Italy

Il centrodestra va all'attacco per smantellare le zone rosse

Il premier, accorto, ha fiutato l'aria e si è inabissato. Silenzio e distanza di sicurezza dalle urne. Ma la spallata, probabile, potrebbe farsi sentire anche dalle parti di Palazzo Chigi. Certo, tutto dipende da come finirà. Il sogno giallorosso è un pareggio, un 3 a 3 - senza contare la Valle d'Aosta - che sarebbe anzi venduto come una vittoria e rilancerebbe l'alleanza per ora riluttante fra Pd e Cinque stelle. Ma il trend generale, ben più convincente di qualche volatile sondaggio, spinge avanti il centrodestra, arrivato unito all'appuntamento delle Regionali.

L'asse Lega- Fdi- Fi dovrebbe staccare gli avversari in Veneto, dove non c'è partita e semmai i risultati servono per definire i pesi interni alla Lega e i rapporti fra Zaia e Salvini, e dovrebbe mantenere anche la Liguria: qui, caso unico, Pd e 5 stelle hanno trovato l'intesa sul nome di Ferruccio Sansa ma il distacco sembra incolmabile. E però, c'è aria di ribaltone anche nelle Marche, da molti anni feudo del centrosinistra, mentre solo la Campania di De Luca pare inespugnabile. Così, siamo 3 a 1.

Poi c'è la sfida delle sfide: la Puglia di Emiliano che sembra aver avuto un colpo di reni al fotofinish e potrebbe spuntarla e più ancora la Toscana da sempre roccaforte rossa e oggi pericolosamente in bilico. Una sconfitta a queste latitudini, mai registrata da quando esistono le regioni, sarebbe dinamite sotto la poltrona di Zingaretti e provocherebbe un terremoto in casa Pd, ma avrebbe conseguenze importanti anche sulla tenuta dell'esecutivo.

Massimo D'Alema giusto vent'anni fa si dimise dopo aver perso di misura, 8 a 7, la sfida con la compagine berlusconiana. Qualcuno vaticina un risultato tennistico: 6 a 0. Un disastro per Conte, ma anche un'ipotesi azzardata. Però, un più realistico 5 a 1, con la conquista delle zone rosse, o un altrettanto possibile 4 a 2, sarebbero il segno evidente di un declino inarrestabile, di un progressivo sfaldamento e di una lontananza crescente dagli umori del Paese.

Conte ha già detto, mettendo le mani avanti, che lui e i suoi ministri devono essere giudicati non per le bandierine che pianteranno sul territorio, ma dai risultati dell'azione riformatrice svolta: sul tappeto c'è la riapertura delle scuole, tema incandescente che riguarda otto milioni di ragazzi, e poi ci sono i 209 miliardi del Recovery Fund, una pioggia di denaro senza precedenti in arrivo dall'Europa. Si è mai visto un governo che si sfascia pur avendo un tesoro da spendere?

Insomma, c'è chi immagina che Conte tirerà dritto a dispetto di tutto e tutti, a maggior ragione in una situazione di emergenza strisciante, come quella che stiamo attraversando.

Ma il successo del centrodestra, pur da definire nelle esatte proporzioni, sarebbe se non un'intimazione un preavviso di sfratto. I Cinque stelle proveranno a mascherare il progressivo divorzio da un elettorato deluso intestandosi il risultato nell'altro match di queste ore: il referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari. Ma si tratta di escamotage per coprire il vuoto dei non risultati ottenuti dall'esecutivo e le troppe contorsioni di una linea politica zeppa di contraddizioni sempre più vistose. Il Conte 2 pende come la Torre di Pisa e il ritrovarsi minoranza, sempre più minoranza nel Paese, avrebbe il senso di una delegittimazione. Puó darsi che il cemento del potere faccia miracoli, ma i risultati di oggi, salvo sorprese legate anche all'affluenza ai seggi e il ricorso al salvagente del voto disgiunto, certificheranno la fragilità di un'alleanza che galleggia sui propri limiti.

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