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Italy

Scade la cassa integrazione: a rischio 140 mila posti di lavoro 

Appeso al «decreto urgenze» non c’è solo la questione del ponte Morandi e la drammatica emergenza di Genova, ma c’è pure il destino di 140mila lavoratori che a partire da oggi resteranno senza ammortizzatori sociali. Perderanno ogni sussidio e di fronte a loro avranno una sola drammatica prospettiva: il licenziamento. A partire da oggi, a tre anni esatti dal varo del decreto che in ossequio al Jobs act riformava tutto il sistema degli ammortizzatori sociali, per migliaia di lavoratori di ogni settore produttivo iniziano infatti a scadere i 36 mesi di cassa integrazione e i contratti di solidarietà a disposizione nel quinquennio.  

Le promesse di Di Maio  

Il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Luigi di Maio, visitando la scorsa settimana lo stabilimento della Bekaert, aveva annunciato che col «decreto urgenze» sarebbe stata ripristinata la cassa integrazione straordinaria per cessazione. Dopo l’ok arrivato il 13 settembre da parte del Consiglio dei ministri questo provvedimento però è sparito dai radar e a distanza di 10 giorni non è ancora stato trasmesso al Quirinale.  

I sindacati sono giustamente preoccupati. In prima linea i metalmeccanici che per oggi hanno promosso una giornata di mobilitazione e di scioperi ed hanno programmato un presidio a Roma davanti al ministero dello Sviluppo. Al governo avanzano una richiesta precisa, la stessa fatta al precedente governo: prolungare di almeno 12 mesi la cassa integrazione in scadenza in modo tale da poter completare i processi di riorganizzazione e di ristrutturazione aziendale in corso e le iniziative di reindustrializzazione. «Le promesse non bastano vogliamo vedere il decreto – spiega il segretario generale della Fim-Cisl Marco Bentivogli -. La reintroduzione della cigs per cessazione è un primo risultato importante, che in parte affronta il problema, ma non basta».  

I numeri della crisi  

Secondo le stime di Fiom, Fim e Uilm sono circa 140mila i metalmeccanici coinvolti da situazioni di crisi in comparti che vanno dalla siderurgia agli elettrodomestici, dall’elettronica all’automotive, dall’itc alle telecomunicazioni, con 80 mila lavoratori ina cassa integrazione straordinaria. Per metà sono concentrati nelle regioni del Nord, con punte di 16mila unità in Lombardia, 9.900 in Liguria, 9.800 in Piemonte e 5.900 in Veneto e un’ampia diffusione anche al Sud (14.700 in Puglia, 9.000 in Campania e 8.200 in Basilicata). Al Mise sono 144 i tavoli di crisi aziendali ancora aperti, mentre sono 31 le aziende che hanno cessato l’attività per delocalizzare le loro attività all’estero mettendo a rischio altri 30mila posti di lavoro. In tutto i i gruppi di imprese interessati da procedure di amministrazione straordinaria sono invece 147. Tra le prime emergenze da risolvere c’è proprio quella della Bekaert di Figline Valdarno che ha annunciato di voler chiudere l’impianto: se entro il 3 ottobre non ci saranno novità i suoi 381 dipendenti saranno infatti tutti licenziati.  

Le richieste dei sindacati  

Di Maio nei giorni scorsi in risposta alla mobilitazione dei metalmeccanici aveva confermato «il ripristino degli ammortizzatori tolti col Jobs act» ipotizzando nuovi sussidi «erogarti sulla base di accordi tra il ministero del Lavoro, il Mise e le Regioni e interessate» in modo tale da coprire 2019 e 2020. «Siamo vicini ad un punto di non ritorno» avverte il segretario generale aggiunto della Cisl, Luigi Sbarra. Che chiede al governo di aprire «con urgenza un tavolo di confronto col sindacato» per risolvere questa priorità assoluta. Oggi di Maio, con la scusa del consiglio dei ministri, dribblerà le tute blu ma per domani pomeriggio ha fissato un confronto coi segretari generali e potrebbero esserci altre novità. «Visto che le imprese sostengono la necessità di licenziare questa massa di lavoratori siamo nell’ipotesi di una sospensione per tutti a zero ore lavorate» spiega Augustin Breda della Fiom. A suo parere la soluzione è «far pagare soprattutto le imprese». Anche perchè tra maggiori uscite legate sostegno al reddito ed ai contributi figurativi, e minori entrare da lavoro (contributi ed imposte) per risolvere il problema servirebbero 3 miliardi. Cifra che di questi tempi il governo farebbe molta difficoltà reperire.  

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