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Coronavirus, il comandante che smista le bare: «Il Nord è pieno, vado in Toscana»

«Ora cercherò in Toscana… l’Emilia è piena, ho chiesto a Ferrara, a Bologna, nulla… stessa cosa in Piemonte anche se hanno dissequestrato il forno di Biella ma lì ci mettono quelli di Trecate e sono tanti… In Veneto il forno di Vicenza è scoppiato… Ho portato alcune bare due giorni fa a Gemona, in Friuli, ma adesso devo per forza spostarmi verso il Centro Sud».

Paolo Storoni non è un impresario di pompe funebri. È il comandante provinciale dei carabinieri di Bergamo, un colonnello che arriva dai reparti speciali dell’Arma. Si occupava di criminalità organizzata, narcotraffico, omicidi, rapine. Da quando è esplosa l’emergenza è l’addetto allo smistamento delle bare della provincia più martoriata d’Italia: 1.878 decessi. Una cupa, inesorabile, tragica processione di casse e di camion dell’Esercito che corrono per l’Italia destinate alla cremazione.

Qual è la situazione comandante?
«Bergamo è una provincia in grande trambusto, che paga un ritardo nelle risposte all’emergenza. Quanto alle bare, delle quali mi sto occupando personalmente con il coordinamento della Prefettura, la situazione è critica perché il forno crematorio di Bergamo non ce la fa a smaltire l’impressionante richiesta. Siamo a circa mille funerali in un mese contro una media di cento. E non è facile trovare posto nelle altre strutture del Nord. Mi trovo a dirigere un drammatico traffico di bare, come un vigile che indica la giusta direzione. Serve questo aiuto perché i Comuni della Bergamasca sono andati in panne».

Quante ne avete portate via con i camion?
«Noi militari, cioè carabinieri ed Esercito, fino a ieri abbiamo fatto quasi 400 trasferimenti, un conto al quale non si riesce star dietro. Il fatto è che molte famiglie ora chiedono la cremazione e il sistema non è pronto ad assorbire numeri così imponenti. Il nostro lavoro è accompagnare con pietas i corpi di questi nostri concittadini come se fossero i nostri cari. È gente che in molti casi conoscevamo».

E le imprese di pompe funebri?
«Si tratta di una criticità sotto vari aspetti. Da una parte hanno avuto un alto numero di contagi che li costringe a lavorare a ranghi ridotti, in una grave situazione. Dall’altra abbiamo scoperto comportamenti poco corretti da parte di alcune agenzie. Ne abbiamo fermate tre che volevano portar via le bare con mezzi di fortuna. Sono stati denunciati. In altri casi abbiamo notato un aumento dei prezzi. In questi frangenti emerge la nobiltà d’animo di alcuni e la bestialità di altri».

Altri problemi?
«C’è quello dei farmaci che non arrivano perché i corrieri hanno ancora delle difficoltà con le maestranze malate o in sciopero. C’è il problema della carenza di bombole d’ossigeno per chi sta a casa: ai 400 malati cronici si sono aggiunte mille persone. E c’è quello delle persone anziane».

Cioè?
«Molti anziani sono soli, soprattutto nei paesini di montagna. C’è chi è in quarantena e se ne deve stare a casa, c’è chi ha perso il marito o la moglie e si è ritrovato senza nessuno, poveri, e chi ha familiari che non può andare a trovare perché a loro volta sono in quarantena. All’inizio dell’emergenza è successo poi che diverse famiglie hanno portato i nonni nelle case di paese per paura del contagio».

La vicenda che l’ha più toccata?
«Quella della famiglia del mio collega Claudio Ponzoni, morto a 46 anni di coronavirus. Nel giro di due settimane la moglie ha perso il padre, che viveva con loro, e poi lui. È rimasta sola con la loro bambina di 10 anni, senza nessuno. Nei giorni dell’agonia di Claudio l’unico punto di riferimento della moglie ero io. Lei (37 anni, ndr) era in quarantena e chiamava me per sapere di lui. Quando Claudio è morto mi ha chiesto il favore di andare a casa loro per dirlo alla bambina. Anzi, per confermarlo perché la piccola non voleva credere alla mamma. Non dimenticherò mai quegli occhi. Alla fine, la bimba mi ha regalato pure un disegno. Sono ancora così, in quarantena, sole».

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