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Ucciso a 18 anni come un boss nel Napoletano: «Meglio 20 anni da re che 50 da schiavo»

Thursday 9 July 2020 di Giuseppe Crimaldi

Vivere pericolosamente a 18 anni, senza forse nemmeno mai essere riuscito a comprendere il valore della vita. Antimo Giarnieri era quel che appariva, a cominciare dai social. Sul proprio profilo Facebook, a “manifesto” del proprio essere poco più che un adolescente, aveva dedicato una iscrizione agghiacciante: “’A werra ngapa”, che voleva spiegare come nel suo cervello frullasero solo pensieri di violenza e di morte. Nato e cresciuto in un ambiente ostile, voleva fare “la guerra”.

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L’EREDITÀ
I social spiegano molte cose, soprattutto dopo un evento tragico e assurdo come l’omicidio commesso l’altra notte nell’estremo lembo di Casoria che confina con la periferia nord di Napoli. Antimo, che viveva all’ombra di un fratello maggiore che la giustizia aveva assicurato alle patrie galere con accuse gravissime, probabilmente in vita non aveva mai incrociato il bene. Si era imbevuto - crescendo - di icone tossiche, di valori controcorrente, forse non aveva nemmeno mai letto un solo libro in vita sua. Era cresciuto nella convinzione di poter raccogliere il fatuo scettro di un fratello maggiore - Vittorio, classe 1993 - che sta scontando sette anni dopo essere stato condannato per estorsione e detenzione illegale di armi e materiali esplodenti, commessi con l’aggravante del metodo mafioso. Vittorio, questo dicono le sentenze, era uno dei “bombaroli” che seminarono il terrore tra Afragola e Casoria facendo saltare in aria le saracinesche dei negozi di chi si rifiutava di pagare il pizzo alla camorra. Antimo aveva deciso di assomigliare a lui in tutto, facendosi addirittura crescere la barba che lo rendeva difficilmente distinguibile da lui.
 


I MESSAGGI
Oggi sull’altare nero dei giovanissimi uccisi per aver sognato di diventare boss si iscrive a piene lettere il suo nome: Antimo Giarnieri, 18 anni. «Ha studiato nel non far niente dalla mattina alla sera presso Scuola Media Giovanni XXXIII», scriveva nelle brevi note personali. Per soli due anni, alle medie: dal 2013 al 2015: e verrebbe - tra le tante cose - da chiedersi perché i dati sulla dispersione scolastica evaporino nel nulla, o perché mal segnalati o perché ignorati da troppi. Che cosa ha fatto Antimo dal 2015 alla notte in cui è stato ucciso? Dove sono finiti cinque fondamentali anni della sue esistenza senza che - soltanto in quanto ancora incensurato - nessuno si accorgesse della lama sulla quale aveva incominciato a correre? Eppure quei messaggi postati sempre su Facebook parlavano chiaro. “Tengo la guerra nel cervello”. E poi, alla vigilia dell’ultimo 25 dicembre: “Agli infami (i pentiti, ndr) il peggiore male, ai detenuti buon Natale”. Qualcuno, tra i suoi amici, ha anche voluto affidare proprio sulla sua pagina Facebook, un ultimo messaggio d’addio che non ha bisogno di altri commenti: “Mamma mia e ke t hanno combinato sti pezzi di merda... rip, é assurdo e da nn credere”. Antimo era sì incensurato, ma già nel mirino di alcune indagini di camorra. Peccato che ad occuparsi di lui, prima ancora della Giustizia, siano arrivate le pallottole della camorra.
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