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La crisi di Conte e le ombre gettate sul futuro

VERONA - L’impressione è che le stia provando tutte, senza più seguire uno schema. Dopo il bastone, agitato sulle teste dei suoi dopo la sconfitta contro il Bologna, Antonio Conte a Verona sceglie la carota. I complimenti a Lautaro inserito solo nel finale: “Sei un fenomeno”. Le parole al miele per quel gruppo di giocatori che negli scorsi giorni ha strapazzato e che di nuovo non ha saputo portare a casa 3 punti: “Quanto all’impegno e alla determinazione non ho niente da rimproverare”. Eppure i problemi ci sono. Sono lì, evidenti, misurabili. In questa stagione l’Inter ha perso 20 punti da situazioni di vantaggio. E dev’essere un incubo per l’uomo delle rimonte impossibili – al primo anno di Juve scalzò il Milan in vetta dopo lunga rincorsa – che in nerazzurro sta vivendo la mortificazione delle partite ribaltate dagli avversari.

Nell’analisi delle gare sbagliate, e quella di Verona lo è, Conte è lucido. Eppure alla prova successiva la squadra ci ricasca. Vede l’iceberg, ma non sa come evitarlo. L’Inter del Bentegodi, entrata in partita solo dopo avere subito un gol e incapace poi di chiuderla, ha l’aspetto nervoso e scomposto del suo allenatore in panchina. Nell’impossibilità di contrastare Juric sul piano del gioco, Conte lo ha fatto a parole, alzando la voce, sbracciandosi da panchina a panchina: “Juric non rompere il ca… Stai muto!”, ha gridato al collega croato, reo di avere contestato la scelta dell’arbitro su un fallo. L’impressione è che la pressione che Conte mette alla squadra e ai dirigenti nerazzurri in qualche modo gli si stia ritorcendo contro. Se scaldi l’ambiente, poi quel caldo devi saperlo sopportare per primo. Invece, i segnali che così non sia sono sempre più evidenti. La difesa non gira: nelle ultime dieci partite ha subito il doppio dei gol rispetto alle dieci precedenti. Eriksen è ancora la copia sbiadita del giocatore che era in Premier League. Lautaro per la smania di strafare fatica a trovare il gol.  

Dei crolli psicologici dei suoi, soprattutto quando le cose vanno bene, Conte non riesce a farsi una ragione. Lo ha dimostrato con le dichiarazioni esplosive dopo la rimonta subita a Dortmund col Borussia, dal due a zero al tre a due. Allora, come spesso fa, la buttò sul mercato: “Sono stati fatti errori in estate”. Un’estate da 150 milioni, che gli aveva portato Lukaku, Barella, Sensi e l’oggetto misterioso Lazaro, subito partito per altri lidi. A gennaio sono arrivati Eriksen, Sanchez, Moses e Young. Avrà a disposizione Hakimi, che proprio nella notte di Dortmund ha dimostrato il proprio valore a tutto il calcio europeo. Sempre che a settembre vorrà ancora essere l’allenatore dell’Inter.

Parlando a Sky, nel dopo partita, ha scelto toni sibillini: “A fine campionato ci sarà da fare delle valutazioni. Le farò io, le farà la società sul lavoro che ho fatto”. Cosa significa? Probabilmente nulla. Ma intanto se lo chiedono i tifosi sui social network, dove ancora si può parlar di calcio senza distanza e senza mascherina. Come si chiedono come mai contro il Bologna Conte abbia fatto il primo cambio solo al 75’ e ne abbia concentrati poi quattro negli ultimi 5 minuti. A Verona, stessa storia: solo tre cambi, tutti nel finale. Forse vuole dimostrare di non avere giocatori degni di entrare in campo. Forse non li ha veramente. Di sicuro, ha a disposizione un gruppo che non gli somiglia ancora del tutto. Che subisce rimonte, anziché rimontare. 

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