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Da Buffon a Gattuso, quelle urla come gadget del silenzio

ROMA - Il tifoso è virtuale, le urla sono autentiche. Via tv, una serata storica per il calcio, che sarebbe stato mille volte meglio vivere in modalità normale. Ma non si poteva: e allora via così. Al netto di un sacco di facezie e nefandezze, di quelle virtuali, ma ideali per far sobbollire i social (ormai una missione per chiunque allestisca qualcosa in tv, e quindi vale tutto e varrà sempre di più): al netto di questo, restano quelle urla nel silenzio, di tecnici, giocatori, Gattuso soprattutto, Buffon ancora di più. Non si capiva mai fino in fondo, da casa, cosa urlassero davvero, ma si intuiva la frenesia e l’incitamento, la rabbia o la gioia e tanto bastava per l’emozione, e non da poco, in più.

Succede, ovviamente, anche nelle partite normali e con il pubblico: ma oltre alla partita in chiaro, quindi gratis, il gadget di poter sentire Buffon che dà di matto è in senso tecnico valore aggiunto vero e proprio. Che siamo ansiosi di rimpiangere, va da sé, preferendo di gran lunga il pubblico che ruggisce e i telecronisti che cercano di sovrastare il boato: ma intanto questo c’è e questo ci prendiamo. Mai e poi mai, in condizioni normali, si sarebbe poi arrivati alla ciliegina sulla torta, finale. Ovvero Rino Gattuso che parla ai suoi a fine partita – subito rievocato ovunque Al Pacino nel celebre film -  e parla di consapevolezza di se stessi e di grinta e di veleno: soprattutto, ha appena trionfato e parla di futuro. Si è percepito qualcosa, dalla tv, anche di questo, telecamere e microfoni addosso, il rischio è che cose di questo genere vengano inserite nei contratti futuri tra calcio e pay-tv. Tanto ormai vale tutto.

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Quelle urla, e ricordarle, serviranno anche a smaltire l’incredibile sequenza di virtuosismi virtuali che la Lega Calcio ha escogitato per l’occasione (e il telecronista Rai ogni volta ricordava che era stata un’idea della Lega: forse a ingigantirne i meriti, più probabilmente a precisare che non era colpa sua, né della Rai). Come l’inquietante massa virtuale e fantasmatica che si agita senza interruzione sulle tribune – con chiaro effetto da mal di testa, a essere gentili: ma occhio, abituarsi a queste cose è un attimo.
Oppure le clamorose tabelle in sovrimpressione dedicate a “Pressione sugli attaccanti” e “Pressione sui centrocampisti”, che consistevano in due desolanti righe colorate che andavano su e giù senza che nessuno ci capisse alcunché – e soprattutto perché. Ma peggio di tutto, forse, chissà, gli spot a tradimento dello sponsor principale: che partivano a volume doppio rispetto agli spot normali, facendo sobbalzare di paura chiunque nelle case. A parte che non sarebbe consentito, trattasi di sotterfugio (in termine tecnico: pecionata) anni 90, un ridicolo salto all’indietro.

 

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