Italy

Coronavirus: «Noi, donne e medici nell’emergenza, nate per fare questa vita»

Storia di tre medici che lavorano in prima linea, nelle zone dei focolai, impegnate al 118 e al pronto soccorso, rappresentano la Simeu. la società italiana di medicina emergenza-urgenza. Trentacinque anni, senza figli, fin da giovani hanno scelto di specializzarsi in queste cure

di Margherita De Bac

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Federica, «cresciuta sulle ambulanze»

«Ragazzi, sono di centrale operativa», avverte i colleghi impegnati nelle altre stanze Federica Stella, 35 anni, medico del 118 con sede operativa a Mestre, Ausl Serenissima. Metà dei turni li vive al telefono, per organizzare gli interventi e scegliere le priorità di soccorso ai pazienti. L’altra metà a bordo di un’automedica, a supporto delle ambulanze che si muovono sul territorio in caso di codice rosso. Con lei un’infermiere. Sono questi i momenti in cui Federica apprezza la sua caparbietà di studentessa determinata a entrare nella scuola di specializzazione di medicina di emergenza-urgenza. Con le due colleghe di cui raccontiamo la storia in questo servizio è uno dei volti giovani di Simeu, la società italiana di medicina di emergenza-urgenza. «Non è un lavoro che capita perché magari non hai niente di più facile da fare. Lo devi desiderare. Una vita faticosa ma meravigliosa, non la cambierei per niente al mondo». Fin da giovane aveva in testa questo pallino, a 18 anni già volontaria della Croce Verde di Padova. «Sono cresciuta sulle ambulanze», traccia la linea portante della sua biografia al termine di un’altra giornata intensa, mentre si accinge a preparare la cena nell’appartamento dove abita a Padova, auto-isolata dal compagno, niente figli: «Cucino molto, per rilassarmi quando torno a casa. Sarò sicuramente ingrassata e cerco di compensare allenandomi col personal trainer su skype». Dei malati di Covid le resta impressa la comune espressione di spaesamento che hanno negli occhi, come se aspettassero da lei la risposta a un perché: «Ogni intervento mi lascia qualcosa dentro. Di questo periodo non dimenticherò mai l’inversione del comportamento della popolazione nei nostri confronti. Siamo stati oggetto di violenza, bersagli dell’insoddisfazione nei confronti di una sanità non sempre all’altezza delle aspettative. Per la prima volta da quando ho cominciato raccolgo la gratitudine delle persone. Ci voleva questo virus per fargli capire che ci siamo e ci siamo sempre stati. Noi non siampo cambiati, io non voglio cambiare e spero che quando tutto sarà finito continueremo ad apparire agli occhi di tutti quelli che siamo. Non angeli, immagine retorica, ma grandi professionisti, gente che ha scelto questo mestiere perché ci crede. Come me».

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