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Italy

Quell’affitto della Trenta da 141 euro

Maurizio Belpietro

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L

’estate del 1995 fu tra le più piovose che si ricordino. Acqua pure il giorno di Ferragosto, ma di notizie invece neanche a pagarle. Ricordo che il 16, mentre mi incamminavo verso il Giornale, di cui ero vicedirettore vicario, mi domandavo come sarei riuscito a riempire le pagine. Arrivato in redazione, misi mano al cassetto, dove ogni tanto riponevo inchieste e servizi da usare nei momenti peggiori, e ne trassi un paio di articoli che avevo fatto preparare sui rendimenti delle case dell’Inps. Era stato Marco Bertoncini, un collaboratore dell’allora presidente dei Confedilizia Corrado Sforza Fogliani, a segnalarmi che in Parlamento giaceva una relazione sullo stato degli investimenti immobiliari dell’ente. Il rapporto svelava che, pur avendo affittato centinaia di migliaia di appartamenti, l’istituto non soltanto non riusciva a guadagnarci, ma rischiava di perderci. Soldi, che è bene ricordarlo, avrebbero dovuto essere investiti per garantire le future pensioni dei lavoratori. Settimane prima avevo affidato la faccenda a Fausto Brambilla, all’epoca capo del «Fatto del giorno», la sezione più importante, affinché predisponesse un articolo e vari approfondimenti.

Così, nel deserto di notizie di quel piovoso agosto, ci preparammo a pubblicare l’inchiesta. Ricordo che quando nel pomeriggio Vittorio Feltri, che del Giornale era direttore, arrivò in redazione e gli dissi di aver predisposto due pagine con quella storia di case e affitti, mi osservò con lo stesso sguardo con cui si squadra un mentecatto, commentando: «A chi vuoi che interessino gli appartamenti dell’Inps il giorno dopo Ferragosto? Ora chiamo Berlusconi, mi faccio raccontare qualche cosa e vediamo se riusciamo a cavarne un titolo decente». Io annuii, continuando però a lasciare in pagina l’inchiesta sulle case dell’ente previdenziale. Qualche ora più tardi, Feltri ritornò nel mio ufficio, che era separato dal suo da una porta comunicante, e mi disse: «Il Cavaliere non l’ho trovato, fai quello che vuoi». Il 17 agosto uscimmo dunque in prima pagina con il seguente titolo: «L’Inps regala le sue case. A chi?». Il giorno dopo, quanto a notizie, non andò meglio, dunque la scenetta fra Feltri e il sottoscritto si replicò. Il primo storse il naso, ma altro da mettere in pagina non c’era. Così uscì un secondo titolo: «L’Inps non sa quante case ha», e Feltri si decise a commentare la questione con un editoriale dal titolo «E i pensionati stringono la cinghia». Il terzo giorno, il 19 agosto, Feltri arrivò in redazione tutto pimpante e all’improvviso, invece di scrutarmi con disappunto mi diede istruzioni: «Questa storia degli affitti dell’Inps la dobbiamo cavalcare. Adesso facciamo un titolo tutto in maiuscolo con scritto CHI LI HA VISTI? e la foto del direttore dell’Inps e del ministro del Lavoro. Invece di stare in vacanza ci devono spiegare perché le case dei pensionati sono affittate a prezzi ridicoli».

«Affittopoli», l’inchiesta giornalistica sui privilegi della politica, stava decollando. Oltre alla pioggia e alla carenza di notizie, il merito di quel che venne dopo fu dovuto anche alle ferie. I «senatori» del Giornale, quelli che si consideravano Hemingway incompresi, erano in vacanza e la redazione romana era presidiata da ragazzi, cioè da stagisti e sostituti. Così Andrea Pucci, che all’epoca era caporedattore e oggi direttore del Tg4 e di Studio Aperto, spedì una squadra di giovani cronisti, tra i quali il bravissimo Gian Marco Chiocci, a battere il marciapiede, passando di casa in casa alla ricerca degli inquilini dei palazzi di proprietà degli enti previdenziali. Fu così, grazie anche all’abilità con cui i ragazzi riuscirono a far cantare i portieri, che scoprimmo come Nilde Iotti vivesse in una casa da sogno a piazza Navona, Massimo D’Alema per 633 mila lire ne avesse una dalle parti di Trastevere, Walter Veltroni si fosse sistemato vicino a piazza Fiume in uno stabile dell’Inpdap e Sergio D’Antoni in un attico con due vasche idromassaggio.

Il Giornale ogni giorno svelava come le proprietà degli enti fossero finite, a prezzi di saldo, nelle disponibilità di una casta di politici e di sindacalisti, ma anche di ex mogli o compagne. L’intera nomenklatura della sinistra aveva trovato casa a spese dei pensionati. Tutto regolare, intendiamoci, tranne probabilmente la rapidità con cui erano state scalate le liste d’attesa. L’assegnazione era a termini di legge e anche a termini di canoni straordinariamente favorevoli per gli inquilini.

Vi chiedete perché vi rievoco una storia di un quarto di secolo fa? Per dirvi che non è cambiato niente o quasi. Nonostante lo scandalo suscitato da Affittopoli, i politici continuano a vivere nelle case pubbliche a prezzi stracciati. La vicenda che ha visto protagonista l’ex ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, lo dimostra. Quasi duecento metri quadrati di proprietà dello Stato, con cantina e box, per 141 euro al mese. Un privilegio odioso, ottenuto in cambio di 14 mesi da ministro. Ma l’anno trascorso al dicastero della Difesa merita un «premio» simile? Panorama ha voluto capirlo, scoprendo, oltre al danno, la beffa di un ministro che voleva trasformare l’esercito in una Ong. Buona lettura. 

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