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Nell’anima di chi parte per sempre

Volti, documenti, una dedica: “Ai miei genitori”. Pochi oggetti d’uso comune, oggetti quotidiani. Una foto di famiglia, incartata come a volerne preservare l’integrità. E poi una valigia, di quelle che siamo abituati a vedere nelle foto in bianco e nero o nei documentari che ritraggono i nostri avi che lasciavano l’Italia. Scene che oggi si preferirebbe dimenticare: mai viste, mai vissute, mai tramandate. Noi non siamo come loro, a questo vale la rimozione. E invece non è così, e il libro che ho tra le mani sta qui a dimostrarlo. “L’approdo” è un graphic novel di Shaun Tan, edito da Tunué: è tra quei libri che, come pietra angolare, dovrebbe stare in ogni casa, in ogni libreria, su ogni comodino. La ragione? Va offerto a chiunque arrivi a casa vostra, a ogni bambino che raggiunga l’età per comprendere che la vita è fatta di partenze, di separazioni dettate da necessità che in molti casi coincide con la difesa della vita. O parto o muoio.

Si parte. Un treno e poi una nave e poi un taccuino. Di recente ho potuto leggere quello scritto dal bisnonno farmacista di un mio amico della provincia di Caserta. Saper scrivere, durante la Seconda guerra mondiale (erano pagine scritte tra l’estate e l’autunno del 1943), era un privilegio. La descrizione degli abusi, dei soprusi, della violenza. E scoprire che c’era letteratura in quelle pagine. Perfino poesia c’era, nelle pagine di un farmacista di paese. E capire che tutto ciò che è scritto per necessità, tutto ciò che è testimonianza è letteratura.

E poi corpi ammassati, visite mediche; ovunque ci sono scritte in una lingua impossibile da comprendere, come i caratteri elfici di Tolkien. Uno schedario, dei timbri e a ciascuno la sua destinazione. A ciascuno la sua scatola, il suo piccolo posticino nel mondo. Niente affatto comodo. E poi la ricerca di una casa, e tutto è così dannatamente dignitoso e triste e universale. Io credo che “L’approdo” sia il più bel libro che io abbia mai visto sulla partenza e sull’arrivo, sulla separazione e sulla solitudine, sulla famiglia e sulla guerra. Sulla distruzione e sulla ricostruzione di sé. Sulla ricerca di una via di fuga condivisa. Sull’accoglienza, sull’umiltà, sulla solidarietà. Sugli ingranaggi e sull’umanità che resiste negli ingranaggi.

Ogni disegno è una promessa, ogni disegno la speranza di una possibilità, ma non tanto per dire. “L’approdo” è uno strumento di lavoro, è lo strumento attraverso cui un’associazione di volontariato nata a Bologna nel 2017,che si chiama Approdi (www.approdi.org), offre sostegno e cura psicologica a migranti, rifugiati politici e richiedenti asilo costretti a lasciare le proprie terre di origine, ma anche a tutte quelle persone che, in assenza di un ausilio statale, vivono in una condizione di disagio economico e sociale. Psicologi, psicoterapeuti, educatori, mediatori culturali e operatori del sociale che hanno scelto di donare il proprio tempo e mettere a disposizione le proprie competenze per aiutare chi è appena arrivato nel nostro Paese a ricostruire la propria vita. E le immagini del graphic novel “L’approdo” servono per individuare il trauma. Diego Manduri, presidente dell’associazione Approdi, mi ha detto che le persone prese in cura «spesso non hanno una memoria episodica dell’evento, ma rivivono nel corpo, nella mente e nelle emozioni tutto ciò che hanno vissuto durante le violente viste o subite. Le immagini, quindi, diventano il contenitore dell’inenarrabile». Le immagini sono un punto di partenza su cui si può lavorare per delimitare nel tempo il dolore, perché si giunga alla consapevolezza che ciò che è accaduto è successo magari in Libia, magari due anni fa, ma ora si è al sicuro. Diego, Vittoria, Arturo, Serena, Marta, Lucia, Roberto, Niccolò e Martina hanno in cura i loro pazienti senza alcun sostegno economico (esigui i contributi degli enti di accoglienza che hanno ormai pochissimi fondi e niente è previsto per il sostegno psicologico) e i pochi fondi li utilizzano per i rimborsi spese dei volontari.

Questa è una storia bella, ecco perché ho voluto raccontarla. È la dimostrazione che i libri curano l’anima e che chi si interessa al prossimo non è un buonista ma un costruttore di vite e di futuro. Anche il nostro.