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Processo-Regeni azzerato. Ecco le ragioni del flop

Dietro la decisione di rinviare gli atti al gip l'ennesimo conflitto tra politica e magistratura

Processo-Regeni azzerato. Ecco le ragioni del flop

Il mondo della politica, più o meno trasversalmente, si ribella all'azzeramento del processo-Regeni per un «cavillo burocratico» (che però, come vedremo, tale non è), ma dimentica - per ignoranza o malafede - che quanto deciso ieri dalla terza sezione della Corte d'Assise di Roma è la conseguenza di una riforma normativa decisa nel 2014 fa dal legislatore, vale a dire da quella stessa classe politica che ora se ne lamenta. D'obbligo fare un passo indietro, cercando di spiegare in punta di diritto quanto accaduto 48 fa ore nell'aula bunker di Rebibbia. Dopo cinque travagliatissimi anni di indagini, la Procura di Roma individua i quattro 007 egiziani che, secondo l'accusa, sono i responsabili del sequestro, delle torture e dell'omicidio del 28enne ricercatore italiano. Si tratta di quattro ufficiali dei servizi segreti agli ordini del regime del dittatore Al Sisi, il quale li ha sempre vergognosamente tutelati fino al punto di negare i «dati identificativi» degli imputati agli inquirenti italiani. I nomi sono noti, ma i giudici capitolini non ottengono dalle autorità del Cairo l'indirizzo dei domicili degli agenti della National Security egiziana cui recapitare gli atti del processo. Formalmente i quattro sono «irreperibili». Strategica anche la scelta di non nominare dei legali di fiducia. Per la Procura di Roma gli unici «interlocutori» restano dunque gli avvocati d'ufficio ai quali viene consegnato «il decreto di giudizio»: ciò in base al «presupposto che gli imputati si siano sottratti volontariamente alla conoscenza degli atti del procedimento»; un «presupposto» che però la terza Corte di Assise ha ritenuto infondato, bloccando il processo sul nascere e restituendo gli atti al gip. Insomma, si dovrà ricominciare tutto da capo. Bruciante sconfitta per l'accusa, clamorosa vittoria per la difesa che ha sostenuto con successo la tesi della «inconsapevolezza degli imputati». Ma come è stato possibile che quattro avvocati d'ufficio siano riusciti a smontare, con pochi minuti di arringa, i cinque anni di faticosa indagine portati avanti dal pubblico ministero? A spiegarlo è Il Fatto Quotidiano, interpellando il giudice Oscar Magi, che nel 2009 era presidente della corte nel processo-Abu Omar: storia dalle molte analogie col caso Regeni. La domanda-chiave è: perché allora fu possibile arrivare fino in Cassazione nel giudicare gli agenti della Cia, mentre il processo Regeni si è disintegrato alla prima udienza? «La risposta - sottolineano i giuristi - è nella modifica dell'articolo 420 bis del codice di procedura penale avvenuta nell'ambito della legge delega al governo del 28 aprile 2014. Prima di quella riforma il testo prevedeva che il giudice disponesse anche di ufficio la rinnovazione dell'avviso dell'udienza preliminare quando è provato o appare probabile che l'imputato non ne abbia avuto effettiva conoscenza...»; circostanza, quest'ultima «liberamente valutata dal giudice, e tale valutazione non può formare oggetto di valutazione successiva né motivo di impugnazione». Con l'entrata in vigore nel 2014 della modifica dell'articolo 420 bis, questa facoltà del giudice (la cosiddetta «dichiarazione di contumacia») è stata cancellata. Ecco spiegata l'impossibilità tecnica da parte della Corte d'Assise di Roma di far svolgere il processo-Regeni. Ennesimo caso di giustizia negata. Consumato davanti alle telecamere di tutto il mondo.