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Il paziente zero arrivato da Shanghai: «Sveglia a notte fonda, poi gli esami»

Il signor Federico, 80 anni, racconta che «ci hanno svegliati nel cuore della notte. È arrivata un’ambulanza alle due e mezzo e il dottore ci ha fatto i tamponi, poi hanno dato a Donato una mascherina e se lo sono portato via». Spaventato? «Beh, certo che sì. Lui mi ha chiamato poco fa (ieri sera, ndr) per dirmi che dopo il tampone gli hanno fatto anche gli esami del sangue e finora è risultato negativo ai test e sta bene, anche noi siamo risultati negativi e quindi siamo più sollevati. Ma ritrovarsi tutto a un tratto al centro di questa storia non è una bella esperienza».I nomi di Federico e Donato sono inventati, perché in questa storia c’è il rischio che a qualcuno vengano in mente azioni da caccia all’untore. Ma il resto è realtà.

L’ottantenne che parla è il padre dell’uomo di 41 anni che da ieri mattina è per tutti il «paziente zero», arrivato dalla Cina e indicato come possibile veicolo del virus, anche se finora nessun test lo conferma. Il signor Federico ci racconta che oltre a Donato ha altre due figlie e un nipote e che anche loro «sono tutti a posto».

Mentre ci parla non sa ancora che il marito di una delle sue figlie è invece risultato positivo al test. E questo significa che dovrebbe essere giusta l’ipotesi medica della prima ora: cioè che Donato è stato infettato dal virus ma a questo punto è anche guarito ed è sempre stato bene, quindi asintomatico.

Proprio per questo è ancora trattenuto all’ospedale Sacco di Milano: perché gli esperti cercheranno con nuovi test di scoprire se ha sviluppato gli anticorpi contro il Covid-19. Se lo ha fatto vuol dire che, appunto, è stato contagiato e ne è uscito indenne.

Donato lavora per la Mae di Fiorenzuola d’Arda (Piacenza), un’azienda che si occupa di materiale plastico e fibra di carbonio. La voce di suo padre — che arriva da un piccolo comune del Lodigiano — ci spiega che «per conto della Mae dirige due stabilimenti a Shanghai, dove vive stabilmente da sette anni. Tre-quattro volte l’anno ci viene a trovare in Italia, in questa casa dove lui è nato e cresciuto, e rimane con noi una decina di giorni. Stavolta non ha potuto venire per le feste di Natale e allora ci ha raggiunto dopo». Un volo con Air China il 21 di gennaio.

Anche in questa occasione doveva rimanere soltanto pochi giorni ma il signor Federico dice che «invece non è più potuto ripartire, data la situazione che si è creata in Cina. In questo mese, da quando lui è arrivato in Italia, qualche volta abbiamo commentato le notizie sul virus, ma lui è sempre stato bene, non ci aspettavamo certo la scena dell’altra notte. Ho detto: che succede? È un mese che viviamo assieme e non abbiamo mai avuto niente...».

Donato, che ha due sorelle più grandi di lui, è un esperto tecnico-meccanico e suo padre lo descrive come «uno che ha una dedizione assoluta per il lavoro e un grande senso di responsabilità», che in questo mese italiano «è stato sempre lì, al computer, a controllare come vanno le cose nei suoi stabilimenti». E la cena incriminata? «Non so che dirle. Quando torna in Italia, come sempre, si muove. Non è che passa tutto il giorno a casa, ovvio. Vede i suoi amici, i suoi colleghi. Venendo lui dalla Cina è normale che sia stato indicato ai medici, ma poi vai a sapere com’è andata...».

La madre di Donato interviene ogni tanto in sottofondo per correggere qualche imprecisione del marito, poi viene alla cornetta e dice che «io comunque mi sono presa un bello spavento, e anche mio figlio era agitato». Federico racconta che ieri mattina appena sveglio ha sentito il bisogno di guardare il cielo: «Io e mia moglie siamo credenti — si commuove —. Io dico sempre che Dio è un appoggio e che quando c’è qualche problema bisogna guardare il cielo, che è un po’ come guardare verso di lui. Finora anche il cielo ha guardato verso di noi».