Italy

Aiuti alle imprese ma con una riforma della governance

Franco Amatori ha dato un interessante ricordo della mobilitazione industriale del 1915. Sì, come lui scrive, vi furono gravi episodi di corruzione, ma anche di disorganizzazione, che non è meno deleteria. Oscar Sinigaglia, uno dei nostri massimi imprenditori, che nel 1918 subentrò al Dallolio nella guida del Ministero delle Armi e munizioni, scrisse: “Ho trovato un caos fantastico: i contratti erano fatti a prezzi pazzeschi, i fornitori non venivano pagati per arenamento di tutte le pratiche amministrative, le poche materie prime disponibili erano pessimamente utilizzate” (L. Villari, Le avventure di un capitano d’industria, Einaudi 1991, p.34, un libro da leggere e meditare). 

Erano tempi molto diversi da quelli odierni e le forniture riguardavano materiali pesanti (cannoni, proiettili, autoveicoli, aerei…) producibili da imprese grandi, ma non per questo efficienti. Tra loro Ansaldo e Fiat litigavano furiosamente, avide di superprofitti senza badare alle tecniche e ai costi. Il fatto che oggi scopriamo che esista un solo produttore di mascherine e che esso sia di piccola dimensione dipende dal progresso delle tecnologie, da tempo ormai facilmente acquisibili da imprese medio-piccole o piccole. Dipende anche dalla bassa complessità di queste merci, che possono essere prodotte con estrema facilità e, con un po’ di investimento, in forma automatizzata.

Il grande problema sta nella globalizzazione che ha portato i nostri industriali a delocalizzare. Oggi vediamo che persino le produzioni più semplici possono divenire strategiche nella lotta ad una pandemia. Un evento che molti scienziati attribuiscono alla distruzione dell’ambiente ritenendolo perciò riproducibile nei prossimi anni. Occorre quindi pensare ad una riorganizzazione sia dei servizi pubblici (abbiamo avuto la prova che per struttura di comando non sono affatto i migliori del mondo) che della nostra struttura industriale facendo in modo che alcune merci strategiche siano prodotte in sicurezza nel Paese. Non parlerei di “riconversione”: non conviene, a mio parere, convertire lo stabilimento Fca di Melfi (uno dei più efficienti) abbandonando le auto, assai più strategiche, per le mascherine.

E difatti la Fca si è offerta di produrle, ma lo farebbe in Asia. L’Italia possiede nel tessile-abbigliamento capacità produttive già disponibili per queste merci e il loro approntamento può essere molto rapido. L’importante è decidere quali produzioni debbano essere garantite e a quali condizioni. Vi dovrebbero essere contropartite agli imprenditori “consegnati in Italia”; contropartite in forma di esclusive nelle forniture al Servizio sanitario nazionale. Quanto ai prezzi seguirei l’esempio dello stesso Sinigaglia che richiedeva al fornitore il dato sul “vero” costo di produzione, da dichiarare sotto giuramento (di persona fisica), con sanzioni pesanti in caso di falsità. Si riusciranno ad ottenere in sicurezza queste forniture?

Abbiamo avuto altre esperienze in periodo bellico e post-bellico. Ad esempio nel 1944 con il Comitato per la produzione post-bellica istituito all’IRI per prepararlo all’ “attuazione di un’economia socializzata in regime di pace”. Il programma si proponeva di affrontare e risolvere il problema della disoccupazione post-bellica come pure la ricostruzione degli impianti distrutti dalla guerra. Distruzione che equivale oggi all’effetto della delocalizzazione ingenuamente tollerata dai nostri governi resi ciechi dalle lobby che reclamano “operazioni di mercato”, ma nel contempo massimizzano i profitti e minimizzano i ritorni alla collettività.  

Un mercato che vale la pena di cominciare a correggere. In una relazione del dicembre 1953, a proposito delle public corporations inglesi, Mario Romani citava “l’impegno statutario di fornire i beni e i servizi alla collettività a prezzi ragionevoli e tendenzialmente al limite del costo”. Questi fini sono storicamente impliciti e incorporati in quelli della società per azioni operante in mercati non monopolistici. Oggi le grandi imprese sono in difficoltà e ricevono l’aiuto massiccio dello Stato. E’ auspicabile che gli aiuti si accompagnino ad una riforma della corporate governance che metta al centro la visione di lungo periodo e la creazione di valore per tutti gli stakeholders (ivi compresi dipendenti, clienti e fornitori, società locali e comunità nazionale) e non per i soli azionisti. 

Di conseguenza, che si cambino i criteri di valutazione dei manager e i Codici della Borsa Valori. Avremo allora fatto un passo importante verso la vera riforma necessaria, quella del capitalismo “politico” da cui siamo oppressi. 

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