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Libano, dentro la battaglia che incendia Beirut

Lo chiamano «lo sciopero delle tasse». L’aumento del costo della vita, l’economia in ginocchio e l’inflazione alimentano le proteste. «Non se ne può più. I prezzi folli non risparmiano nulla e nessuno. Persino la Nutella è alla stelle. Nelle ultime tre settimane il costo di un barattolo è passato da 7 mila lire libanesi a 13. Neppure i bambini possono più godersi la vita come prima», ironizzano i manifestanti in Piazza dei Martiri, il centro storico della Beirut ricostruita dopo gli orrori della guerra civile dal 1975 al 1990.

La crisi è politica. Ma le sue origini sono economiche. Il Libano in ginocchio guarda sempre più preoccupato alle manifestazioni che bloccano le sue strade dal 14 ottobre scorso. Quasi 400 feriti solo sabato nel cuore della capitale, 114 ieri, di cui 47 in ospedale. «Non solo le banche sono paralizzate, l’intera economia non gira. Lo Stato non funziona più, occorre un cambiamento radicale. Siamo stanchi di partiti settari e confessionali, vogliamo una società laica che premi il merito individuale», sostiene Michel Hajji Georgiou, giornalista locale che segue le sommosse sin dall’inizio. Suo terrore sono le politiche dell’Hezbollah sciita pro iraniano che accusa i leader delle piazze di essere «agenti pagati da Usa e Israele», teme le alleanze tra una parte della minoranza cristiana e le fazioni pro siriane, vorrebbe che il premier dimissionario da fine ottobre, il sunnita Saad Hariri, se ne andasse davvero, ma paventa il vuoto di potere che ne seguirebbe.

L’altra sera il centro città era paralizzato. «È stata la giornata più violenta di questi 96 giorni di scontri. Il presidente Michel Aoun ha voluto inviare alcune unità scelte dell’esercito. E la tensione è salita alle stelle», ripetevano nelle piazze. Gli scontri non sono neppure lontanamente paragonabili a quelli che insanguinano il cuore di Bagdad e delle città del sud Iraq. Qui non ci sono i cecchini delle milizie sciite, ma gli slogan sono simili: «Via i partiti tradizionali, abbasso i politici corrotti, vogliamo lavoro e infrastrutture». Però nelle piazze irachene dai primi di ottobre si contano circa 600 morti e almeno 22.500 feriti. In quelle libanesi quattro morti in tre mesi e un migliaio di feriti, molti leggeri. I manifestanti sono dispersi con l’utilizzo massiccio dei lacrimogeni. Ogni tanto lo sparo di un proiettile di gomma dura, che può comunque provocare ferite dolorosissime.

Le strade lussuose attorno al parlamentosono coperte di detriti. Gli spazzini a tarda notte provano a ripulire. Ma già a metà mattinata la situazione torna caotica, con sassi e mattoni sparsi sul selciato, vetrine infrante, barre di ferro e copertoni in fiamme a fungere da barricate. I manifestanti più determinati trascorrono le notti in grandi tende erette a poche centinaia di metri dal parlamento, l’immondizia ammorba le aiuole. «La nostra rivolta covava da tempo e corrisponde con la crisi strutturale della nostra economia che causa disoccupazione e povertà. Ma quando dalla fine dell’estate le banche hanno iniziato a bloccare i nostri risparmi e cessato la distribuzione di contanti la situazione è precipitata drammaticamente», racconta John Achar, attivista 29enne che è tra coloro che coordinano le folle. Una delle figure pubbliche più odiate è quella di Riad Salamè, il noto governatore oggi settantenne della Banca Centrale eletto nel 1993.

Una volta era considerato una sorta di salvatore della patria, l’uomo che sapeva garantire oltre il 25 per cento di interessi ai risparmiatori anche nei momenti più bui, ma che oggi viene visto come l’ideal-tipo di una classe dirigente corrotta, anziana e da sostituire. «Non ne possiamo più di leader quasi novantenni. Vogliamo un governo neutro di tecnocrati e tecnici che ci accompagni verso una transizione capace di dare al Libano partiti e politici nuovi», urlano decisi tra le tende. È stato Salamè a limitare i prelievi in contanti. Va da banca a banca. Ma in genere non si possono ritirare oltre 350 euro al mese. Uno shock per i piccoli risparmiatori in questo Paese abituato a commerciare liberamente col mondo, visto che di fronte a quattro milioni di cittadini residenti in Libano un’altra dozzina vive all’estero.