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Giulia, specializzanda,è già operativa «Non mi fa paura»

Giulia Renisi ha 28 anni e sapeva di voler diventare un medico da quando aveva sei anni, giocava all’Allegro chirurgo e curava i bambolotti. Quello che non sapeva, quando era bambina, è che lo sarebbe diventata nel periodo della più grande emergenza sanitaria dell’ultimo secolo. E che sarebbe stata operativa in corsia già da specializzanda agli Spedali civili di Brescia. Da più di un mese Giulia si alza alle sei del mattino, esce di casa alle sei e quaranta e un’ora dopo è all’ospedale, dove indossa camice monouso, doppi guanti, mascherina e visiera ed è pronta per visitare i pazienti, chiamare i loro familiari, preparare la lettera di dimissioni o di trasferimento che il team del primario firmerà, tutto di filato per dodici ore. La sera torna a casa e si butta sul letto. «Adesso comincio a sentire la stanchezza, che non è solo fisica, è anche psicologica», ammette per telefono durante una pausa del suo lavoro quotidiano tra i malati Covid-19. «Però per noi specializzandi è un privilegio essere in prima linea e, vorrei aggiungere, esserlo con i dispositivi di protezione individuale: da questo punto di vista mi sento molto fortunata. È un’esperienza che ricorderemo per tutta la vita».

Il cambio dei pazienti

Giulia è milanese, figlia di una ragioniera che ha scelto di fare la casalinga e di un dirigente. Nessun medico in famiglia. Si è laureata al Sacco di Milano e poi ha cominciato la scuola di specializzazione in Malattie infettive e tropicali dell’Università di Brescia. Agli Spedali civili lavora dall’ottobre del 2018, nell’Unità operativa di Malattie infettive diretta da Francesco Castelli. «Nel nostro reparto ci sono sempre stati pazienti molto vari: sieropositivi, con epatite C, tubercolosi. Poi da un giorno all’altro abbiamo dovuto trasferirli per far posto ai Covid-19 del territorio. Arrivano da noi con la polmonite da coronavirus associata a insufficienza respiratoria: hanno subito bisogno dell’ossigenoterapia ad altissimi flussi e della terapia antivirale. Purtroppo temporeggiano sempre di più e quando arrivano hanno quadri clinici compromessi».

L’esperienza più difficile

L’esperienza più dura per lei è avvisare i parenti dopo un decesso. «In questo momento ci rendiamo tutti conto di essere l’anello di congiunzione tra la famiglia che sta fuori e il paziente ricoverato qui. È la parte che mi riesce più difficile, perché a volte ci sono notizie belle da comunicare, altre volte no: non riuscire a dare l’ultimo saluto a chi ami toglie dignità alla morte. Quello che ho cercato di fare, finora, sperando che fosse la cosa giusta, è stato di ricreare un ultimo contatto tra nonni e nipoti, per esempio leggendo i messaggi che avevano scritto sul cellulare, o cercando di trasmettere l’affetto che veniva da casa».

Una scelta fatta da bambina

Giulia non ha paura di restare contagiata. «Non dico di averlo messo in conto, ma sono disponibile a correre il rischio. Adesso non ho tanta paura per me, sono preoccupata per i miei genitori e per i miei parenti, che hanno un’età diversa dalla mia. Però cerco di tranquillizzarli nelle nostre telefonate, non li vedo da quando è scoppiata l’emergenza. Ho insegnato a tutti a fare le videochiamate e ci “vediamo” tutti i giorni». Vive da sola in Franciacorta. «Alla fine non avere un fidanzato si è rivelato un vantaggio», scherza. Ma è vero che non ha più tempo libero. Nei ritagli è riuscita a dare il suo contributo, con i colleghi dell’Università di Brescia, alla stesura del Vademecum Covid-19 della Società italiana di malattie infettive e tropicali. Lei minimizza. Nei fatti, sta onorando la scelta fatta da bambina. «Fare il medico era il lavoro dei miei sogni. Mi è sempre sembrato un lavoro con una parte umana e una scientifica, entrambe importanti. E sono felice di poterlo fare adesso».

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