Italy

Luca Attanasio, l’ambasciatore per cui il mondo era una questione di cuore

«L’educare è questione di cuore». Chissà quante volte Luca Attanasio avrà accarezzato con lo sguardo questa frase, passando sotto l’arco dove è incisa, all’ingresso del suo oratorio, quello di San Giorgio, a Limbiate.

Ora che il suo nome, per il più crudele dei motivi, è sulle labbra di tutti, sono in molti a rimanere senza parole davanti alla vastità delle onde generate da quella vita interrotta. Il dolore di tre bimbe e della loro mamma, certo. Dei genitori, della sorella, degli amici, dei colleghi che sui social, in ogni lingua, lo hanno ricordato increduli. E però anche quello di una, due, innumerevoli comunità. E patrie.

«Una perdita enorme per tutti noi», ha detto l’ex sindaco del suo paese Raffaele De Luca al nostro Giampiero Rossi: aggiungendo poi — ed è una frase decisiva — «e per tanti altri che non lo hanno nemmeno conosciuto e non sanno che, magari, si è occupato tanto anche di loro».

Nelle parole di uno dei suoi amici più cari, l’ambasciatore Attanasio — «Luca, semplicemente» — è stato «ambasciatore di gioia, di intelligenza, di chiacchiere, di risate, di vita, di Limbiate, di adolescenza, gioventù, di altruismo, di attenzione. Ambasciatore nostro». E in quel «nostro» c’è, nascosto, un universo. Una visione del mondo.

Quella di una generazione che ha imparato a tenere nel cuore l’angolo di terra che li ha visti crescere, e ad allargare da subito sguardo e abbracci. Sapendo, in qualunque punto del pianeta ci si trovi, che in una chat dal nome improbabile ci sono raccolti gli amici di sempre: e gioendo, da migliaia di chilometri di distanza, per una villa storica recuperata dal Comune, da mettere a disposizione dei più giovani. Quella di chi prova a fare di una professionalità altissima il motore della propria carriera: ma che metteva da parte cariche e titoli, e al centro il darsi da fare, inesausto, per gli altri. Quella di chi si percepisce sempre in difetto di fronte al troppo da sistemare: e tenta però la strada di un rammendo paziente alle imperfezioni della vita. Di una prossimità sorridente, curiosa, partecipe: lungo una linea ininterrotta che parte dal pullman che ti porta al liceo — ultimi posti, per fare mucchio — e arriva al convoglio di una missione umanitaria nella foresta del Congo: fuori dal dovere codificato, dentro un dovere più grande e nascosto.

Non sono, queste, qualità fragorose. Per questo, forse, escono a volte dai radar dei megafoni più tradizionali. Non escono però — mai — dalle vite che incrociano. Lo sanno i colleghi della Carriera diplomatica, gli ex compagni di scuola e università, i ragazzi disabili che Luca aveva assistito da ragazzo, i volontari, i missionari, le donne, gli uomini e i bambini cui l’ambasciatore aveva portato — dal Marocco alla Nigeria — l’eco di una scritta lontana, incisa su un arco di pietra.

Per tutti loro, per molti altri, valgono le parole di un’amica di Luca, sui social, in queste ore sconvolte.

«A questo mondo manchi tanto», ha scritto. «E anche a noi».

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