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Italy

Un sorriso, un ghigno, una battuta caustica e via, si scaccia la guerra e il dolore per sorridere a un figlio, consolare una nonna, vivere ancora un giorno

di Angela Tognolini

Nella quarta testimonianza di questa rassegna sui Corridoi Umanitari vogliamo parlarvi di quando le famiglie siriane, dopo aver lasciato il Libano, arrivano finalmente in Italia. Prima ancora di poter iniziare una nuova vita nel paese che li ha accolti, devono intraprendere la procedura legale per richiedere i documenti. Perché non basta che vengano da un paese devastato da una ben nota guerra, né che siano arrivati tramite un visto per motivi umanitari rilasciato a fronte della tremenda situazione che hanno vissuto.

La legge prevede che, come tutti gli altri richiedenti asilo, affrontino un’intervista con la Commissione Territoriale, l’organo preposto a decidere se meritino il diritto d’asilo. Questa intervista non è una passeggiata. Dura ore, bisogna rispondere a molte domande. E per questo i siriani devono affrontare ancora una volta i ricordi della guerra e della fuga. Non sono soli in questo percorso. Gli operatori legali del Centro Astalli Trento hanno il compito di spiegare loro il significato dell’intervista, prepararli al fatto che verranno poste domande dolorose, aiutarli a ricostruire i ricordi in maniera coerente e a mettere in ordine i documenti e le prove che hanno con loro.

Io, che scrivo questi articoli, ho fatto questo lavoro per quattro anni, nei quali ho avuto la fortuna di preparare per la Commissione Territoriale molti dei profughi siriani accolti dal Centro Astalli Trento. E per questo, oggi, la testimonianza che leggete è la mia.

LA TESTIMONIANZA

di Angela Tognolini

Tra i siriani che ho seguito ci sono stati due giovani genitori, arrivati con i loro cinque bambini. Li ho conosciuti come una coppia allegra e piena di speranza, malgrado le avversità che avevano attraversato. Lui era timido e risoluto, lei acuta e traboccante di vita. Erano complici tra loro e affettuosi con i figli, pieni di voglia di farsi apprezzare. Lei aveva la mia età, lui un paio d’anni in più, come molti dei miei amici.

Il compito che dovevamo svolgere insieme non era semplice. Dovevo prepararli all’intervista della Commissione Territoriale. Avrebbero dovuto rispondere a domande molto penose: cosa è successo durante le retate e i massacri di Assad nel tuo quartiere? Come hai fatto a evadere con i tuoi famigliari i posti di blocco per uscire dalla Siria? Raccontami dei bombardamenti. Sono domande terribili, che non volevo fare a quei due miei coetanei che mi sorridevano dall’altra parte della scrivania. Pur senza parlare la mia lingua, cercavano il mio sguardo con un’incredibile benevolenza, un affetto che non avevo meritato.

Gli ho spiegato l’intervista, gli ho spiegato cosa gli avrebbero chiesto e perché. Erano stupiti, nessuno gli aveva detto che avrebbero dovuto raccontare la loro storia, quando avevano lasciato i campi profughi del Libano. Ad ogni modo hanno scrollato le spalle, si sono scambiati uno sguardo e hanno annuito: va bene, come vuoi. Io sono un’operatrice legale, sono abituata a fare brutte domande. Ma quella volta, proprio non mi andava di chiedere. Però non avevamo scelta, né io né loro, e così ho aperto la bocca e ho fatto la domanda più stupida che mai potesse uscirmi dalle labbra:

Perché avete lasciato la Siria?

La mediatrice mi guardava con occhi scuri e stanchi. Quello che pensava di me, non riuscivo a capirlo. Anche lei era siriana. Nel silenzio, mi sembrava di sentire gli echi dei telegiornali che avevo visto in tutti quegli anni. Gli spari, le grida, le esplosioni. Sul muro bianco, dietro alla coppia, vedevo scorrere le foto degli edifici di Homs crivellati di proiettili, i palazzi sventrati, il bagno di un appartamento senza più tetto né pareti che luccicava di piastrelle ancora pulite, esibendo pudicamente una vasca, un gabinetto. Tutta quella devastazione.

Lui e lei si sono guardati di nuovo. Evidentemente, tra loro riuscivano a parlare senza emettere suoni. La tensione è salita fino a che lei non ha fatto un ghigno allegro, una smorfia di scherno davanti ai ricordi di morte che stavano lì tutti intorno. Lui si è girato e ha risposto. La mediatrice ha stretto le labbra per nascondere un sorriso e ha tradotto:

Ha detto “Be’, cercavamo la luna, no?

Ho riso. Anche loro ridevano e la meditatrice ha sfoderato un sorriso da lupa. Da lì in poi, abbiamo ricostruito tre anni di sventura e guerra e violenze senza scopo e senza possibile anticipazione. Loro alternavano momenti di dolore a battute caustiche, come in una partita a ping pong con l’orrore del passato nella quale, quando un ricordo brutto veniva a disturbarli, subito lo rimandavano dall’altra parte della rete con un rovescio ben piazzato.

È andata bene, quel giorno. È andata bene anche davanti alla Commissione, che li ha ascoltati e gli ha concesso lo status di rifugiato. Io però non ho avuto occasione di dirgli quello che avevo provato quel giorno e neanche le parole per farlo. Se potessi, gli direi che quel giorno a lavorare sono stati loro. Sono stati loro a prendere per il collo l’orrore che stava sul mio tavolo e a ribaltarlo sulla schiena come una brutta tartaruga deforme e vigliacca. Chissà quante altre volte l’avevano già fatto, loro due.

Un sorriso, un ghigno, una battuta caustica e via, si scaccia la guerra e il dolore per sorridere a un figlio, consolare una nonna, vivere ancora un giorno. Quel giorno lì, hanno consolato me. E io non posso fare altro che dirgli grazie.

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