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Mancini, l'uomo del rinascimento azzurro

Sono passati tre anni dal giorno in cui Roberto Mancini, visibilmente emozionato, prendendo possesso della nazionale più depressa di sempre spiegò a tutti che era arrivato il momento di "riportarla sul tetto del mondo". E che il suo obiettivo era arrivare all'Europeo con una squadra in grado di giocare per vincere. L'Europeo del 2020, intendeva il neo ct, ma allora la cosa era stata accolta con qualche alzata di spalle e da molto scetticismo perché arrivavamo dalla notte umiliante di San Siro, da lì a poco avremmo assistito al Mondiale di Russia da semplici telespettatori e il dopo Ventura pareva un deserto tecnico e di motivazioni.

Vale la pena ricordare quel 15 maggio 2018 ora che l'Italia di Roberto Mancini affronta il primo passo nell'Europeo del 2020 che nel frattempo è diventato del 2021 per cause che è inutile anche ricordare. Vale la pena perché al nostro ct bisogna dire grazie, adesso, senza aspettare il verdetto del campo che potrà essere trionfale, buono, soddisfacente o magari anche negativo ma che non cancellerà il cammino fatto da quel giorno.

Mancini va ringraziato perché è merito suo se ci approcciamo a questo Europeo a testa alta, con in fondo al cuore la speranza da covare di un'impresa anche se consapevoli che ci sono altre nazionali più forti e formate di noi. Quali? Non tante. Certamente la Francia che si presenta al via da campione del Mondo in carica, forse il Belgio infarcito di talenti al culmine della maturazione. Le altre, partendo dalla Spagna e arrivando alla Germania senza dimenticare Portogallo e Inghilterra, sono avversari tosti ma contro i quali di sicuro l'Italia non parte battuta. Considerando il punto di partenza è un miracolo, un traguardo raggiunto e che nessun ci toglierà qualunque sia il risultato finale.

E' frutto del lavoro e della visione del tecnico, scelto dalla Figc nel momento del commissariamento e poi sposato con piena convinzione dal presidente Gravina, se l'Italia si presenta all'Europeo nel mezzo di un Rinascimento tecnico insospettabile. Mancini ha deciso di cambiare filosofia al Gruppo Italia, lo ha aperto ai giovani (Zaniolo convocato prima addirittura del debutto in Serie A ma non solo), chiuso le carriere di tanti senatori ma tenuto vivo il rapporto con altri. Lui ha investito nell'idea del gioco, nel centrocampo dei palleggiatori, nel tridente che non necessariamente deve ruotare intorno a un centravanti classico.

E' merito di Mancini se dentro questa nazionale ci sono giocatori di più di mezza Serie A, se non ci sono blocchi ma per una volta non è percepito come un problema, se nessuno in questi mesi si è mai tirato indietro e se anche gare tradizionalmente trappola, perché con poco appeal per la nostra nazionale, si sono trasformate in sinfonie. Oggi l'Italia rappresenta davvero tutti e sarebbe bello che rappresentasse il volto fresco di un Paese che ha un bisogno disperato di aggrapparsi a una grande impresa sportiva per spingersi definitivamente fuori dalla palude della pandemia.

Ecco perché a Roberto Mancini deve andare un ringraziamento, prima che il pallone cominci a rotolare e il risultato di mangi tutto. Può essere che questa Italia non sia pronta a vincere l'Europeo. Anzi, è la realtà. Ma, comunque vada, il seme è stato gettato e la strada tracciata. L'importante è non disperdere il patrimonio accumulato in questi tre anni, alzare lo sguardo, puntare al Mondiale del 2022 e a quello che accadrà dopo. Il rinnovo lungo di Mancini, che ha firmato fino al 2026, indica che il calcio italiano inteso come vertici ha scelto di giocare questa partita; sarebbe fondamentale che lo facessimo anche noi nel prossimo mese di emozioni e sfide.

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