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Francesco attacca il potere clericale nella Chiesa: il messaggio quasi in sordina che lascerà il segno

"Nei tempi inimmaginabili" che stiamo vivendo a causa del Covid 19 è stato diffuso, quasi inosservato, uno dei testi di Francesco sulla missione cristiana che rappresenta una pietra miliare per comprendere il suo modo di pensare e vivere la Chiesa secondo il Vangelo. Appare evidente che il papa intende la riforma della Chiesa anzitutto come cambio di mentalità; passare da una prospettiva mondana autoreferenziale a una prospettiva di servizio.

Nel messaggio alle Pontificie Opere Missionarie (Pom) – rete di preghiera e di risorse sparsa in tutte le diocesi e coordinata da Roma - in occasione della loro assemblea annuale rinviata al prossimo anno causa coronavirus, colpisce un passaggio che invita a ripartire da capo con uno spirito libero per lavorare alla missione di annunciare il Vangelo. Resta questo infatti il primo compito affidato da Gesù agli apostoli prima di congedarsi da loro con l’ascensione.

“L’idea di una missionarietà autoreferenziale, che passa il tempo a contemplare e auto-incensarsi per le proprie iniziative, - chiarisce Francesco - sarebbe in se stessa un assurdo. Non consumate troppo tempo e risorse a “guardarvi addosso”, a elaborare piani auto-centrati sui meccanismi interni, su funzionalità e competenze del proprio apparato. Guardate fuori, non guardatevi allo specchio. Rompete tutti gli specchi di casa. I criteri da seguire, anche nella realizzazione dei programmi, puntino ad alleggerire, a rendere flessibili strutture e procedure, piuttosto che appesantire con ulteriori elementi di apparato la rete delle POM.

Ad esempio, ogni direttore nazionale, durante il suo mandato, si impegni a individuare le figure di qualche potenziale successore, avendo come unico criterio quello di segnalare non persone del suo giro di amici o compagni di “cordata” ecclesiastica, ma persone che gli sembrano avere più fervore missionario di lui”.

Meno apparati più comunità cristiana

Emerge qui un indirizzo di semplificazione liberante dalla burocrazia degli apparati. Un invito a vivere nelle comunità cristiane di oggi, nel presente della modernità, con il minimo strutturale e il massimo della fedeltà a Cristo che deve restare l’unico motivo della fede. Essere cristiani non vuol dire farsi una posizione o una rendita di vita, ma partecipare con entusiasmo a un progetto di annuncio per un mondo riscattato dall’odio, dall’indifferenza, dall’ingiustizia e dal disamore. Una disposizione d’animo di servizio, semplicità e fraternità possibili in ogni condizione sociale. E se questo significa “rompere gli specchi” cioè la tentazione di autocompiacimento, si deve fare in fedeltà al Vangelo.

La Chiesa infatti non viene formata e garantita dalle istituzioni e dalle persone, ma è anzitutto opera di Dio stesso alla quale collaborano i credenti. Basterebbe rispolverare questa verità per un esame di coscienza sulla distanza apparsa evidente in ogni secolo tra il pensiero di Gesù sulla Chiesa e il modo in cui è stata rappresentata e vissuta nel tempo. E’ la fede cristiana, infatti, scrive Francesco che proprio a partire dalla pandemia “mi appare ancora più feconda di suggestioni per il cammino e la missione di ognuno di noi e di tutta la Chiesa”. Il papa si spinge fino a indicare il “tratto genetico più intimo” della missione della Chiesa: “quello di essere opera dello Spirito Santo e non conseguenza delle nostre riflessioni e intenzioni. È questo il tratto che può rendere feconda la missione e preservarla da ogni presunta autosufficienza, dalla tentazione di prendere in ostaggio la carne di Cristo – asceso al Cielo – per i propri progetti clericali di potere”.  Che si tratti di un pensiero dominante di Francesco e non di un pensiero occasionale, lo dimostra il richiamo puntuale e articolato al documento programmatico del pontificato, Evangelium gaudium, con il quale ha reso pubblico il suo progetto di riforma profonda della Chiesa.

Insieme alla gioia della fede cristiana, il messaggio disegna le Pom nel tempo presente, ne indica i talenti da sviluppare, le tentazioni e malattie da evitare. Liberandosi dalle “formule vuote, dei “modi di dire”, dei convenevoli imposti dal conformismo ecclesiastico”. Il Messaggio è lungo, articolato, puntiglioso. Da un insieme che meriterebbe essere letto intero per parlare a proposito della riforma francescana della Chiesa, ne citiamo qualche spunto.

La Chiesa “non è una dogana, e chi in qualsiasi modo partecipa alla missione della Chiesa è chiamato a non aggiungere pesi inutili sulle vite già affaticate delle persone, a non imporre cammini di formazione sofisticati e affannosi per godere di ciò che il Signore dona con facilità. Non mettere ostacoli al desiderio di Gesù, che prega per ognuno di noi e vuole guarire tutti, salvare tutti”.

Soprattutto nel tempo in cui viviamo, “non si tratta di inventare percorsi di addestramento “dedicati”, di creare mondi paralleli, di costruire bolle mediatiche in cui far riecheggiare i propri slogan, le proprie dichiarazioni d’intenti, ridotte a rassicuranti “nominalismi dichiarazionisti”. Ho ricordato altre volte, a titolo di esempio, che nella Chiesa c’è chi continua a far riecheggiare con enfasi lo slogan «È l’ora dei laici!», ma intanto l’orologio sembra essersi fermato”.

La predilezione per i poveri “non è per la Chiesa un’opzione facoltativa”. Le organizzazioni autoreferenziali ed elitarie, “anche nella Chiesa, finiscono spesso per puntare tutto sull’imitazione dei modelli di efficienza mondani, come quelli imposti dalla esasperata competizione economica e sociale. La scelta del funzionalismo garantisce l’illusione di “sistemare i problemi” con equilibrio, tenere le cose sotto controllo, accrescere la propria rilevanza, migliorare l’ordinaria amministrazione dell’esistente. Ma una Chiesa che ha paura di affidarsi alla grazia di Cristo e punta sull’efficientismo degli apparati è già morta, anche se le strutture e i programmi a favore dei chierici e dei laici “autooccupati” dovessero durare ancora per secoli”.

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