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Coronavirus, l’inerzia e l’isteria quando va in pezzi l’idea di modernità

È questo il modo in cui finisce il mondo. Non con uno schianto ma con un lamento. Ora che è arrivato, ora che lo spaventoso coronavirus è tra noi, tornano in mente i versi del poeta. E se la fine non si manifestasse tramite la deflagrazione roboante di una esplosione micidiale ma si insufflasse in noi, silenziosa, vaporosa e inavvertita come lo è la letale vita infinitesimale dei microrganismi? Se non si annunciasse con un tuono assordante ma con un semplice, distratto colpo di tosse? Ce lo chiediamo in questo primaverilemese di febbraio dell’anno duemilaventi nei nostri comodi letti insonni dei nostri accoglienti appartamenti d’Occidente. Siamo al sicuro, siamo protetti, siamo ben coperti e, forse, proprio per questo, tremiamo al pensiero di una morte che giunga come ospite inatteso, subdola o violenta, comunque improvvisa, sbalorditiva, quasi inconcepibile.

Ma, se facciamo mente locale, scopriamo, poi, che ce lo stiamo chiedendo, in verità, da parecchi decenni. Ogni volta la minaccia ci appare inaudita, senza precedenti ma, poi, se peschiamo nella nostra memoria ci accorgiamo che la nostra intera esistenza è stata scandita dagli allarmi di un’imminente fine dei tempi. Da bambini abbiamo sognato i terrificanti funghi atomici dei film sull’apocalisse termonucleare; da ragazzi degli anni ’80, quando è finalmente giunto il nostro turno di godere delle gioie sfrenate dischiuse dalla rivoluzione sessuale, arrivò l’Aids a frustrare i nostri ardori; da adulti, infine, è stata tutta una sequela di mucche pazze, pesti suine, tsunami, attentati terroristici e Sars a guastare i nostri giorni di figli prediletti della storia umana.

C’è, infatti, in questi ricorrenti stati d’allarme collettivo qualcosa che non torna. Noi, cittadini del prospero e medicalizzato Occidente, apparteniamo, dati alla mano, al pezzetto di umanità più agiata, sana, sicura, protetta e longeva che abbia mai calcato la faccia della terra, eppure sembriamo la più impaurita, insicura, isterica. Noi nati, cresciuti e pasciuti nel più lungo periodo di pace e prosperità che la storia ricordi, noi che sappiamo tutto (o che crediamo di sapere tutto), siamo poi pronti a prestar orecchio alla diceria del primo untore che passa, siamo la più facile preda di angosce da fine del mondo imminente. Si direbbe proprio che, nell’era d’Internet, non sappiamo vivere senza un’apocalisse all’orizzonte.

Giunti a questo punto un chiarimento è d’obbligo: non sto affatto suggerendo che l’epidemia in corso non rappresenti un pericolo reale. Non sono in grado di valutare il rischio sanitario del coronavirus (Covid-19) e, dunque, mi rimetto totalmente alla scienza e invito tutti i lettori a fare altrettanto. Sto soltanto notando che nella nostra psicologia collettiva ogni seria minaccia al nostro benessere o, addirittura, alla nostra stessa sopravvivenza, tende a polarizzarsi agli estremi. La nostra risposta a essa, sia che lo spettro della fine declini il paradigma apocalittico nella forma della catastrofe violenta sia che lo declini in quella dell’agente patogeno, oscilla quasi sempre tra la scrollata di spalle («è solo un’influenza come tante») e la disperazione paranoide («siamo tutti fottuti»).

Questo immaginario globale isterizzato ci dice che la modernità ha fallito: quasi nessuno, purtroppo, crede più nel suo glorioso progetto di previsione e controllo, nelle magnifiche sorti e progressive. Ma ci dice anche un’altra cosa: non siamo più capaci di equilibrato, adulto, «sano» rapporto con la morte. Il nostro destino di morenti non trova più codici culturali capaci di elaborarlo e affrontarlo ponendoci all’altezza del compito assegnatoci dalle tante minacce letali che gravano sulle nostre vite e sul nostro mondo.

La storia naturale è una storia di estinzioni. La storia umana è racconto di calamità ed epidemie devastanti. Anche senza voler risalire alle pestilenze medioevali o seicentesche, basterà ricordare che in soli due anni, tra il 1918 e il 1920, l’epidemia d’influenza «spagnola» fece decine di milioni di morti in tutto il mondo. Anche in Italia, ai tempi dei nostri nonni, non ci fu famiglia che non ebbe una vittima. Eppure, nemmeno allora venne la fine del mondo.

Insomma, se la minaccia è seria — soprattutto quando la minaccia è seria — sarebbe il caso di evitare sia l’inerzia sia il panico, sia la facezia comica sia il melodramma. Ma per far questo, dopo decenni di malintesa e malriposta euforia edonistica, in Occidente dovremmo ricostruire una coscienza collettiva della finitudine umana, una cultura della morte. Ed è un processo lungo, faticoso e lungo.