Prometteva 25 milioni di investimenti e il raddoppio dei ricavi entro il 2022, garantiva che i dipendenti erano “il vero patrimonio aziendale” e assicurava che la sede a Malta era “legata alla volontà di portare il business di Mercatone uno oltre i confini nazionali, una volta completato il rilancio in Italia”. Sei mesi fa Valdero Rigoni, amministratore delegato della Shernon holding, intervistato dal Sole 24 Ore ostentava ottimismo sul futuro della catena imolese attiva nella grande distribuzione di mobili. Che due giorni fa è stata dichiarata fallita (per la seconda volta in quattro anni) senza che i circa 1.800 dipendenti ricevessero alcun preavviso. In mezzo ci sono stati il passaggio di proprietà da una società maltese ad una srl con sede a Padova presso l’abitazione del socio di Rigoni, la richiesta di cassa integrazione straordinaria per una quota di lavoratori, la domanda di ammissione al concordato preventivo e il miraggio di presunti investitori interessati a ricapitalizzare l’azienda.

L’acquisizione attraverso una società maltese – Rigoni, ex fornitore del gruppo, nell’agosto 2018 aveva rilevato dai commissari dell’amministrazione straordinaria 55 punti vendita e la sede di Imola della storica società fondata nel 1978 da Romano Cenni – qualcuno la definiva “l’Ikea italiana” – fallita nel 2015, impegnandosi a conservare 2.019 posti di lavoro. Veicolo per l’operazione la srl Shernon holding, creata ad hoc e controllata all’epoca dalla maltese Star Alliance Limited. Nel consiglio di amministrazione c’erano Massimo D’Aiuto, ex ad di Simest, la società pubblica che supporta l’internazionalizzazione delle imprese italiane, e Michael Thalmann, ad della lussemburghese Aran asset management, socio e amico di Rigoni fin dall’infanzia: sono nati entrambi nel 1960 nel cantone svizzero di Solothurn.

Le promesse di rilancio. I sindacati: “Già da fine anno la merce scarseggiava” – Nel novembre 2018 Rigoni raccontava al Sole che dopo tre anni di amministrazione straordinaria, due bandi di gara andati a vuoto e una lunga trattativa Mercatone aveva bisogno di “recuperare il know-how e l’entusiasmo dei dipendenti” e dichiarava “tutta l’intenzione di rilanciare fortemente il brand sul mercato, migliorandone l’offerta e il posizionamento, per adattarli ai nuovi stili di vita e di consumo”. Seguiva l’annuncio della ristrutturazione di tutti i negozi, della creazione di un “catalogo prodotti distintivo e unico di design a prezzo equo grazie alle partnership con gruppi europei leader nella produzione e distribuzione di arredo (i polacchi di Black Red White, i turchi di Dogtas Kelebek). Così come potenzieremo le vendite online e in generale la multicanalità”. Ma negli stessi mesi, ricostruiscono ora le sigle Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs, “la mancanza di finanziamenti e di liquidità ha fatto sì che la merce nei magazzini, e di conseguenza nei negozi, cominciasse a scarseggiare“.

La richiesta di cigs e il passaggio alla Maiora invest di Rigoni e Thalmann – Due mesi dopo, a gennaio di quest’anno, la Sherman ha comunicato al ministero del Lavoro l’intenzione di chiedere la cassa integrazione straordinaria per riorganizzazione aziendale per 159 lavoratori. Dal verbale di accordo firmato l’8 gennaio con la direzione generale per i rapporti di lavoro e le relazioni industriali risultava che a quella data la società contava “48 punti vendita attivi sul territorio nazionale”, sui 55 che avrebbe dovuto rilevare dall’amministrazione straordinaria, e un totale di 1.736 lavoratori. Nel febbraio 2019 la Star Alliance è uscita di scena e il controllo è passato alla Maiora invest srl, sede a Padova, 10mila euro di capitale. Soci sempre Rigoni e Thalmann, che risulta residente in Galleria degli Scrovegni 7: lo stesso indirizzo presso il quale ha sede la Maiora.

L’annuncio di “imminente ricapitalizzazione” – A marzo, secondo i sindacati, “i punti vendita risultavano sprovvisti di merce e la stessa non veniva più consegnata sebbene già venduta e pagata dagli acquirenti”. Nell’incontro con le sigle di settore Rigoni “preannunciava un’imminente capitalizzazione della Shernon e informava le rappresentanze sindacali in merito ad una non meglio precisata trattativa con potenziali investitori. La ricapitalizzazione annunciata doveva esser effettuata entro la fine di marzo e presupponeva un investimento pari a circa 20 milioni di euro“.

La richiesta di concordato “per salvaguardare l’operatività” – In aprile nuovo colpo di scena: Rigoni “senza darne informazione alcuna” ai rappresentanti dei lavoratori ha chiesto al tribunale di Milano il concordato preventivo. “L’azienda ha ritenuto di avvalersi di questo strumento per salvaguardare l’operatività e la continuità aziendale, preservando il patrimonio della società, e superare una temporanea situazione di difficoltà finanziaria”, spiegava in un comunicato. “Sono infatti in corso avanzate trattative con nuovi soci ed investitori interessati all’ingresso in società. Dette trattative, pur se molto avanzate, richiedono tempistiche non conciliabili con la tensione finanziaria in essere e, pertanto, lo strumento del concordato con riserva risulta funzionale e necessario al buon esito delle stesse”. Il numero uno garantiva comunque che “l’obiettivo non è uscire dal mercato, ma anzi, ripartire più forti”. Pochi giorni fa il ministero dello Sviluppo ha convocato per il 30 maggio un tavolo di crisi per discutere della situazione produttiva e occupazionale. Ma il 23 il tribunale di Milano ha dichiarato il fallimento.