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Il vaccino di Oxford genera una forte risposta immunitaria negli anziani

Il vaccino contro il Covid sviluppato dall’università di Oxford, in collaborazione con l’azienda farmaceutica AstraZeneca, genera una forte risposta immunitaria tra gli anziani, il gruppo più vulnerabile: è quanto scrive il Financial Times, parlando di «speranze» generate dai trial. Le sperimentazioni cliniche di questo vaccino sono nella Fase 3, quella (finale) che verifica su migliaia di persone efficacia e sicurezza del candidato.

La buona notizia

Due fonti citate dal quotidiano come al corrente degli studi in corso, hanno sostenuto che il vaccino in questione genera gli anticorpi e i cosiddetti linfociti T (la prima linea di difesa del sistema immunitario) tra gli anziani. Sarebbe importante perché di solito il sistema immunitario degli anziani è meno reattivo, tanto che solitamente per loro si studiano appositamente dei vaccini «potenziati». I nuovi risultati sono in linea con i dati pubblicati a luglio che hanno mostrato «risposte immunitarie robuste», in un gruppo di adulti sani tra i 18 e i 55 anni, generate dal vaccino sviluppato dall’università di Oxford. Il vaccino di AstraZeneca è uno dei tre opzionati dall’Europa (e quindi dall’Italia). Lo Jenner Institute della Oxford University sta realizzando il vaccino in partnership con la Irbm (Istituto di ricerca di biologia molecolare) di Pomezia: «Nelle sperimentazioni di Fase 1 già pubblicate, il vaccino evidenziava un’efficacia del 90% che con un richiamo può arrivare al 95%», ha dichiarato Piero Di Lorenzo, presidente della Irbm.

L’approvazione

I dati sono preliminari, non pubblicati e comunque bisogna aspettare la conclusione della Fase 3. Intanto l’Agenzia europea per i medicinali (Ema) ha iniziato ad analizzare i dati forniti dal produttore per dare l’approvazione in tempi brevi prima di mettere il vaccino sul mercato. Il percorso del vaccino di Oxford aveva subito un’interruzione a settembre dopo una reazione avversa di un partecipante. Gli studi erano poi ripresi prima in Gran Bretagna e in seguito in tutto il mondo (Stati Uniti, Brasile, Sudafrica). «Di solito le agenzie regolatorie impiegano mesi per esaminare in dettaglio i documenti: ci sono però due tipi di approvazione/registrazione per un vaccino, quella classica, poi ce n’è una emergenziale. Se la pandemia dovesse ancora aumentare a fine novembre, l’approvazione potrebbe arrivare anche in poche settimane, che è un tempo brevissimo. Se ci fosse un’approvazione per uso emergenziale, quindi in tempi rapidi, la registrazione del vaccino potrebbe avvenire entro gennaio», ha detto al Corriere Salute Sergio Abrignani, immunologo, ordinario di Patologia generale all’Università Statale di Milano e direttore dell’Istituto nazionale di genetica molecolare “Romeo ed Enrica Invernizzi”, spiegando l’iter che seguono adesso i vaccini (in questo caso quello di Pfizer). Avere un vaccino entro fine anno, ricordiamo, non significa che la popolazione sarà tutta subito vaccinata. L’Italia avrà a disposizione qualche milione di dosi per le persone a rischio e i sanitari, ma per terminare le prime vaccinazioni potrebbe volerci fino alla primavera, quindi, un inverno ancora da affrontare in modo responsabile e attento.

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