logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo logo
star Bookmark: Tag Tag Tag Tag Tag
Italy

Pinocchio, l’azzardo di Garrone

Il film, attesissimo, sarà in sala dal 19. Già dalle anteprime convince la scelta degli attori protagonisti con Benigni-Geppetto in prima linea. Ma la storia del burattino è inafferrabile: lui è uno, nessuno e centomila

di Claudio Carabba

Il pezzo di legno è stato appena scolpito. Il vecchio uomo ha finito il lavoro. Guarda la sua opera orgoglioso. Ma non si aspetta il primo grido lanciato dal burattino: «Babbo!».Il volto di Geppetto, un insolito Roberto Benigni strapazzato dagli anni e dal trucco, è stravolto da uno smorfia di sorpresa. Dopo lo sgomento la felicità. Il falegname esce per la strada gridando: «Ho un figlio, un figlio finalmente!». Le avventure di Pinocchio possono cominciare. Con audacia e sprezzo del pericolo, Matteo Garrone ha deciso di trasformare in immagini il romanzo di Collodi. Già in molti ci hanno provato sin dai tempi del muto. I più hanno fallito. Nel gruppo c’è proprio Benigni, che tentò l’impresa nel 2002, 4 anni dopo il doppio Oscar per La vita è bella. Robertaccio sbagliò tutto a cominciare dalla voglia di essere lui il protagonista anche se non aveva più l’età: cinquant’anni sono troppi per essere un burattino credibile. Ora la parte di Geppetto è l’occasione giusta per una sorta di rivincita personale, dopo un lunga lontananza dal cinema. Benigni a parte, c’è parecchio altro che incuriosisce nel film di Garrone che, a giudicare dai brevi scampoli visti in anteprima (uscirà nelle sale il 19 dicembre) è una favola barocca e visionaria, parente stretta del Racconto dei racconti (2015) ispirato a Gianbattista Basile, l’altra opera di Garrone lontana da Gomorra e dall’Italia spietata del Canaro.

Colpiscono i paesaggi, umani e geografici che scandiscono il racconto. Un popolo povero, straccione, spesso cattivo, che si agita ingannando e tormentando il burattino parlante. La terra d’intorno, nella campagna toscana o più in giù nel Sud lontano, avvolge i personaggi, in un’atmosfera agra. Il volto di Pinocchio sembra davvero la scorza di un albero, assomiglia a uno degli eroi della fantascienza americana. Il regista ha scelto con cura i maghi del trucco ( Mark Coulier) e degli effetti visivi (Rachael Penfold) pescati fra gli specialisti di Hollywood. Questa proiezione verso la tecnica di oggi e di domani si fonde all’ombra di memorie passate, specialmente al Pinocchio televisivo di Comencini, che divertì e commosse l’Italia negli anni Sessanta, con una compagnia di attori capeggiata da Nino Manfredi (tribolato Geppetto) e dalla partecipazione di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia indimenticati «Gatto&Volpe».

Anche gli attori di oggi promettono bene. Sembra scelto con cura il piccolo Federico Ielapi , selezionato fra mille bambini. Gigi Proietti è un Mangiafuoco spaventoso dal cuore tenero. L’inatteso tandem Rocco Papaleo-Massimo Ceccherini accetta l’ardua sfida a distanza con Ciccio e Franco. Marcello Forte, il canaro di Dogman, è il pappagallo che parla troppo. Le fatine sono due, una bambina sorridente e fuggitiva (Alida Baldari Calabria, già vista in Dogman) e Marine Vacth, modella francese dalla bellezza austera. Nelle interviste di lancio Garrone ha elogiato i suoi attori, come è giusto che sia. Meno convincenti, secondo me, sono le dichiarazioni sul senso del film, allegro e natalizio, fedelissimo al testo originale. Per quanto riguarda l’aspetto giocoso, in realtà tutto il libro è attraversato da tensioni oscure e pericolose, devastanti metamorfosi e orridi mostri come l’ingordo pescecane. E lo stesso regista in altre dichiarazioni ha sottolineato i lati quasi horror del Collodi. Il quale non per niente aveva concluso la narrazione con l’impiccagione notturna dell’incauto burattino tentato dall’illusione degli zecchini d’oro. Poi ci ripensò, anche per l’incessante bisogno di soldi dovuto alla passione per il gioco d’azzardo. Ma il vero nodo della questione è legato all’indifferenza verso le diverse interpretazioni e all’assoluta fedeltà al testo. In 140 anni (Garrone lo sa) il significato di Pinocchio è cambiato secondo le epoche. Dalla fine dell’Ottocento alla prima parte del Novecento prevalse una lettura rassicurante. Insieme a Cuore di De Amicis,il romanzo fu considerato una delle opere base della nuova Italia, con la sua spinta pedagogica tesa al sacrificio e alla punizione degli immeritevoli. I bimbi d’Italia dovevano crescere con solidi principi. Celebre un Elogio di Pinocchio di Pietro Pancrazi nel 1921 in cui si cantava la bontà del tempo perduto, un tempo in cui le case profumavano di «un odore di pulito, non so se di risparmio o di decente povertà». E la sera, «nel marciapiede di sotto si sentiva passare rassicurante, sul sonno di tutti, il calmo passo doppio dei carabinieri».

Per molti anni questa fu la lettura prevalente del Collodi, cantore di un’Italia povera e obbediente. La situazione si ribaltò negli anni Sessanta, con l’esplosiva prefazione dello psichiatra Giovanni Jervis a una raffinata ristampa Einaudi arricchita dalle tavole del Chiostri, il migliore illustratore collodiano secondo Garrone. Rovesciando il tavolo Jervis sosteneva che l’obbedienza non era una virtù e che la trasformazione in bambino buono non era un lieto fine, ma la tragica morte del burattino, curioso e irriverente. Seguirono molti saggi su questa linea. Intervenne con la sua vivacità anche Paolo Poli, che notò: «La fata è un troll di Dickens ; Pinocchio è un orfanello come Oliver Twist, ha il padre ma la figura materna è solo desiderata». La Fata fa finta di essere buona, ma è cattiva, cattivissima e lo fa prendere dagli assassini. In questo quadro i cattivi come Mangiafuoco sono buoni e la Fata è crudele, con venature da strega malefica. Come quando dice al burattino alla sua porta: «In questa casa sono tutti morti e sono morta anch’io, aspetto la bara che venga a portarmi via». È presumibile che Garrone abbia letto molti di questi saggi e abbia visto parecchi dei film «pinocchieschi» compresi i cartoons dal discusso classico di Disney (1940) al più recente tentativo di Enzo D’Alò. In definitiva Pinocchio, come tutti i grandi personaggi, è uno, nessuno e centomila.

Themes
ICO