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La garanzia pubblica italiana da un miliardo di dollari per trivellare l’Artico: un documento confidenziale svela i progetti di ricerca di gas russo

Sta prendendo forma il progetto di estrazione di gas liquido nel nord della Russia. Un pool di compagnie tra cui Saipem e di finanziatori come Intesa Sanpaolo per rendere Mosca leader nell'esportazione di Gnl. Gli investimenti italiani potrebbero ottenere la garanzia pubblica di Sace. Rischio perdite con petrolio sotto i 28 dollari

Una garanzia finanziaria da 1 miliardo di dollari. Soldi dei cittadini italiani che potrebbero essere usati, attraverso la Sace, per cercare gas sotto i ghiacci dell’Artico, in territorio russo. Una delle zone più delicate per il Pianeta, che ha già subito più di altre gli effetti del cambiamento climatico. La notizia lanciata dall’agenzia di stampa Reuters è contenuta in un documento confidenziale che Ilfattoquotidiano.it ha potuto leggere. Il progetto si chiama Arctic LNG 2 e vale in tutto 21,3 miliardi di dollari di investimenti. Capofila del consorzio di aziende che vogliono estrarre gas nella zona è la russa Novatek, in società con la francese Total, le cinesi Cnooc e Cnpc e le giapponesi Mitsui e Jogmec. La capacità di produzione prevista è di 20 milioni di tonnellate di gas all’anno. Unita a quella del progetto gemello, Yamal LNG, già avviato nel 2017 sempre nella stessa zona con una capacità produttiva di 16,5 milioni di tonnellate annue, dovrebbe permettere a Mosca di avvicinarsi al traguardo ambito dal Cremlino: diventare un gigante mondiale anche nel settore del gas liquefatto, oltre che nelle forniture via gasdotto (comparto che già domina), così da mantenere una posizione dominante nel mercato mondiale delle forniture energetiche. Perché questa sarà la particolarità: estrarre gas all’estremo nord della Siberia, trasformarlo in liquido (Lng, appunto) ed esportarlo via nave nel mondo, soprattutto in Asia. Un’ambizione che s’inserisce nello scontro geopolitico con gli Stati Uniti, diventati negli ultimi anni grandi esportatori di metano liquefatto grazie allo sfruttamento dello shale gas sul territorio nazionale.

Gli interessi di Saipem e Intesa Sanpaolo – Il progetto Arctic LNG 2 è stato ufficialmente avviato dal governo russo e dal numero uno di Novatek, il miliardario Leonid Mikhelson, nel settembre dell’anno scorso e dovrebbe entrare in produzione nel 2023. Finora si sapeva che, per l’Italia, potrebbe partecipare all’affare in qualità di fornitore Saipem e come finanziatore Intesa Sanpaolo. La controllata di Eni specializzata in progetti ingegneristici si è infatti aggiudicata una commessa per realizzare piattaforme e treni di liquefazione, mentre Intesa Sanpaolo ha fatto sapere per bocca del suo principale rappresentante russo, Antonio Fallico, di voler valutare un finanziamento parziale dei lavori. Il documento inedito analizzato da Ilfattoquotidiano.it contiene diverse novità sull’opera, in particolare su chi dovrebbe garantire i finanziamenti, cioè chi sarà il prestatore di ultima istanza. Come capita quasi sempre in questo tipo di progetti molto costosi, infatti, a fonte di finanziamenti concessi da banche private (vedi il possibile coinvolgimento di Intesa Sanpaolo) c’è una società pubblica che li garantisce. In altri termini, le banche prestano i soldi alle imprese che devono realizzare i lavori, ma se queste per qualche motivo – ad esempio un crollo del prezzo del gas sui mercati internazionali – non dovessero essere in grado di restituire i soldi, è l’azienda pubblica che li mette. Cioè i cittadini di quella nazione. Risponde proprio a questa esigenza il coinvolgimento di Sace, società partecipata al 100% da Cassa depositi e prestiti, a sua volta controllata dal ministero dell’Economia italiano. Insomma, una società che fa capo al governo di Roma.

Progetto in perdita col petrolio sotto i 28 dollari – Il documento è stato redatto il 10 giugno del 2020 dalla Bpi France, la Sace francese, anch’essa coinvolta nell’operazione Arctic LNG 2 come possibile garante dei crediti. Si tratta di un verbale interno alla Bpi France redatto per valutare una possibile garanzia da 700 milioni di dollari richiesta dalla Total. È così che emerge il ruolo di Sace nel mega-progetto, notizia finora inedita. Dalla società italiana, si legge in una tabella, Bpi France si aspetta garanzie per 1 miliardo di dollari. Coinvolte nell’assicurazione dei crediti, per un totale di 11 miliardi, ci sono diverse altre società del settore: la giapponese Jbic (2,5 miliardi), la Russian Bank Facility (1,5 miliardi), la cinese CDB (5 miliardi), la francese Euler Hermes (700 milioni). Il closing, si legge, dovrebbe arrivare entro la fine di quest’anno. Come esplicitato nel documento, l’operazione comporta parecchi rischi. Ci sono quelli finanziari, innanzitutto. “Il punto di pareggio è atteso a un prezzo del barile pari a 28 dollari”, si legge (oggi siamo intorno ai 43 dollari). Significa che se il valore del petrolio sui mercati finanziari, a cui è legato quello del gas, dovesse andare sotto i 28 dollari come accaduto nella primavera di quest’anno, il mega progetto non darebbe rendimenti, e quindi i finanziatori rischierebbero di perdere il credito. Ci sono poi i rischi politici, visto che l’operazione riguarda soprattutto la Russia. Le carte citano esplicitamente le sanzioni inflitte dal governo Usa nel 2014 alla russa Novatek, azionista di maggioranza della società di estrazione del gas. Nella sua analisi BPI France non dedica invece un capitolo ai rischi ambientali. Eppure sono proprio questi che preoccupano maggiormente diverse associazioni internazionali. L’Artico, e in particolare la penisola Yamal – dove avverranno le trivellazioni – è una delle zone più incontaminate al mondo, dove però gli effetti del cambiamento climatico stanno avendo l’impatto maggiore. “L’Artico sta passando a un nuovo stato climatico”, è la conclusione di una ricerca appena pubblicata da Laura Landrum and Marika M. Holland, scienziate del clima del National Center for Atmospheric Research, citate dal New York Times.

Il “no comment” di Sace – Nonostante le tante dichiarazioni a favore della lotta contro i cambiamenti climatici, i governi europei di Italia e Francia – oltre a quelli di Giappone, Cina e Russia – stanno però continuando a sostenere finanziariamente progetti di estrazione di combustibili fossili nel mondo, anche in zone finora inviolate come l’Artico. Alla richiesta di commento inviata da Ilfattoquotidiano.it sulla vicenda Arctic LNG 2, Sace ha precisato di non aver ancora deliberato nulla, spiegando però che “l’approvazione di un intervento in progetti come questi necessita una preliminare lunga fase di valutazione (due diligence)”. State quindi valutando richieste di garanzia su Arctic LNG 2? Da parte di chi? Per che cifra? A queste ulteriori domande la società guidata da Pierfrancesco Latini ha preferito rispondere con un no comment, aggiungendo però di operare “nel pieno rispetto delle regole stabilite dalla Banca Mondiale/IFC, dall’Ocse e dal Governo italiano per quanto attiene i risvolti ambientali e sociali dei progetti sui quali siamo chiamati ad intervenire”. Di certo Sace ha già messo capitale a garanzia di un progetto di estrazione petrolifera nell’Artico. È Yamal LNG, il progetto gemello di Arctic LNG 2, più piccolo in termini produttivi ma sostanzialmente uguale. Nel 2016 ha annunciato una linea di garanzia da 400 milioni di euro a favore di Intesa Sanpaolo, finanziatrice diretta del progetto petrolifero. Il nesso tra produzione di combustibili fossili e cambiamenti climatici è ormai scientificamente provato. Per questo l’associazione italiana Re:Common, che da anni si batte fianco delle comunità impattate dalle operazioni di Sace, si dice totalmente contraria al possibile coinvolgimento di Sace in Arctic Lng 2. “Le immagini che arrivano dall’Artico in questi giorni ci mostrano la violenza con cui la crisi climatica si sta abbattendo sul nostro Pianeta. Sappiamo che l’industria fossile farà di tutto per sfruttare anche questa frontiera, ed è inaccettabile che il governo italiano, tramite Sace, voglia sostenere questi progetti devastanti con soldi pubblici”.

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