Italy

Nel cuore della storia di Trieste, a cento anni dall’incendio del Narodni dom

Come mai Trieste, nel ventesimo secolo, è un centro particolarmente significativo delle tensioni e delle contraddizioni che accompagnano la prima metà del Novecento, lasciando una memoria e un retaggio che continuerà a pesare anche nella seconda metà? Trieste è l’ultima fra le città irredente a far parte dell’Italia unita, ma è anche quella dove la presenza di una cultura cosmopolita e di numerose minoranze — di cui la più cospicua è quella slovena — costituisce una sfida per il nazionalismo cresciuto con la guerra mondiale e con il fascismo che tenta di cavalcarlo e utilizzarlo per la propria «rivoluzione nazionale».

È questo il senso profondo, simbolico ma anche politico, ideologico e di contrapposizione di valori, che sta dietro all’incendio del Narodni dom di cento anni fa. Il fascismo volle azzerare ciò di cui quell’edificio era stato simbolo per i primi vent’anni del Novecento: quella cultura, quel mondo, quelle minoranze con la loro storia composita, venivano ridotte a una piccola realtà «alloglotta» che andava indebolita e colpita, snazionalizzata con la forza ma anche col sostegno del vecchio irredentismo nazionalista e del suo tradizionale atteggiamento antislavo. I cittadini italiani sloveni e croati — gli «allogeni» da italianizzare secondo le direttive di Mussolini — furono coloro che vennero maggiormente colpiti, in termini assoluti e relativi, dalle condanne a morte del Tribunale speciale fascista. Tra di essi i quattro irredentisti e antifascisti fucilati nel poligono militare di Basovizza nel settembre 1930, appartenenti all’organizzazione segreta Borba che aveva deciso di operare in modo illegale e violento solo quando ogni spazio di azione era stato reso impossibile e ogni atto di dissidenza e ostilità verso il regime diventava terrorismo e attentato alla sicurezza dello Stato. Con lo scoppio della guerra e l’occupazione nazifascista della Jugoslavia nell’aprile 1941, la creazione della provincia di Lubiana accentuò la repressione della minoranza slovena: un nuovo processo contro sessanta «terroristi» si concluse con nove condanne a morte, di cui cinque eseguite; poi la costruzione del Adriatisches Küstenland nel settembre 1943 direttamente amministrato dal Terzo Reich rese ancora più violenta la repressione contro i civili, oltre che contro i partigiani che combattevano da due anni contro nazisti e fascisti.

Nel corso della Resistenza, accanto a momenti unitari tra partigiani italiani e jugoslavi, si manifestarono tensioni che giunsero talvolta — come a Porzûs — ad atti di violenza omicida, dietro i quali si cela la lotta geopolitica per i confini da stabilire tra l’Italia e la Jugoslavia. I comunisti italiani optarono, sia pure con difficoltà, per la posizione jugoslava sostenuta dall’Urss, e abbandonarono il Cln triestino alla vigilia dell’insurrezione, che si svolse coraggiosamente e cui pose termine l’ingresso in città dei partigiani jugoslavi. Ebbe inizio il periodo dei «40 giorni» (che terminò con l’accordo alleato sulla «linea Morgan» e il ritiro degli jugoslavi), caratterizzato da un regime autoritario e dalla presenza capillare della polizia segreta jugoslava, in cui ebbero luogo le violenze e le stragi delle «foibe giuliane». È una violenza che non può essere ridotta alla logica di scontro etnico-nazionale, ma va inquadrata in quella più ampia che colpisce l’intera Europa nell’immediato dopoguerra. Trieste venne riconsegnata all’Italia dagli Alleati nell’ottobre 1954: i nove anni trascorsi dalla fine della guerra aggiunsero nuovi drammi (tra tutti l’esodo degli istriani), che si intrecciarono con l’emergere della guerra fredda e il conflitto tra l’Urss e Tito, rendendo più virulenta la ripresa di un nazionalismo antislavo. Che l’incontro di ieri tra Mattarella e Pahor mostra, speriamo definitivamente, ormai affidato alla storia e non più parte della convivenza civile in un confine che è parte integrante dell’Europa unita.

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