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Bomba pensioni sul governo: possono cambiare gli assegni

Una pronuncia attesissima quella della Corte Costituzionale prevista per il prossimo 23 giugno, i cui effetti potrebbero rappresentare, per il sistema delle pensioni, una vera e propria bomba sulle casse dell'Inps e dell'erario.

La suprema Corte, martedì prossimo, difatti, dovrà decidere riguardo alla richiesta della Corte di Appello di Torino riguardante le pensioni di invalidità totale, ritenuta da giudici piemontesi troppo bassa e, pertanto, in violazione dei principi dettati dalla Costituzione che prevede nell’art.38 della che "Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale".

L'attuale normativa prevede, difatti, che le persone con un’invalidità al 100% di età compresa tra i 18 e i 65 anni, viene riconosciuto un assegno mensile dell’importo di 286 euro in caso di un reddito inferiore ai 16.982,49 euro. Si tratta di una cifra estremamente bassa, soprattutto se messa a confronto con altre misure di sostegno al reddito come il Reddito di cittadinanza, ma pur essendo a lungo dibattuto un eventuale aumento degli assegni pensionistici, tutto è rimasto fermo sino alla richiesta della Corte di Appello di Torino.

I giudici piemontesi hanno ritenuto la somma prevista dalla legge "insufficiente a garantire il soddisfacimento delle elementari esigenze di vita", in violazione del primo comma dell'articolo 38 della legge fondamentale del nostro Paese. Sulla base di questa posizione dottrinale la Corte di Appello ha ritenuto che non sia corretto che ci sia una tale differenza d’importo tra la pensione di invalidità (286,81 euro) e l’assegno sociale (459,83 euro) chiedendo alla Corte Costituzionale una pronunciazione di merito riguardo all’articolo 12, comma 1, della Legge del 1972 (e successivi aggiornamento) sugli invalidi civili che determina l’importo dell’assegno di pensione per gli invalidi civili totali.

Il punto ora, è quello di capire cosa succederà nel caso in cui la Corte ritenesse fondate le motivazioni addotte dai giudici di Torino. Difatti, questo presupporrebbe una modifica sostanziale degli importi stabiliti per legge con conseguenze per nulla trascurabili sulle casse dell’Inps soprattutto a seguito degli ultimi mesi, dove di soldi per CIG e misure di sostengo varie ne sono usciti davvero tanti.

Inoltre, una posizione favorevole all’aumento degli importi da parte dalla Corte rafforzerebbe le richieste di rivalutazioni degli assegni sulle pensioni, che è una delle battaglie portate avanti dai sindacati e che hanno provocato più volte dei momenti di tensioni tra parti sociali ed esecutivo. A sostengo di questa richiesta di rivalutazione ci sono anche molte sentenze tra cui quelle riguardanti le cosiddette “pensioni d’oro” e di cui Il Giornale.it si è già occupato.

Nel 2019 la Corte dei Conti del Friuli Venezia Giulia aveva accolto un ricorso presentato dal Cida (la Confederazione dei dirigenti), evidenziando che il prelievo sulle pensioni alte fosse una "decurtazione patrimoniale arbitrariamente duratura del trattamento pensionistico, con acquisizione al bilancio statale del relativo gettito".

Inoltre, anche il Tribunale di Milano, come già la Corte dei Conti, aveva ribadito, relativamente al prelievo forzoso su questi assegni pensionistici “alti”, la violazione dell'art.1 del Protocollo 1 della Cedu secondo cui : "Ogni persona fisica o giuridica ha diritto al rispetto dei suoi beni. Nessuno può esser privato della sua proprietà se non per causa di utilità pubblica e nelle condizioni previste per legge e dai principi generali di diritto internazionale".

Tutti questi fattori, messi insieme, potrebbero davvero provocare un salasso nelle casse già vuote dello Stato.

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