Italy

Cosa succede se c'è la crisi: un esecutivo elettorale per arrivare fino a settembre

«Wait and see», traducibile (meno elegantemente) con il «calma e gesso» che pronunciano i giocatori di biliardo quando devono fare un tiro difficile e prendono tempo strofinando con il gesso la punta della stecca. Ecco la sintesi che esce dal Quirinale per descrivere l’approccio di Sergio Mattarella alle fasi di altissima tensione politica come quella attuale, con il governo in bilico. Una laconicità che spiega perché da lassù sia calato il silenzio, mentre appunto «si aspetta di vedere» quale sarà il punto di caduta nella sfida aperta da Matteo Renzi contro il premier Giuseppe Conte.

Sabato pareva che dovesse scattare una tregua di medio termine, per permettere anche ai contendenti di concentrarsi sulle nomine pubbliche, partita cruciale. Ma sul Colle, in attesa di una controprova, non ci stanno credendo troppo. Lo scenario di un armistizio e di una ripartenza dell’esecutivo con questa stessa maggioranza è infatti subordinato all’ipotesi che il leader di Italia viva intenda davvero interrompere la sua asfissiante tattica di logoramento: da alleato/avversario. Il che ancora non sembra alle viste. Del resto, lo stesso Mattarella non saprebbe forse come interpretare le mosse di Renzi, dato che non ha più avuto un faccia a faccia con lui dai tempi del governo Gentiloni.

Scontato comunque che, nell’incertezza generale, tanti abbiano almanaccato ieri sui contenuti dell’ultimo colloquio tra premier e capo dello Stato. Azzardando persino dei botta e risposta che hanno destato «stupore» (cioè irritazione) al Quirinale, costretto a una delle sue rare smentite. Ora, è ovvio che Conte abbia illustrato il quadro di destabilizzazione progressiva di cui è vittima da parte di Iv e che si sia anche detto convinto di avere qualcuno pronto a sostenerlo, in quel partito. Per nulla ovvio, invece, che Mattarella si sia esercitato con l’interlocutore in una contabilità parlamentare, vagheggiando magari futuribili cambi di maggioranza. O che si sia spinto a condividere l’idea di mettere insieme un gruppo di «responsabili» su modello di quello creato nel 2013 da Alfano, quando si staccò da Berlusconi per salvare la legislatura, dando vita a Ncd.

Certo, con quel che sta accadendo, ogni scenario è possibile e valutabile. Anche per il presidente. Purché trovi sbocchi costituzionalmente accettabili in Parlamento e lasci il Quirinale fuori da negoziati e contese. Questo presidente della Repubblica non è uomo da manovre coperte. E ha lasciato intendere già in agosto, quando questo esecutivo è nato, che la formula di governo giallorossa è l’ultima praticabile, e che se fallisse (magari per un incidente in Aula) resterebbe solo il voto. Non prima di settembre, però, considerando l’ingorgo di adempimenti prodotto dal referendum di fine marzo. Alle urne ci si andrebbe, quindi, con un nuovo governo. Elettorale.