Europee 2019

Un esempio: la gestione dell’emigrazione è rimasta nelle mani dei governi che non hanno voluto riconoscere all’Unione poteri sovranazionali. Così hanno vinto gli interessi dei singoli Stati e non il bene comune.

Era il giugno del 1979 quando si tennero le prime elezioni del parlamento europeo. Mi trovavo a Bonn, capitale dell’allora Germania occidentale. Prestavo servizio all’Ambasciata d’Italia e mi toccò di partecipare all’organizzazione di quella consultazione elettorale: quale emozione essere testimoni attivi di quella che tutti consideravano un’occasione storica!

Allora l’Europa era una bandiera che tutti o quasi tenevano alta e volevano sventolare con passione. Si avvertiva un forte e convinto desiderio di vedere questo parlamento assumere più potere e divenire davvero uno degli assi portanti della costruzione europea, grazie alla quale, tra l’altro, i nostri lavoratori – e ce ne erano tanti in Germania – si erano visti riconosciuti gli stessi diritti dei cittadini tedeschi. In parallelo si cominciava a dissodare il terreno di quel grandioso progetto per i nostri giovani che sarà l’Erasmus. Nell’89 ero in servizio presso l’Ambasciata d’Italia a Madrid, in una Spagna che si era da poco integrata nell’Unione europea con autentico orgoglio e una decisa volontà di esserne un membro esemplare. Firmerà per l’Accordo Shengen nel ’91, un anno dopo l’Italia, partecipando con manifesto compiacimento a questa nuova conquista.

Gli sconvolgimenti delle cosiddette primavere arabe hanno visto l’Europa divisa e balbettante

Sono poi passato attraverso il processo della Partnership euromediterranea (Pem), una delle più ambiziose iniziative politiche di questa nostra Europa, lanciata nel ’95 con la Dichiarazione di Barcellona sulla scia della proposta italiana di Conferenza per la sicurezza e la cooperazione nel Mediterraneo. Ne ho condiviso la vastità dell’orizzonte strategico e la portata della grande sfida geopolitica che questo processo implicava e ho sofferto quando gli eventi degli anni seguenti ne hanno pesantemente contrastato l’evoluzione, da ultimo con gli sconvolgimenti delle cosiddette primavere arabe che hanno visto l’Europa divisa e balbettante tra la paura del terrorismo, la difficoltà di tracciare un minimo comune denominatore in materia migratoria e il fermentare delle crepe politico-sociali di una emergente disuguaglianza che le miopie collettive impedivano di percepire e a maggior ragione di governare.

È in quegli anni che si sono andati manifestando i drammatici limiti che l’impianto intergovernativo dell’Unione stava costruendo contro l’affermarsi di una politica estera comune degna di questo nome, malamente mascherata da un’incongrua rete diplomatica europea e poi dalla figura dell’Alto Rappresentante dell'Unione per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, due snodi utili solo o quasi solo a dare spazio alle ambizioni internazionalistiche di alcuni partner. E le conseguenze si sono fatte sentire in termini di carenza di ossigeno imposta al ruolo politico dell’Unione sullo scenario internazionale: a cominciare dal nostro intorno più prossimo dove la debolezza dell’Ue sta diventando quasi imbarazzante per allargarsi allo spazio planetario dove la latitanza dell’Unione sta facendo sintesi con la convenienza dei “grandi” della terra a diluirne il collante coesivo e in ogni caso a escluderla dal baricentro dei poteri globali, statali e non statali.

IL TROPPO SOVRANISMO HA INDEBOLITO L''AZIONE DELL'UE

Le sirene di Vladimir Putin, che certo ci preferisce divisi e più facilmente manipolabili, il contrattualismo di Donald Trump, che si vorrebbe nutrire di rapporti bilaterali a vantaggio del suo America first; l’abbraccio egemonico di Pechino filtrato attraverso co-interessenze di grande respiro strategico. Sono questi i nostri principali interlocutori/contendenti e l’Unione rischia di fare la parte del vaso di coccio. Sembra banale dirlo, ma penso che i Paesi europei non abbiano alcun interesse a offrirsi ai poteri forti del mondo quasi come vittima predestinata al sacrificio. L’Ue ha fatto errori anche gravi ed è del tutto comprensibile oltre che legittima la diffusa frustrazione con cui la si guarda, ma è necessario sottolineare che gli errori principali sono nati e sono stati alimentati dall’impianto intergovernativo che la caratterizza e non per l’eccesso di “unionismo” o, se si preferisce, per la troppa sovranità concessa. Un esempio per tutti: la gestione dell’emigrazione è stata fallimentare - e per noi penalizzante - perché è rimasta nelle mani dei governi che non hanno voluto riconoscere all’Unione una competenza sovranazionale in materia. Lo stesso dicasi per il fisco, per la sicurezza e per la difesa.

L’Unione ha forse bisogno di passare attraverso questo confronto interno per ritrovare le ragioni di una ripresa di impegno in cui il servizio ai cittadini risulti più evidente

Paradossalmente gli anti-europeisti, così come i cosiddetti euro-scettici, affermano il contrario ma in realtà puntano a lasciare le cose come stanno adesso, cioè affidate alla unanimità dei voti e dunque al massimo ribasso possibile, scannandosi in difesa del rispettivo “particulare”. Quindi un’Unione paralizzata dalla somma degli egoismi nazionalistici. E lo fanno evitando come la peste la prospettiva di un’Ue a geometria variabile, che contenga un nucleo ristretto di quei Paesi che vogliano scommettere su un futuro di maggior competitività globale e dunque di benessere e lasciare che gli altri restino più a meno come stanno adesso. In attesa che la realtà delle cose si imponga.

Un’ultima considerazione: se è vero che la crescita delle formazioni nazionalistiche/scettiche/populiste è stata determinata dagli errori/omissioni della dirigenza europea, è anche vero che l’Unione ha forse bisogno di passare attraverso questo confronto interno per ritrovare le ragioni di una ripresa di impegno in cui il servizio ai cittadini risulti più evidente e dimostrabile. Il momento è nevralgico, assai più che nel ’79 e assai più che nella svolta rappresentata dal Trattato di Lisbona entrato in vigore una decina di anni addietro. Perché segnerà il verso della marcia futura dell’Unione e dunque dei suoi Stati membri. Italia in testa che per tante motivazioni geopolitiche ha forse più bisogno degli altri di una Unione coesa e lungimirante.

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