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Le confessioni radical chic: piatti mai lavati e quadri gratis

Due personaggi a sorpresa irrompono, senza volerlo, sulla scena del politicamente scorrettissimo e ottengono il massimo punteggio al primo tentativo senza neppure doversi sforzare. In una mitologica intervista al Sunday Times, rilanciata ieri dal Corriere della sera, Tony Blair, ex primo ministro inglese, anima del nuovo laburismo, afferma di «non lavare un piatto dal 1997». Piuttosto di fare la spesa, non mangia. Inoltre non stira, non guida, non passa l'aspirapolvere. Durante i mesi di lockdown, trascorsi nella deliziosa villa del Buckinghamshire, non ha voluto personale domestico. Tanto c'era sua moglie Cherie, famoso avvocato e attivista per i diritti civili. Cherie conferma e rilancia: «Il problema è iniziato quando abbiamo lasciato Downing Street. Ha preso l'abitudine di pensare che quello che fa lui è più importante. Ho provato a rieducarlo ma per ora non ci sono riuscita». Quando l'intervistatore fa notare che non va bene comportarsi così, ognuno deve fare la sua parte, Blair risponde con malcelato orgoglio: «Una volta ho fatto una frittata per me e mio figlio». Ma almeno tiene in ordine camera sua? «Sì, certo». Anche il bagno? «Beh, no». Con tanti saluti al femminismo della Terza via.

Qualche pagina più avanti, sempre sul Corriere della sera, Fausto Bertinotti spalanca le porte di casa, il buen retiro di Massa Martana, in Umbria e mostra la splendida quadreria assieme alla moglie Gabriella. Ci sono tre serigrafie di Andy Warhol, raffiguranti Mao Zedong. Precisa l'ex presidente della Camera, ex sindacalista, ex rifondatore del comunismo: «Hanno un valore di poche decine di migliaia di euro». Ah, ok. Ci sono poi splendidi pezzi di Mafai, Kokocinski, l'anfora di Patella, lo schema di bicicletta di Mario Schifano, le donne di cartapesta di Pierluigi Manetti, molta arte povera (Gilberto Zorio ed Eliseo Mattiacci). Insomma, roba da veri intenditori, ma Bertinotti, come farebbe un vero aristocratico, sceglie l'understatement: «Ma no, sono di una curiosità dilettantesca». Quest'estate però tutti a Saint-Paul-de-Vence, in Provenza, dove, alla fondazione Maeght è possibile ammirare Miró, Giacometti, Chagall e Picasso. Senza contare, a Vence, la vertiginosa Chapelle du Saint-Marie du Rosaire interamente affrescata da Matisse. Tornando alla sua collezione, Bertinotti prima spiega: «È composta interamente da regali dei miei amici o degli artisti stessi». E poi sfodera il vero capolavoro, roba da far venire il mal di fegato a tutti gli aspiranti snob: «Ho comprato un'unica opera in vita mia, cinquantacinque anni fa, per diecimila lire». Cosa c'è di più chic di non dovere aprire neppure il libretto degli assegni e avere in dono tre Andy Warhol, pazienza se sono soltanto serigrafie dal valore di «poche decine di migliaia di euro»? Cosa c'è di più chic, dicevamo? Spendere in tutta la vita diecimila lire per una piccola serigrafia di Lattanzi, «forse sconosciuto ai più». Sublime.

In un'epoca dove il lusso è ritenuto un'offesa, un insulto, la testimonianza di intollerabili disuguaglianze sociali, ecco Fausto Bertinotti mostrarsi circondato da opere d'arte nella campagna umbra. Senza ironia: è il gesto più anticonformista che abbia mai fatto.

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