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Italy

Ci piace troppo ma… non è la Prima

di Alessandro Turci


La prima della Scala, trionfo di sacre banalità. Puccini era un genio: proprio geniale da dire. La Scala è il tempio della lirica. Mai sentita questa. Palco Reale delle grandi occasioni e loggionisti in agguato. Haute couture e protesta sociale alle uova. Una liturgia conclamata: di “prima” non ha nulla, di già visto tutto.

La Prima non apre la stagione. O meglio, la apre e la chiude nello stesso giorno. Dopo il 7 dicembre, e fino all’anno successivo, la Scala torna alla sua vita quotidiana, quella di un salotto privilegiato che si finge popolar-verdiano, ma in realtà è un’esclusiva Image debussyana.

Per le austere leggi economiche, le stesse che han forgiato generazioni di floride dinastie meneghine, solo la Prima regge alla logica mercantile della domanda e dell’offerta. Il resto del cartellone lo dobbiamo alla generosità di una finanza privata - sartoriale e poliglotta tutto l’anno – e del suo socio, la mano pubblica, che in zona Piermarini sa diventare addirittura elegante.

Questo Teatro trascende sovrintendenti e direttori musicali, regie e coro (ah, il coro! Un anno, subito dopo la Prima, cantò in borghese un intero Don Carlo, sfigurato e inguardabile. Intanto la Prima – cioè la sola che conta – l’aveva sindacalmente salvaguardata).

La Scala, come un pianista geniale, ha libertà di pronuncia. Crea modelli e li distrugge, con la forza di una sola notte. Piccolo Teatro immenso, parla la lingua internazionale di chi viene a rendergli sacrosanto omaggio, e il domestico-dialetto dei suoi uffici di relazioni esterne che hanno la spocchia del maggiordomo zelante in assenza del Padrone.

D’altronde qui il padrone è sempre pro tempore e aleggia. E poi chi sarebbe? Toscanini, la meteora Cantelli, Abbado (cioè Cantelli tredici anni dopo…), Muti? Senza dimenticare il Mito: Maria Callas, Luchino Visconti, Keith Jarrett.

A Madonna invece han detto no. Voleva portare il suo “Madame X” in tournée quest’anno, ma il diniego è stato assoluto. Il coro in borghese invece sì. E l’applausometro? Anche sì. La Scala parla un alfabeto tutto suo, cioè un rubato che lontano da questo palcoscenico perde di senso mentre qui fa modello, diviene canone. E’ il suo segreto, impalpabile e dogmatico.

Ma chiediamoci: se San Siro è la Scala del calcio, vuol dire che la Scala è il San Siro della lirica? Ricordo ancora la telefonata che ricevetti, un 8 dicembre di tanti anni fa, da parte di un grande critico schivo, Alfredo Mandelli, che aveva ascoltato la Prima alla radio (“come ai tempi di Radio Londra…”, disse sorridendo) perché il 7 – io lo imparavo quel giorno – a Teatro quasi non c’è posto per chi “sente” la musica.

E questo risponde alla domanda speculare: certo che sì. Fischio d’inizio. In fondo la Prima non è altro che Recondita armonia/di bellezze diverse!

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