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Bersani: ero spentoRinasco dopo la fine di una storia d’amore

Sulla copertina del disco, la sagoma di Samuele Bersani diventa un panorama urbano notturno. Ci sono tetti, balconi, facciate, simboli come l’orologio della stazione di Bologna, tragicamente fermo sulle 10.25, altri dettagli personali, ma quello che conta sono le luci accese dentro alle abitazioni. «In una prima versione erano spente, come quelle della mia testa fino a poco tempo fa», racconta il cantautore. Bentornato. Sceglie il giorno del 50° compleanno per presentare «Cinema Samuele», album che arriva a sette anni dal precedente. «Ho attraversato un momento privato che mi ha impoverito. Ho scritto così tanti sms per il cuore di qualcuno che non riuscivo nemmeno a scrivere più la lista della spesa, figuriamoci una canzone. Ero professionalmente spento».

Ci gira un po’ intorno, ma alla fine lascia capire che a scatenare il blackout è stata la fine di una relazione. «Ci avevo scritto anche un pezzo come “En e Xanax”, ci credevo di brutto dai... Gli unici due En e Xanax che conosco sono i miei, assieme dal 1966... Tutti abbiamo avuto botte così, un fulmine che taglia ogni certezza. Nei testi il buio torna in tanti momenti, il disagio c’è, ma prevale il taglio di luce sotto la porta». Il singolo «Harakiri» mostra il ritorno della luce e il cambiamento di prospettiva personale emerge da «Il tuo ricordo», dove la penna di Samuele fa uscire vincitrice la consapevolezza del presente sul dolore del passato con un testo che è una perla di naturalezza, così fluido da non fare pesare le gabbie della metrica e da portarti di fronte a un amico che si confessa.

Lavorazione travagliata. Passata per un fallimento a Ginostra («I musicisti mi hanno abbandonato dopo 24 ore: ero in lacrime davanti agli strumenti portati lì a dorso d’asino»), un anno a Milano e uno a Parma per scrivere le musiche, prima del ritorno a Bologna per finire i testi che raccontano di battaglie personali, dell’«elogio dell’amore universale» di due ragazze che si assomigliamo così tanto da essere chiamate «Le Abbagnale», di quella dipendenza dai social («Scorrimento verticale») che ha colpito anche lui, di ecologia e distanziamento emotivo («ma “Distopici” è nata prima del lockdown»). «Non ho avuto terrore di non riuscire più a scrivere perché mi era già successo, ma incontrare persone che mi chiedevano se avessi smesso di fare il cantautore non mi ha aiutato. Mi sono ritrovato pezzo dopo pezzo, ho ripreso a mangiare e a fare cose quotidiane che avevo perso, mi sono ricomposto come un mosaico».

La sua penna riesce a tirare fuori in una canzone più sentimento, emozione, divertimento, sorriso, leggerezza, di quanta ce ne sia nella top 10 di una settimana qualunque. E pensare che Daniele Ek, il fondatore di Spotify, ha detto che gli artisti non possono più pensare di pubblicare un disco ogni 3-4 anni. «Quel signore non fa parte della mia compagnia. Io sento che c’è fame di cose belle, di storie e di canzoni e c’è meno bisogno di reggaeton, trap (anche se io amo il rap, Salmo su tutti), o della fuffa dei talent. C’è però qualche realtà felice, ad esempio un esordiente come Fulminacci».

Il lockdown lo ha lasciato «inebetito» perché un problema a una gamba lo ha «bloccato al terzo piano senza ascensore e con un gatto», ha dato una nuova prospettiva a un brano come «Distopici (ti sto vicino)» nata prima della pandemia ma quasi profetico nel trattare il distanziamento emotivo, e ora gli impedisce «di suonare subito dal vivo». Sul live prevale l’ottimismo e allora ecco l’annuncio del tour teatrale che partirà il 18 aprile dagli Arcimboldi a Milano (27 Bari, 29 Catania, 3 maggio Bologna, 4 Roma, 7 Torino, 10 Firenze).

Il cinema, passione di Samuele «sin da quando a 12 anni vedevo Pasolini nei cineforum di Cattolica» o «quando a 14 fuggii di casa per andare a trovare Dario Argento», è finito nel titolo: «Una volta una ragazza mi fece un complimento dicendomi che scrivevo cortometraggi per non vedenti. E in effetti quando ascolto musica di altri lo faccio spesso a occhi chiusi e sull’interno delle palpebre mi si proiettano immagini». La regia del film di questo disco? «Non è una mia aspirazione. La affiderei ai fratelli D’Innocenzo: ho empatizzato con la loro visione, hanno un linguaggio nuovo».

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