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Italy

Rosamund Pike: «Come Marie Colvin, testimone degli orrori della guerra»

Ha avuto paura. E non ha timore di confessarlo. «Paura di non essere all’altezza, di tradire la fiducia e il ricordo delle persone che l’hanno incontrata e le hanno voluto bene, paura di intromettermi in dolori privati, ferite che non guariscono mai». Non è stato un personaggio come gli altri quello di A private war per Rosamund Pike. La reporter Marie Colvin, inviata di guerra del Sunday Times, uccisa a Homs con il fotografo francese Rémi Ochlik mentre cercava di riferire gli orrori del regime siriano di Bashar al-Assad. «Sono passati solo sei anni, il suo ricordo è più vivo che mai, tra parenti e amici e nell’opinione pubblica», racconta l’attrice britannica. Non che sia tipo da tirarsi indietro. Algida calcolatrice in Gone Girl di Fincher con cui ha sfiorato l’Oscar, fredda terrorista in Entebbe, vedova pistolera nel West in Ostili di Scott Cooper, agente della Cia in Beirut, Pike, 39 anni, non è nuova a scelte che la portano lontano dell’immaginario della classica Bond Girl (era Miranda Frost in La morte può attendere). Eppure, per il debutto nel cinema di finzione del documentarista Matthew Heineman (in uscita da noi il 22 novembre per Notorious), di dubbi ne ha avuti moltissimi.
Perché?

«Mi sono chiesta se fosse giusto mettere la mani su un dolore così vivo e reale. Il film invade anche il lato privato di Marie Colvin, come si intuisce dal titolo. Raccontiamo una donna straordinaria che ha pagato un prezzo altissimo per andare nei luoghi più violenti della terra ed essere testimone di quegli orrori».
È il ritratto di una donna consapevole delle sue contraddizioni. «Ho paura di diventare vecchia ma anche di morire giovane», la sentiamo dire.

«Non faceva finta di essere perfetta e non faceva nulla per piacere. Anche quando parlava in pubblico non cercava l’approvazione altrui. Aveva grande fascino e carisma senza cercarli. Non tutto è piacevole in lei. Ma anche i suoi lati oscuri, la sua dipendenza dall’alcol, i suoi difficili ritorni a casa, quando si portava dietro le atrocità osservate, non tolgono nulla alla sua forza e al suo coraggio».
Ha studiato molto per immedesimarsi in lei, anche le movenze, il suo modo di toccarsi la benda che le copriva l’occhio perso in Sri Lanka, la voce da fumatrice
.
«Ho cercato di essere più fedele possibile. Non aveva mezzi termini. Non era il tipo da raccontare la guerra in Siria da Beirut. O eri dentro del tutto o niente. Ho cercato di fare lo stesso. Ma sul set ci sono stati momenti durissimi».
Per esempio?

«Abbiamo girato in Giordania, molte comparse erano rifugiati. A volte le scene raccontavano cose vissute veramente, lutti, devastazioni. Pensavo di non farcela, non so neanche se si ha il diritto di rappresentare dolori cosi privati. Il regista, Matthew Heineman, mi ha spiegato: è proprio questo il ruolo dei giornalisti, soprattutto di chi come Marie Colvin considerava un obbligo andare dove gli altri non andavano. Senza persone come lei non avremmo saputo nulla di quella realtà».
Lei sarebbe stata una perfetta bionda hitchcockiana. L’impressione, invece, è che preferisca smentire le apparenze.

«Mi piace sparire nel personaggio. E mi attraggono le donne coraggiose. Ora sarò Marie Curie, prima donna a vincere un Nobel con la regia di Marjane Satrapi. Anche lei ha fatto di tutto per seguire la sua strada senza curarsi del giudizio degli altri».
Ha girato il thriller «Three seconds» di Andrea Di Stefano e farà la serie «State of Union» diretta da Stephen Frears e scritta da Nick Hornby. È vero che sta anche pensando alla produzione?

«Sto sviluppando un progetto su uno scandalo bancario. Protagoniste due donne, una è una cronista».
Ancora una giornalista.

«Incontrare così da vicino Marie Colvin ha lasciato segni profondi dentro di me. Non scriveva di guerra in termini generali, guardava negli occhi le persone, condivideva momenti quotidiani. E, a volte, le morivano di fronte. Il giornalismo è fondamentale, oggi più che mai, tra fake news e leader politici che vogliono silenziare la stampa».

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