Italy

Emergenza agricoltura: impiegare disoccupati, stagionali o stranieri?

Modello italiano anche in agricoltura? Al contrario di quello che si può immaginare in questo caso il programma non si traduce con “prima gli italiani”, ma nel suo contrario, “prima gli stranieri”. Anche se in verità non viene presentato in questo modo dal Ministero alle politiche agricole, ma sarebbe “improprio” se lo fosse stato; la traduzione è tutta nostra. La questione è questa: dopo l’emergenza sanitaria per il Covid 19, come si sa, si è aperto un baratro nelle campagne di tutta Europa: per raccogliere frutta e verdure mancano almeno 300 mila lavoratori in Germania, 200 mila in Francia e 250 mila in Italia. Se non si trova una soluzione nei prossimi giorni è a rischio almeno il 40% della raccolta italiana, come sostiene la Coldiretti. Un disastro.

E veniamo così ai vari “modelli”. Francia e Germania, oltre ad aver prolungato i permessi di soggiorno agli immigrati già utilizzati in passato, (i tedeschi hanno chiuso gli accordi con Polonia, Bulgaria e Ucraina, pari a 80mila lavoratori), si orientano a usare anche la forza lavoro locale. L’Italia ha già prolungato i permessi fino al 15 giugno per gli immigrati extracomunitari, ma non è ancora riuscita a trovare un accordo con il Paese che ci fornisce il maggior numero dei braccianti, la Romania. E però sull’argomento “disoccupati locali” appare tiepida. Almeno a leggere la dichiarazione della ministra Teresa Bellanova in risposta agli assessori piemontesi, Elena Chiorino e Marco Protopapa, entrambi del M5stelle, che hanno avanzato la proposta. “Ma perché il governo, oltre a pensare a lavoratori stranieri, non valuta di coinvolgere in particolare gli italiani che hanno perso il lavoro a causa del coronavirus, e che non hanno alcuna tutela, e anche quelli che percepiscono il reddito di cittadinanza, ma che risultano inattivi?”, si sono chiesti e hanno chiesto. Come la Francia e la Germania, appunto.

“Il modello francese e quello tedesco sono modelli interessanti – ha risposto la ministra – ma io ho un’ambizione: quello italiano. Bisogna fare in modo che tanti stagionali di altri settori, come turismo e ristorazione, possano guardare al lavoro agricolo come un’opportunità di reddito”. Insomma bisogna coinvolgere gli altri stagionali della filiera agricola, che magari lavorano come camerieri o guide o altro, invece di impegnarsi a cercare braccianti nelle liste di quelli che al momento non hanno nessun lavoro. Almeno si capisce questo dalla risposta della ministra. E il progetto, bisogna riconoscerlo, è veramente “ambizioso”. Si potrebbe ricucire in questo modo in un unico programma tutti coloro che lavorano nella bella stagione, dai raccoglitori di pomodori, a quelli che lo portano in tavola, per fare un esempio banale. Non possiamo che augurarle tanto successo, sebbene non vediamo perché si consideri questo progetto alternativo all’utilizzo dei disoccupati locali. Si potrebbe fare l’una e l’altra cosa. Si vedrà. Nel frattempo l’unico argomento su cui non si può avere opinioni diverse è che il tempo è poco. I francesi hanno già ottenuto 60 mila risposte dai loro disoccupati che si sono dichiarati pronti a lavorare nei campi; e anche in Germania ciascun land sta organizzando il recupero di forza lavoro locale da dirottare nella raccolta, da aggiungere a quella degli immigrati. Mentre l’Italia, come accennato, non ha ancora raggiunto l’accordo con la Romania sulla sicurezza sanitaria degli oltre 100 mila braccianti che impieghiamo nella raccolta stagionale, un terzo di quelli necessari. La tiepida risposta da parte della ministra è possibile nasconda la preoccupazione di partecipare, non volendo, a una campagna anti stranieri camuffata da bene comune. Ma francamente non ci pare sia questo il caso. I disoccupati sono tutti uguali. Altrimenti si rischia un razzismo all’incontrario, quello contro il proprio Paese.

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