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Coronavirus, i pandemic bond sono un flop: ecco perché

Anche la finanza, in teoria, sarebbe coinvolta nella partita contro la diffusione del coronavirus ed aiutare i Paesi con più contagiati e vittime. Lo strumento, istituito nel 2017 dalla Banca mondiale in seguito all’epidemia di Ebola che aveva provocato nel solo continente africano 11.000 morti, ha un nome che dice già tutto: pandemic bond, ossia prestiti, sottoscritti da grandi investitori internazionali (Bloomberg cita fra questi Amundi, Invesco o Baillie Gifford), per sostenere i Paesi colpiti in caso di gravi emergenze sanitarie, come quella che sta colpendo oggi la Cina ma anche in parte l’Europa.

La Banca mondiale tre anni fa ha emesso pandemic bond per un totale di oltre 320 milioni di dollari (divisi in due classi da 225 milioni, la A, e da 95 milioni, la B): una somma alta, anche per dimostrare la vicinanza dello spietato mondo dei mercati rispetto a problemi che possono improvvisamente travolgere la vita reale di uno o più Paesi nel mondo. Tuttavia questi titoli, che funzionano con lo stesso meccanismo delle assicurazioni contro le catastrofi naturali ed hanno rendimenti elevati (fino al 14%), non stanno facendo il loro lavoro, per motivi che derivano dai parametri stabiliti per far scattare il pagamento: se i morti sono troppo “pochi”, come avvenne nel caso della seconda epidemia di Ebola nel 2018 (quando pure le vittime furono oltre 2.000, ma solo in un Paese che era il Congo), il bond non viene nemmeno liquidato.

Secondo il programma Pandemic emergency financing facility (Pef) infatti, o si soddisfano determinati requisiti o non viene attivata l’erogazione di fondi. Secondo il regolamento di emissione, ci sono due condizioni per l’allocazione dei fondi. Da un lato, deve essere dichiarata dall’Oms una pandemia a livello globale; dall’altro, devono esserci almeno 250 decessi nel Paese di origine dell’epidemia e almeno 20 defunti in un secondo Paese. Ad oggi, come era stato per l’Ebola in Africa, non sono soddisfatti questi requisiti. Una situazione paradossale, frutto di un’architettura normativa assurda e poco incline a comprendere le reali esigenze dei Paesi colpiti. Nel caso del Covid-2019 comunque, questi limiti dovrebbero purtroppo essere oltrepassati: la Cina conta già oltre 2.700 vittime e la Corea non è lontana dalle 20, senza contare che ci sono centinaia di contagi in Paesi europei tra cui l’Italia e il Giappone.

Al di là del paradosso per il quale bisogna quasi sperare in un alto numero di morti e di Paesi colpiti per accedere al finanziamento d’urgenza, un altro motivo di disfunzione del pandemic bond e che di urgente quel finanziamento ha ben poco: i fondi, oltre ad essere relativamente scarsi ed incerti, vengono sbloccati solo dopo 12 settimane dall’inizio dell’epidemia, quando francamente potrebbe quasi essere troppo tardi per intervenire. Nel caso del coronavirus, la cui natura di epidemia è stata dichiarata dall’Oms solo poche settimane fa, significherebbe che il bond sarebbe liquidato solo a primavera inoltrata quando l’emergenza – si spera – sarà già stata superata (quanto meno nei Paesi ad oggi più colpiti).