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Alessandro Cattelan torna in onda: «Con la speranza di far(vi) bene»

Dall’altro capo degli auricolari, arriva una vocetta infantile. «Questo è il periodo più bello della mia vita», urla la piccina di casa Cattelan, irrompendo con la sua gioia di bambina nella liturgia di una conferenza stampa domenicale, la prima che papà Alessandro abbia organizzato su Zoom. Vedersi, ai giorni del Coronavirus, è cosa impossibile. Ma Cattelan, che su Instagram ha lanciato #EpccAlive, versione social del più noto late-show, un modo lo ha trovato. «Scusate», dice, mentre la voce della sua Olivia si spegne in lontananza, «Per le mie figlie, la quarantena è una figata».

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Nel pomeriggio pigro della domenica, Alessandro Cattelan non si è preso il disturbo di infilarsi nel completo di rito. Parla senza giacca né cravatta, con una maglietta rossa e gli occhi stanchi. «Torno in onda», dice, spiegando come martedì 7 aprile, alle 21.15, E Poi C’è Cattelan sia pronto a debuttare su Sky nel suo formato canonico: non in diretta dal salotto di casa, ma da uno studio arrangiato nel Teatro di via Belli, a Milano, dove il Coronavirus ha imposto tanti e necessari accorgimenti.

«Ci saranno dei presidi di dottori, la Croce Bianca starà all’ingresso del teatro così da misurare la temperatura e i livelli di ossigenazione del sangue di chiunque entri. Saremo in pochi e chi dovesse avere dei valori fuori della norma non lavorerà», spiega, raccontando come lui stesso sia preda del caso. «Se dovesse succedere a me, se io, martedì, dovessi varcare la soglia del teatro con due linee di febbre, me ne tornerei a casa. Non so cosa potrebbe succedere, forse andrebbe in onda Marco Villa», dice Cattelan, che accanto a sé avrà un numero ridotto di persone. Pochi operatori, le musiche degli Street Clerk’s, nove ospiti con i quali giocare al Gioco dei 9 e un pubblico «virtuale». «Non potremo avere pubblico in studio, ma il pubblico per noi è fondamentale. Per la prima puntata, dunque, abbiamo scelto di avere in collegamento tutte le quinte del Parini di Milano. In totale, saranno più di sessanta ragazzi e, se andrà bene, lo rifaremo con altre classi, altre squadre o enti».

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Perché proprio le classi dell’ultimo anno di liceo?

«Abbiamo scelto le quinte liceo perché, secondo me, rappresentano il gruppo di persone che più ha voglia di ripartire. I bambini, in quarantena, sono contenti, non capiscono granché. Io, a quarant’anni, ho già rinunciato ad ogni residuo di vita sociale, i ventenni vogliono spaccare il mondo, riprendere in mano il proprio futuro».

Cosa succederà quando tutto tornerà alla normalità e il pubblico, in carne ed ossa, riprenderà il suo posto in studio?

«Penso che allora potremmo tenere il pubblico in entrambe le sue versioni, fisica e web».

#EpccAlive, succedaneo Instagram del suo late-show, ha avuto un successo senza precedenti. Cosa resterà di quell’esperimento?

«Credo poco. #EpccAlive è stato un esercizio, uno sfogo nostro dovuto al fatto che ci siamo trovati bloccata a casa, di colpo. Avevamo bisogno di tenere alto il morale della redazione, di sentirci per un motivo, di avere uno scopo. Abbiamo tirato fuori il telefono e aperto la rubrica in cerca di un amico da chiamare. Abbiamo chiesto ad un po’ di gente se avesse voglia di farci compagnia e così è nato #EpccAlive».

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Come siete riusciti ad allestire lo show vero e proprio in questi giorni?

«Abbiamo lavorato alla cieca, per così dire. Nessuno sta andando in redazione da prima che lo studio fosse pronto. Eccezion fatta per il martedì, giorno della diretta, continueremo a lavorare da casa. In teatro, saremo in formazione iper ridotta. In parte, quello che vedremo lo scopriremo anche noi sul posto. Saremo pieni di incognite».

E la diretta è una di queste.

«La diretta è una cosa che ci è capitata tra capo e collo e stiamo cercando di viverla come una risorsa: ti apre possibilità che la differita non poteva concederti. Non sappiamo ancora come, esattamente, la vivremo, ma stiamo lavorando su alcune idee. Il pubblico da casa ha sempre dato un grande apporto allo show e stiamo provando a mettere in piedi una puntata bandersnatch, in cui sia il pubblico a dirci cosa fare in studio attraverso un sondaggio Instagram di trenta secondi».

Come sceglierete gli ospiti?

«Con delle regole che ci siamo dati tra noi. Quel che vorrei passasse è che ogni step di questa decisione, quella di andare in onda, è passata dalla certezza che la salute di tutti fosse tutelata. Abbiamo cercato, innanzitutto, persone milanesi di residenza per evitare di proporre o costringere a spostamenti non necessari. Stiamo scegliendo gli ospiti con la cura che si riserva agli ingredienti di una ricetta, senza badare più allo status di tal artista».

Chi ci sarà nella prima puntata?

«Elodie, Linus, che in quanto corridore e proprietario di un cane ha tutte le scuse per uscire (ride, ndr) e Paolo Nespoli, in collegamento dagli Usa con casa mia. L’astronauta sarà il trait d’union con #EpccAlive, poi avremo anche Jake La Furia, Leo Gassman, Jo Squillo, Annalisa, Federica Nargi e Alessandro Matri, Shade, Martin Castrogiovanni, Fabio Caressa e Ivan Zaytsev».

Perché avete scelto di tornare in onda proprio adesso?

«Ci siamo interrogati a lungo. Ci siamo chiesti perché lo stiamo facendo e ci siamo risposti che è il nostro lavoro: vogliamo allievare il più possibile l’umore di chi sta a casa. Ci sono persone che stanno male e persone che stanno bene. E, in questo mega insieme di persone costrette ai domiciliari, abbiamo convenuto che nessuno possa trarre svantaggio da un’ora di tv. Anzi, se Dio vuole, con quest’ora di tv possiamo fare del bene. Anche in radio ho continuato a fare il mio lavoro. In cinque piani di Radio Deejay siamo rimasti in cinque. È surreale, le distanze sono ben oltre il metro. La quotidianità è stata distrutta, e più punti di appoggio si possono dare, fosse anche solo per fingere in maniera sciocca che vada tutto bene, meglio è. Altrimenti si finisce bombardati solo di notizie negative, di statistiche e allarmismi».

Quali accortezze, in termini di registro, avete preso?

«Abbiamo cercato di essere rispettosi, ma con indole positiva. Ogni brutto momento è un acceleratore per il miglioramento. Certo, ci sono tante persone che soffrono e questa consapevolezza non sarà per loro una consolazione. Ma io credo fermamente che si ripartirà: sarà una ripartenza difficile, ma si andrà di nuovo, con il cuore gonfio».

Comicità sì o comicità no?

«Noi abbiamo sempre avuto più registri, siamo un programma che parte dall’intrattenimento comico. La prima missione di tutti noi, se proprio non riusciamo a far ridere, è far uscire un po’ di aria dal naso dalla gente che ci guarda. Abbiamo, però, sempre avuto momenti un po’ più introspettivi. Fanno parte della mia natura, e sicuramente ci saranno ancora. Questa stagione non potrà essere vista tra un anno senza capire che è stata girata nel mezzo del Coronavirus. È nella natura di questo genere televisivo, avere un contrappunto sull’attualità».

La tv ha reagito nel modo giusto alla pandemia?

«Credo che il giudizio sulla tv in sé vada un po’ sospeso. Quello che ci è successo ci ha travolto d’improvviso e non si tira su un programma in quattro e quattro otto. Eravamo tutti impreparati, anche quando il problema era già reale, lo abbiamo sottovalutato in molti. Non c’è stata lucidità di reazione. Ciò detto, però, mi sembra che sempre più spesso l’informazione si mescoli all’intrattenimento e che il reale scopo dell’informazione non sia informare ma destare l’attenzione. Siamo bambini di tre anni che vogliono attirare l’attenzione. Finché lo faccio io, pazienza, è un problema mio con il mio ego. Se lo fa l’informazione, però la continua e cieca ricerca del sensazionalismo crea danni».

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Quanto il palinsesto delle dirette Instagram potrà influenzare il linguaggio del futuro?

«Me lo sto chiedendo da tempo, da prima che tutto questo ci travolgesse. Mi sono chiesto quanto Instagram possa essere usato non come svago di un minuto, ma come palinsesto. Trovo però che sia ingeneroso giudicare le dirette di questi giorni. Va apprezzato il fatto che siano state fatte per tenere compagnia ai fan. Si vede, in Fiorello e Jovanotti ad esempio, che non c’è autore o studio: è un po’ come spiare chiacchiera tra amici. La tv, però, ha ancora bisogno di una certa estetica: deve essere bello quello che guardi e la nostra casa per ora non è ancora abbastanza».

Quindi la tv tradizionale non è morta né moribonda.

«Per ora, credo che con Instagram e i social non sia ancora stato c’entrato il punto. Non se si vuole dare Instagram come appuntamento fisso. L’avvicendamento tra tv e social avverrà, ma non a breve giro. Però, mi piace l’attitudine, lo spirito».

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E lo spirito riesce a mantenerlo alto anche nei giorni di quarantena?

«Sto vivendo questo periodo con alti e bassi, come tutti credo. Per indole, cerco di guardare al domani e di guardare al domani meglio che all’oggi. Sto vivendo con ottimismo e speranza. I primi tempi, anzi, è stato piacevole. Io, che per lavoro sono sempre in mezzo alle persone, ho apprezzato la possibilità di isolarmi un po’. Quasi, è stata una piccola vacanza. Mi godevo la casa e la mia famiglia. Alla lunga, però, è diventato oneroso, ma c’è di molto peggio».

Si dice sempre che ne usciremo migliori. Cosa le lascerà la pandemia?

«Non so, sto leggendo molto. Mi interrogo. In particolare, mi sto chiedendo che tipo di rapporto, come Paese, abbiamo con la morte. Siamo ancora molto stupiti dal concetto di morte. Non è più un tabù, ma è come se la morte si fosse insinuata nella cultura moderna come un elemento destabilizzante. Come se avesse sconvolto la vita dell’uomo capace di esistere in eterno».

E altrove non è così?

«Ogni Paese ha una sua storia, una sua cultura. Mi è stato chiesto di giudicare quanto fatto da Boris Johnson, o dalla Svezia. Ma sono troppo distanti da noi. In Svezia, la libertà è così radicata come volere da tutelare da superare, davvero, il valore della singola vita umana. Hanno un altro rapporto con la morte, altro rispetto al nostro. Come ho detto, sto studiando molto. Ma, magari, queste sono solo le pip*e che mi faccio io prima di addormentarmi (ride, ndr)».

Ad inizio pandemia, è stato tra i vip promotori dell’hashtag #MilanoNonSiFerma. Con il senno di poi, come giudica quella scelta?

«Mi ricordo ancora il giorno in cui il sindaco Sala mi ha chiamato per chiedermi di aiutarlo a diffondere un hashtag che aveva un intento assolutamente positivo, in un momento in cui i medici dicevano che ci si stava preoccupando più del dovuto. Non era volto a difendere i milanesi che fanno l’aperitivo, ma chi ha un’attività. Con questo, dovremo fare i conti: dovremo raccogliere i cocci delle persone che si sono trovate senza lavoro, con un’attività distrutta, con un investimento andato in malora».

Si è esagerato, quindi?

«Siamo tutti nella merda allo stesso modo. Chi lancia un messaggio non lo fa per interesse proprio, ma in buona fede. Siamo un Paese strano: se istituissero i mondiali di chi guarda male all’altro, noi ci qualificheremmo per le finali, sempre a puntarci il dito contro».

In questi giorni, ha lanciato anche un appello ai futuri concorrenti di X Factor. Come andranno i casting?

A rispondere, non è Cattelan, ma Nils Hartman, direttore delle produzioni originali Sky. «Questo è il momento delle ipotesi: non necessariamente torneremo al passato, riproponendo le room audition. Troveremo un modo diverso di raccontare quanto sta succedendo. Ancora non sappiamo quale, ma sul tavolo ci sono possibilità inedite.».

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