Il 12 novembre scorso Roberto Battiston aveva azzardato una previsione, o meglio, per dirla da scienziato, una proiezione: “Il picco nazionale dell’epidemia sarà raggiunto il 27 novembre”. Oggi, 26, può rivendicare di averci azzeccato. Ma ci tiene di più a mettere in guardia gli italiani e la politica: “Aver raggiunto il picco non significa che siamo fuori dall’epidemia, ma anzi che siamo nella fase più acuta. Guai ad allentare la guardia. Anche perché se i dati complessivi indicano l’inizio di una discesa, ci sono regioni italiane ancora lontane dal picco”.

Battiston, ex presidente dell’Agenzia spaziale italiana e oggi professore di fisica all’Università di Trento, basa le sue proiezioni su due curve: il totale degli infetti attivi e il tasso di crescita degli infetti attivi (vale a dire la rapidità con cui cambia la prima curva).

Professor Battiston, siamo dunque oltre il picco che lei aveva previsto?
“Sì a livello nazionale è stato raggiunto il massimo degli infetti attivi. Ma ho applicato lo stesso tipo di analisi alle ospedalizzazioni e ai ricoveri in terapia intensiva. In entrambi i casi il picco è stato raggiunto qualche giorno fa”.

Se dal dato generale si scende nel dettaglio delle singole regioni, cosa si vede?


“La premessa è che queste valutazioni sono affidabili a patto che i dati forniti dalla Protezione Civile a livello regionale siano completi. Lo sono certamente per la Lombardia, dove si può dire con certezza che il picco degli infetti è stato raggiunto il 19 novembre, il picco degli ospedalizzati il 23, il picco delle terapie intensive il 24. E la Lombardia, come sappiamo, pesa molto nel bilancio complessivo dell’epidemia italiana”.

E le altre zone del Paese come stanno?


“L’Emilia Romagna arriverà al picco degli infetti attivi verso l’8 dicembre, mentre dovrebbe raggiungere quello delle ospedalizzazioni e delle terapie intensive entro un paio di giorni. Questo significa che le autorità sanitarie locali hanno la situazione sotto controllo. Il Piemonte ha invece raggiunto il picco qualche giorno fa, quello delle terapie intensive, per esempio, il 21 novembre. Mentre in Veneto sta ancora crescendo il numero degli infetti: la salita dovrebbe però arrestarsi in due o tre giorni”.

Sembrano tutte buone notizie.


“Lo sono, ma solo se le misure di contenimento del virus rimarranno quelle attuali. Poi però ci sono regioni ancora molto lontane dal picco”.

Quali sono?


“Abruzzo, Basilicata, Sicilia, Sardegna, Puglia. Le proiezioni ci dicono che lì il picco si potrebbe raggiungere sotto Natale, anche se a un mese di distanza la precisione del modello rischia di essere minore. In queste zone del Paese l’epidemia sale ancora, Rt scende troppo lentamente, con frequenti oscillazioni, segno che qualcosa non sta funzionando”.

Sono però regioni che, in termini di contagi, hanno valori assoluti relativamente piccoli. C’è da preoccuparsi lo stesso?


“Sì, perché anche un picco basso può mandare in tilt un sistema non preparato o allo stremo. Dobbiamo tener presente che rispetto alla prima ondata in Italia c’è un 30% in più di ospedalizzati”.

Alle luce di questi numeri come valuta le ipotesi di riapertura: delle scuole, delle piste da sci, dei negozi per lo shopping natalizio?


“Ripeto che siamo sul picco della seconda ondata e dico che si sta scherzando con la dinamite. E’ come se nel pieno del picco dell’altra volta, a fine aprile, quando c’erano 110mila infetti attivi, ci avessero proposto di riaprire. E infatti si è riaperto a giugno, quando gli infetti erano scesi a un decimo. Oggi, è bene ricordarlo, gli infetti attivi sono più di 800mila. Se all’epoca riaprendo si rischiava una nuova fiammata di contagi, stavolta si provocherebbe un’esplosione”.