Italy

Alla ricerca del Pil perduto

Il problema italiano, di gran lunga antecedente alla pandemia e a rischio di aggravarsi quando ne usciremo, è sintetizzato da un acronimo. Arido quanto si vuole; ostico per i fautori nostrani della decrescita felice. Dal quale, però, non si sfugge. Pil. Ovvero crescita. Condizione necessaria, ancorché non sufficiente, per ridurre diseguaglianze sociali e territoriali, che viceversa si accentuano nelle fasi di ristagno. Nonostante il dinamismo di gran parte delle imprese, la nostra crescita langue da decenni dietro i nostri partner, inceppata dagli innumerevoli «lacci e lacciuoli», di cui si discetta da mezzo secolo (Guido Carli 1974), nel frattempo ulteriormente aggrovigliati. Produzione, occupazione, investimenti nazionali e dall’estero, mostrerebbero ben altro profilo, se non fossero intralciati da burocratismo, procedure estenuanti per avviare attività, lungaggini processuali, confusione di competenze tra Stato e Regioni e conseguente pervasività dell’intermediazione politica, humus di interdizioni e inefficienze.

I governi, affetti da fragilità e conflittualità endemiche, rincorrono consensi sempre più sfuggenti, disperdendo in innumerevoli rivoli l’intervento dello Stato, orientato al «troncare e sopire» di manzoniana memoria. La legge di bilancio in passaggio alle Camere non fa eccezione, destinando una quota residuale di risorse agli investimenti. La sostenibilità del nostro gravoso indebitamento pubblico non dipende tanto dall’importo, quanto dalla sua inadeguatezza a sostenere la crescita. In valore assoluto, infatti, era pari a quello della Francia (235.000 miliardi all’inizio del coronavirus), senonché oltralpe rasentava il Pil, mentre da noi lo superava di oltre un terzo. La criticità dominante risiede dunque nella qualità della spesa, su cui sorvolano gli attuali fautori di una parziale cancellazione del debito, tramite proposte in cui si legge in filigrana un connotato demagogico. Spendiamo per il presente, ad esempio la metà di Germania e Francia per istruzione e formazione, essenziali per migliorare gli squilibri territoriali.

Per inciso, il Meridione accorciò il gap con il resto d’Italia negli anni Cinquanta e Sessanta, periodo di maggior salute dei conti dello Stato e di più lungimiranti indirizzi di sviluppo.

Il Next Generation Ue (Ngue), con i 209 miliardi assegnati all’Italia, ha delineato la prospettiva di un rilancio sostenibile. Annunciato come evento salvifico mesi orsono, successivamente è uscito dai riflettori, divenendo una sorta di araba fenice. Sappiamo della sua presa in carico da parte di un «manovratore», il Ministro per gli Affari Europei Amendola, impegnato a selezionare la moltitudine dei progetti pervenuti dai ministeri. Le Regioni, dal canto loro, stanno avanzando le proprie esigenze. «Manovratori» di complemento tenderanno ad affollarsi secondo le nostre migliori tradizioni. Top secret sullo stato avanzamento lavori in vista della presentazione alla Commissione di una bozza organica, in scadenza a gennaio.

Il Premier, il Ministro dell’economia Gualtieri e lo stesso Amendola smentiscono insistenti voci di ritardi. Dal silenzio assordante, tuttavia, traspare l’affanno nell’affrontare un’opportunità e una sfida inedite. Non si tratta, infatti, di gestire emergenze finanziarie (1992, 1995, 2011) nelle quali il Paese se l’è cavata a metterci le pezze, affidandosi — guarda caso! — a esecutivi tecnici. Occorre cimentarsi col futuro, tramite progetti credibili nella concezione ed esecuzione, pena il mancato accesso ai fondi. Compito impari per lo stato dell’arte dei nostri meccanismi decisionali. Impulso e verifica dipendono dalla politica, altrimenti procedure straordinarie, task force e super commissari sono destinati al fallimento. Nell’evidenziare l’attuale incrocio tra emergenza e prospettiva, il Commissario all’Economia ed ex Premier Gentiloni, ha sottolineato (Il Corriere 10\11) che se le energie fossero assorbite dalla prima «saremmo nei guai».

Rilancio rinviato a babbo morto, così come il recupero del Sud. Ci ritroveremmo costretti a inseguire rimbalzi del Pil dello zero virgola qualcosa, indebitati fino al collo. Dopo tante esternazioni di buoni propositi e proclami di cambiamenti di passo, non solo Premier e governo, ma l’intera classe politica, dovrebbe far tesoro di una perla attribuita al cardinale di Retz (1613 -1679). «Vi è differenza tra velleità e volontà; tra volontà e determinazione; tra determinazione e scelta dei mezzi; tra scelta dei mezzi e loro applicazione».

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