo invece che le condizioni sono più che critiche: «È una paziente da ricoverare». «E all’ospedale c’è qualcosa che possono fare?» chiedo. Lei resta in silenzio ma io ho capito benissimo. Le dico che non vorrei farla portare via. «Voglio esserci». La dottoressa mi guarda e pronuncia l’unica frase che possa darmi un po’ di sollievo: «Se fosse mia nonna farei la stessa cosa». Mi prescrive delle iniezioni per essere sicuri che non soffra: «Ma già così è in coma profondo, sarà come se dormisse sempre, fino alla fine». Una, due, tre, quattro, cinque farmacie. Nessuna ha quello che sto cercando. Mi siedo sconfortato sul motorino con le ricette in mano. Si avvicina una ragazza. «Ti posso aiutare?». Le racconto senza troppa convinzione. «Sono un medico, fammi vedere». Tira fuori una penna, si accovaccia, scrive. «Prova così». Poi mi sorride come se fosse una mia vecchia amica e mi sussurra «coraggio».

Torno a casa con i farmaci. So che sono le nostre ultime ore insieme. Siamo nella casa dove abbiamo vissuto, ogni cosa qui dentro parla di noi. Ho una mascherina sul viso, non posso darle l’ultimo bacio. Al mattino dopo il respiro si è fatto sottile sottile. Chiamo il medico di base. L’ha visitata non più di una decina di giorni prima. Le spiego la situazione e le mando via WhatsApp il referto della collega. «Fase terminale, cure palliative» c’è scritto. Mi dice: «Va bene quello che state facendo». E aggiunge: «Ora arrivo». Le dico quello che lei sa meglio me, che potrebbe essere il virus. Vorrei solo evitarle un rischio inutile. «Prendo la bici e vengo». Visita mia nonna. La visita come se non fosse già tutto scritto. Lo fa con un’umanità che mi fa sentire bene. O almeno, un po’ meglio. Mi dice di chiamarla se avessi bisogno. La accompagno al cancello. Poi succede quello che deve succedere. Il tempo nella stanza si ferma. Dentro un vasetto vuoto sul comò brucia una candela. Un cero improvvisato. Sul vetro è rimasta l’etichetta. «Sugo pronto ai funghi». Quella lucina mi fa l’effetto di una cosa piccola e grandiosa insieme. Ho mille pensieri per la testa. C’è n’è uno anche per i tre medici che ho avuto la fortuna di incontrare.

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