La narrazione politica è un’arte millenaria che, però, in pochi sanno comprendere e analizzare a fondo. Il motivo è che agisce attivando meccanismi primitivi, quasi del tutto inconsapevoli, innescando reazioni psicodinamiche perlopiù prevedibili e governabili da chiunque, conoscendone il funzionamento, intenda servirsene.

La difficoltà maggiore nasce da un equivoco: l’idea che la narrazione politica abbia a che fare con la persuasione (che ha una matrice razionale). Mentre, di fatto, mira ad attivare le stesse dinamiche della seduzione (che attiene all’irrazionale).

Come un’avance avventata o una molestia sono l’opposto della seduzione, così la narrazione politica procede per piccoli passi, puntando dapprima su un mutuo riconoscimento, mettendo in luce le reciproche affinità, per poi passare gradatamente al gioco degli ammiccamenti e delle allusioni, in una costante alternanza di registri ludici e drammatici, sempre ricercando quel senso d’intesa e complicità che, alla lunga, salda un legame che trascende ogni dubbio o diffidenza. L’arte della seduzione, come quella della costruzione del consenso, affonda le radici nella ripetizione quotidiana di semplici proposizioni, accettate come assiomi indimostrabili (perché ritenute autoevidenti). Assiomi che costruiscono quella mitologia del noi, quell’illusione di entrare a far parte di qualcosa di più vasto del sé e della somma dei singoli, qualcosa che ci protegge, parafrasando Gramsci, dal mondo grande e terribile. E non ha alcuna importanza se quegli assiomi sono falsi.

Per chiarire il concetto, c’è chi cita una frase attribuita a Joseph Goebbels: “Ripeti una bugia mille volte e diventerà una verità”. Sfortunatamente, la frase è apocrifa: nei suoi scritti, nelle interviste e nei documenti storici non ve n’è traccia.

Corrisponde però al vero che Hitler, nel Mein Kampf, identifica alcune regole per sedurre le folle: “evitare idee astratte e fare appello invece alle emozioni”,“impiegare la ripetizione costante di pochi, semplici concetti, usando frasi stereotipate ed evitando l’obiettività”, “denigrare costantemente i nemici dello stato” individuando “un solo nemico speciale per una denigrazione speciale”. Queste regole sono ben note a chiunque si interessi di narratologia, i cui meccanismi funzionano non solo nei racconti e nei film, ma anche nelle narrazioni politiche.

Avvicinandoci a questa forma di conoscenza, anche l’attuale panorama politico ci apparirà più chiaro e saremo in grado di cogliere lo scopo delle allusioni e degli ammiccamenti disseminati nei modi, nel linguaggio e nei contenuti espressi dai protagonisti della politica.

Tornando a Goebbels, così raccontò il nazismo a un intervistatore: Noi governiamo con l’amore, non con la baionetta (…). In Germania, la nazione e il governo sono la stessa cosa. Il volere del popolo è il volere del governo, e viceversa. La moderna struttura dello stato tedesco è una più nobile forma di democrazia, nella quale, in forza del mandato popolare ricevuto, il governo viene esercitato autoritariamente, senza che ci sia possibilità di alcuna interferenza parlamentare che miri a cancellare o rendere inefficace l’attuazione della volontà popolare”.

In altre parole, i pieni poteri – che diedero anche il nome al decreto con cui nel 1933 Hitler sradicò il sistema democratico tedesco e che dieci anni prima furono accordati a Benito Mussolini, con risultati analoghi in questo tipo di narrazione politica servono a impedire che un parlamento eletto (o una qualsiasi altra forza giudicata, arbitrariamente, come esterna) possa intromettersi tra l’esecutivo e il popolo. Annullando quella separazione dei poteri che sta alla base dello Stato di diritto.

Chi oggi ammiccasse a quella stessa narrazione farebbe un’operazione tanto spregiudicata quanto efficace. Soprattutto se prima avesse alimentato pazientemente quel lungo processo seduttivo, rigenerando una narrazione tribale vecchia quanto il mondo, quella del prima noi, e non loro. Perché “loro” sono quelli che ci sottraggono qualcosa, quelli che ci remano contro, quelli che ci contaminano. Perché, semplicemente, “loro” sono dall’altra parte del confine (politico, ideale, nazionale, umano). Sono il nemico che ci assedia.

A questa narrazione non sanno resistere nemmeno le più colte ed evolute società, come è stato dimostrato dalla Storia e confermato dalla cronaca contemporanea. Ed è inutile contrastarla con argomenti razionali. L’unico modo per scalzare una narrazione è proporne una migliore. Alternativa, sì. Ma altrettanto seducente.

Articolo Precedente

Crisi, ora Salvini propone il maxi-rimpasto. Di Maio: “E’ pentito, ma ormai la frittata è fatta. In 24 ore è tornato da Berlusconi”

prev