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Altro che centro di aggregazione: ora l'ex Sprar è nelle mani dei migranti

Nel quartiere Tiburtino III, alla periferia est della Capitale, residenti e comitati di zona si preparano alle barricate. Il loro è un aut aut: "Se le autorità non intervengono, siamo pronti a farci a sentire". I riflettori del quartiere si sono riaccesi sulla palazzina di via del Frantoio, la stessa che nel 2017 è stata teatro di una vera e propria rivolta.

È come un ritorno al passato. Fino a qualche anno fa, lì c'erano uno Sprar ed un presidio umanitario gestito dalla Croce Rossa. Il primo ha chiuso i battenti a giugno 2017, il secondo l'anno successivo. Una battaglia vinta dai residenti, che da anni denunciavano il senso di insicurezza legato alla presenza dei migranti e rivendicavano luoghi di aggregazione per la borgata. L'asticella della tensione, una sera, si era alzata. Ne era nata una sollevazione spontanea, che aveva polarizzato lo scontro nei mesi successivi. Adesso la storia potrebbe ripetersi.

Dopo la chiusura dei due presidi umanitari, infatti, la palazzina è rimasta inutilizzata. Sarebbe dovuta diventare "uno spazio di aggregazione culturale aperto ai cittadini", ma del progetto non se ne è più saputo nulla. E così l'immobile si è trasformato nell'ennesimo non luogo della periferia romana. Una preda facile per i tanti disperati che gravitano dalla zona. Il fenomeno delle occupazioni non è una novità in questo quadrante disastrato della Capitale. È qui che a dicembre 2018 ha preso il via uno dei più grandi sgomberi della storia della città: quello della ex fabbrica della Penicillina, abitata abusivamente da centinaia di migranti irregolari. E adesso c'è chi teme che anche l'immobile di via del Frantoio possa trasformarsi in una zona franca.

È il caso della signora Antonietta, 56 anni, residente nei palazzoni popolari che affacciano sull'ex centro di accoglienza. È stata lei una delle prime a notare il viavai di stranieri che, approfittando di un varco nella recinzione, stanno pian piano colonizzando la struttura. "Le mie finestre - ci racconta - danno proprio su via del Frantoio". "L'andirivieni è iniziato già da qualche giorno, non saprei dire di quanta gente si tratta, né di quale sia lo stato dei locali perché ho paura ad avvicinarmi", spiega. "Nessuno di loro indossa la mascherina", annota preoccupata Antonietta. "Accanto all'ex centro di accoglienza - prosegue - c'è anche un asilo nido, l'unico della zona". La donna ha documentato la situazione con foto e video che hanno fatto il giro delle chat del quartiere.

C'è chi ha paura che la struttura possa trasformarsi in "una bomba sanitaria" e chi, invece, parla di un film già visto: "Ce li ritroveremo di nuovi tutti sotto casa a bivaccare, e ricomincerà la stagione del coprifuoco". Marco Continisio, presidente dell'Associazione Tiburtino III millennio, ci conferma al telefono la versione dei residenti. "Lunedì pomeriggio ho effettuato un sopralluogo - racconta - ed ho visto con i miei occhi gruppetti di africani, carichi di buste e borsoni, che attraversavano la recinzione da un foro creato dietro alcuni alberi". L'appello, quindi, è a fare presto "prima che la situazione diventi fuori controllo".

Continisio non è stupito. È amareggiato: "A distanza di anni dalla chiusura dei presidi umanitari, nonostante le promesse di riqualifica e messa al bando, da parte del presidente del IV Municipio Roberta Della Casa, i locali sono rimasti abbandonati e lasciati al degrado più totale". "In piena emergenza sanitaria, di certo i residenti non possono tollerare nuovamente l'arrivo di persone non identificate nel quartiere, e il clima sembra già essersi infuocato", avverte. E così, nei prossimi giorni, sembra siano destinate a montare nuove proteste "per scongiurare il rischio che al Tiburtino III nasca una nuova ex Penicillina".

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