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Cosa è successo nelle Rsa, il rapporto finale dell’Iss sul coronavirus

Mentre la morsa del Covid si allenta, rimane aperta la ferita delle residenze sanitarie (Rsa), dove negli ultimi tre mesi sono morti troppi anziani, lontani dalle proprie famiglie che ora protestano chiedendo di poter far visita ai loro familiari malati, isolati da oltre 3 mesi: con tutte le misure di sicurezza del caso, naturalmente.

Sul tavolo delle procure ci sono diverse inchieste, ma intanto è arrivato il report finale dell’Istituto superiore della Sanità sull’indagine nazionale sul contagio nelle strutture residenziali e sociosanitarie, svolto in collaborazione col Garante nazionale delle persone private della libertà personale.

E i dati non sono confortanti.

Dall’inizio dell’epidemia di Coronavirus sono morte 9.154 persone nelle 1356 Rsa italiane consultate, con una maggiore incidenza in Lombardia, Piemonte e Veneto.

Di questi, 680 erano risultati positivi al tampone, mentre 3.092 avevano sintomi simili a quelli dell’influenza, cosa che non può quindi fare escludere che diversi di loro avessero un’infezione da coronavirus, visti i sintomi molto simili.

Per essere precisi, però, secondo il rapporto, solo il 7,4% dei decessi nel corso del periodo preso in esame, dal 1 febbraio al 30 aprile, può essere legato con certezza al Coronavirus, essendoci stato riscontro con tampone, mentre il 33,8% dei casi riguarda decessi di persone che avevano sintomi simili all’influenza, alle quali però non è stato possibile effettuare un test.

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L’indagine finale dell’Istituto superiore della Sanità rivela quindi risultati, che non fanno altro che confermare un tasso significativo di morti riconducibili alla covid-19, come del resto era stato segnalato da diverse strutture con un incremento di decessi rispetto agli scorsi anni.

Lo studio

L’ISS, in collaborazione con il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, ha inviato un questionario contenente 29 domande a 3.417 RSA in tutta Italia, ricevendo risposta da 1.356 strutture (41,3 per cento di quelle contattate). La maggior parte delle risposte è arrivata da Lombardia, Piemonte, Toscana, Veneto ed Emilia-Romagna, tra le regioni maggiormente interessate dall’epidemia.

Complessivamente, le 1.356 RSA avevano 97.521 ospiti all’inizio di febbraio, con una media di 72 residenti per ogni struttura.

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La suddivisione per provincia mostra come in alcune zone il tasso di mortalità sia stato particolarmente alto. Nei primi tre posti ci sono Bergamo, Cremona e Lodi, tutte province della Lombardia e con un tasso di mortalità con sintomi oltre il 10 per cento.

Del resto nelle RSA vivono per lo più persone anziane e con diversi problemi di salute, quindi a maggior rischio di sviluppare sintomi gravi dovuti alla COVID-19.

Il questionario ha chiesto anche quali fossero le maggiori difficoltà incontrate nei mesi di emergenza sanitaria, per capire che cosa abbia contribuito alla diffusione del contagio nelle strutture e ad alcune inefficienze.

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La difficoltà più sentita (segnalata dal 77,2 per cento dei partecipanti) è stata la mancanza di dispositivi di protezione individuale adeguati per assistere gli ospiti e per evitare i contagi tra il personale e altri residenti.

Oltre la metà ha poi segnalato di avere avuto grandi problemi nell’ottenere che fossero eseguiti i tamponi sugli ospiti, in modo da identificare e isolare velocemente gli infetti. Ma anche la mancanza di un numero sufficiente di operatori, senza dimenticare la scarsa informazione dalle istituzioni sanitarie.

Circa il 21 per cento delle RSA partecipanti al questionario ha segnalato di avere rilevato almeno un caso positivo tra il proprio personale, con marcate differenze a seconda delle aree geografiche. I dati variano molto anche per le scelte adottate dalle ASL e dai distretti sanitari sulle modalità per eseguire i tamponi.

Infine molti hanno lamentato di ospiti malati non trasferiti, causando inevitabilmente il contagio di altri residenti e tra il personale che forniva loro assistenza. E, ovviamente, il mancato isolamento dei pazienti infetti, pratica fondamentale e  raccomandata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) soprattutto nelle strutture dove si trascorre molto tempo al chiuso e si condividono gli stessi spazi, come avviene appunto negli ospedali e nelle RSA.

E proprio nelle case di riposo sono stati riscontrati alcuni problemi non solo nell’identificare gli infetti, ma anche nell’isolarli a causa della scarsa disponibilità di spazi o di aree non adeguate.

Il 7,7 per cento delle strutture ha segnalato di non avere potuto isolare i pazienti, mentre il 30,7 per cento potuto solo raggruppare gli infetti nelle stesse stanze, riorganizzando la loro collocazione. Il 48,1 per cento delle RSA ha potuto dedicare stanze singole agli infetti (verificati o sospetti).

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