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Lettera Apostolica Sublimitas et miseria hominis del Santo Padre Francesco nel IV centenario della nascita di Blaise Pascal

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Grandezza e miseria dell’uomo formano il paradosso che sta al centro della riflessione e del messaggio di Blaise Pascal, nato quattro secoli fa, il 19 giugno 1623, a Clermont, nella Francia centrale. Fin da bambino e per tutta la vita egli ha cercato la verità. Con la ragione ne ha rintracciato i segni, specialmente nei campi della matematica, della geometria, della fisica e della filosofia. Ha fatto precocemente scoperte straordinarie, tanto da raggiungere una fama notevole. Ma non si è fermato lì. In un secolo di grandi progressi in tanti campi della scienza, accompagnati da un crescente spirito di scetticismo filosofico e religioso, Blaise Pascal si è mostrato un infaticabile ricercatore del vero, che come tale rimane sempre “inquieto”, attratto da nuovi e ulteriori orizzonti.

Proprio questa ragione così acuta e al tempo stesso così aperta, in lui non metteva mai a tacere la domanda antica e sempre nuova che risuona nell’animo umano: «Che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché te ne curi?» (Sal 8,5). Questa domanda è impressa nel cuore di ogni essere umano, di ogni tempo e luogo, di ogni civiltà e lingua, di ogni religione. «Che cos’è un uomo nella natura? – si chiede Pascal – Un nulla rispetto all’infinito, un tutto rispetto al nulla».[1] E al tempo stesso l’interrogativo è incastonato lì, in quel Salmo, nel vivo di quella storia d’amore tra Dio e il suo popolo, storia compiuta nella carne del “Figlio dell’uomo” Gesù Cristo, che il Padre ha donato fino all’abbandono per coronarlo di gloria e di onore al di sopra di ogni creatura (cfr v. 6). A tale interrogativo, posto in un linguaggio così diverso da quello matematico e geometrico, Pascal non si è mai chiuso.

Alla base di questo mi pare di poter riconoscere in lui un atteggiamento di fondo, che definirei “stupita apertura alla realtà”. Apertura alle altre dimensioni del sapere e dell’esistenza, apertura agli altri, apertura alla società. Ad esempio, egli fu all’origine, nel 1661, a Parigi, della prima rete di trasporti pubblici della storia, le cosiddette “Carrozze a cinque sols”. Se faccio tale sottolineatura all’inizio di questa lettera, è per insistere sul fatto che né la sua conversione a Cristo, a partire specialmente dalla “Notte di fuoco” del 23 novembre 1654, né il suo straordinario sforzo intellettuale di difesa della fede cristiana hanno fatto di lui una persona isolata dal suo tempo. Era attento ai problemi allora più sentiti, come pure ai bisogni materiali di tutte le componenti della società in cui viveva.

Apertura alla realtà ha significato per lui non chiudersi agli altri nemmeno nell’ora dell’ultima malattia. Di quel periodo, quando aveva trentanove anni, si riportano queste parole, che esprimono il passo conclusivo del suo cammino evangelico: «Se i medici dicono il vero, e Dio permette che mi rialzi da questa malattia, sono deciso a non avere alcun altro impiego né altra occupazione per tutto il resto della mia vita che il servizio ai poveri».[2] È commovente constatare che, negli ultimi giorni della sua vita, un pensatore così geniale come Blaise Pascal non vedesse altra urgenza al di sopra di quella di mettere le sue energie nelle opere di misericordia: «L’unico oggetto della Scrittura è la carità».[3]

Mi rallegro dunque del fatto che la provvidenza, in questo quarto centenario della sua nascita, mi offra l’occasione di rendergli omaggio e di evidenziare ciò che, nel suo pensiero e nella sua vita, mi sembra adatto a stimolare i cristiani del nostro tempo e tutti gli uomini e le donne di buona volontà nella ricerca della vera felicità: «Tutti gli uomini cercano di essere felici. Non ci sono eccezioni, per quanto diversi possano essere i mezzi impiegati. Tutti mirano a questo fine».[4] Quattro secoli dopo la sua nascita, Pascal rimane per noi il compagno di strada che accompagna la nostra ricerca della vera felicità e, secondo il dono della fede, il nostro riconoscimento umile e gioioso del Signore morto e risorto.

Un innamorato di Cristo che parla a tutti

Se Blaise Pascal può toccare tutti, è soprattutto perché ha parlato mirabilmente della condizione umana. Sarebbe tuttavia sbagliato non vedere in lui che uno specialista, per quanto geniale, dei costumi umani. Il monumento che formano i suoi Pensieri, di cui alcune formule isolate sono rimaste celebri, non si può comprendere realmente se si ignora che Gesù Cristo e la Sacra Scrittura ne costituiscono al contempo il centro e la chiave. Se infatti Pascal ha iniziato a parlare dell’uomo e di Dio, è perché era arrivato alla certezza che «non solo non conosciamo Dio se non tramite Gesù Cristo, ma non conosciamo noi stessi se non tramite Gesù Cristo. Non conosciamo la vita, la morte, se non tramite Gesù Cristo. Fuori di Gesù Cristo non sappiamo cos’è né la nostra vita, né la nostra morte, né Dio né noi stessi. Così senza la Scrittura, che ha per unico oggetto Gesù Cristo, non conosciamo nulla e vediamo solo oscurità».[5] Perché possa essere capita da tutti, senza venir considerata come una pura affermazione dottrinale inaccessibile a quanti non condividono la fede della Chiesa, né come una svalutazione delle legittime competenze dell’intelligenza naturale, un’affermazione così estrema merita di essere chiarita.

Fede, amore e libertà

Come cristiani dobbiamo tenerci lontani dalla tentazione di brandire la nostra fede come una certezza incontestabile che si imporrebbe a tutti. Pascal aveva certamente la preoccupazione di far conoscere a tutti che «Dio e il vero sono inseparabili».[6] Ma sapeva che l’atto di credere è possibile per la grazia di Dio, ricevuta in un cuore libero. Lui, che per la fede aveva fatto l’incontro personale con il «Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe, non dei filosofi e dei sapienti»,[7] aveva riconosciuto in Gesù Cristo «la via, la verità e la vita» (Gv 14,6). Perciò propongo a tutti coloro che vogliono continuare a ricercare la verità – impresa che in questa vita non ha mai fine – di mettersi in ascolto di Blaise Pascal, un uomo dall’intelligenza prodigiosa che ha voluto ricordare che al di fuori della prospettiva dell’amore non c’è verità che valga: «Ci si fa un idolo persino della verità stessa, perché la verità fuori della carità non è Dio, ma è la sua immagine e un idolo che non bisogna amare, né adorare».[8]

Pascal ci premunisce così contro le false dottrine, le superstizioni o il libertinaggio, che tengono tanti di noi lontani dalla pace e dalla gioia durature di Colui che vuole che scegliamo «la vita e il bene» e non «la morte e il male» (Dt 30,15). Ma il dramma della nostra vita è che talvolta vediamo male e, di conseguenza, scegliamo male. In realtà, noi possiamo assaporare la felicità del Vangelo solo «se lo Spirito Santo ci pervade con tutta la sua potenza e ci libera dalla debolezza dell’egoismo, della pigrizia, dell’orgoglio».[9] Inoltre, «senza la sapienza del discernimento possiamo trasformarci facilmente in burattini alla mercé delle tendenze del momento».[10] Per questo l’intelligenza e la fede viva di Pascal, che ha voluto mostrare che la religione cristiana è «venerabile perché ha conosciuto bene l’uomo», e «amabile perché promette il vero bene»,[11] possono aiutarci ad avanzare attraverso le oscurità e le disgrazie di questo mondo.

Una mente scientifica eccezionale

Quando sua madre muore, nel 1626, Blaise Pascal ha tre anni. Étienne, suo padre, giurista di fama, è rinomato anche per le sue notevoli doti scientifiche, in particolare nella matematica e nella geometria. Deciso a curare da solo l’educazione dei suoi tre figli Jacqueline, Blaise et Gilberte, si stabilisce a Parigi nel 1632. Ben presto, Blaise dà prova di una mente eccezionale e di una spiccata esigenza di ricercare il vero, così come riferisce la sorella Gilberte: «Fin dall’infanzia, non poteva arrendersi se non a ciò che gli apparisse manifestamente vero; così che, quando non gli si davano buone ragioni, ne ricercava lui stesso».[12] Un giorno, il padre sorprese il figlio in ricerche di geometria e si accorse subito che, senza sapere che quei teoremi esistevano nei libri sotto altri nomi, Blaise, dodicenne, aveva dimostrato completamente da solo, disegnando delle figure per terra, le trentadue prime proposizioni di Euclide.[13] Gilberte si ricorda a tale proposito che il padre fu «spaventato dalla grandezza e dalla potenza di quell’ingegno».[14]

Negli anni che seguirono, Blaise Pascal metterà a frutto il suo immenso talento consacrandovi la sua forza di lavoro. A partire dai diciassette anni frequenta i maggiori dotti del suo tempo. Presto si succedono le scoperte e le pubblicazioni. Nel 1642, a diciannove anni, inventa una macchina di aritmetica, antenata delle nostre calcolatrici. Blaise Pascal ha questo di estremamente stimolante per noi, che ci richiama la grandezza della ragione umana, e ci invita a servircene per decifrare il mondo che ci circonda. L’esprit de géométrie, che è tale attitudine a comprendere in dettaglio il funzionamento delle cose, gli sarà utile per tutta la vita, come osserva l’eminente teologo Hans Urs von Balthasar: «[Egli] si rende capace inoltre, dalla precisione propria dei piani della geometria e delle scienze della natura, di raggiungere la precisione tutta diversa che è propria del piano dell’esistenza in genere e della sfera cristiana».[15] Questo esercizio fiducioso della ragione naturale, che lo rende solidale con tutti i fratelli umani in cerca di verità, gli permetterà di riconoscere i limiti dell’intelligenza stessa e, nel contempo, di aprirsi alle ragioni soprannaturali della Rivelazione, secondo una logica del paradosso che costituisce il suo marchio filosofico e il fascino letterario dei suoi Pensieri: «Alla Chiesa fu altrettanto difficile mostrare, contro chi lo negava, che Gesù Cristo era uomo, quanto mostrare che era Dio. E le apparenze erano altrettanto grandi».[16]

I filosofi

Molti scritti di Pascal rientrano in larga parte nel discorso filosofico. In particolare i Pensieri, quell’insieme di frammenti pubblicati postumi che sono le note o le bozze di un filosofo animato da un progetto teologico, di cui i ricercatori si sforzano di ricostruire, non senza variazioni, la coerenza e l’ordine originari. L’amore appassionato per Cristo e il servizio ai poveri, che ho menzionato all’inizio, non sono stati tanto il segno di una frattura nello spirito di questo discepolo coraggioso, quanto quello di un approfondimento verso la radicalità evangelica, di un avanzare verso la vivente verità del Signore, con l’aiuto della grazia. Lui, che aveva la certezza soprannaturale della fede e che la vedeva tanto conforme alla ragione, benché oltrepassandola infinitamente, ha voluto spingere il più avanti possibile la discussione con quanti non condividevano la sua fede, poiché a «quanti non la posseggono, non possiamo darla se non mediante il ragionamento, in attesa che Dio la doni loro mediante il sentimento del cuore».[17] Evangelizzazione piena di rispetto e di pazienza, che la nostra generazione avrà interesse ad imitare.

Occorre dunque, per comprendere bene il discorso di Pascal sul cristianesimo, essere attenti alla sua filosofia. Egli ammirava la sapienza degli antichi filosofi greci, capaci di semplicità e di tranquillità nella loro arte di ben vivere, come membri di una polis: «Ci si immagina Platone e Aristotele con grandi paludamenti da pedanti. Erano gentiluomini ed erano come gli altri, pronti a ridere con i loro amici. E quando si sono divertiti a scrivere le loro Leggi e la loro Politica, l’hanno fatto per diletto. Era la parte meno filosofica e meno seria della loro vita, giacché la più filosofica era di vivere semplicemente e tranquillamente».[18] Malgrado la loro grandezza e la loro utilità, Pascal tuttavia riconosce i limiti di questi filosofi: lo stoicismo porta all’orgoglio,[19] lo scetticismo alla disperazione.[20] La ragione umana è senza alcun dubbio una meraviglia della creazione, che distingue l’uomo tra tutte le creature, perché «l’uomo non è che una canna, la più debole della natura, ma è una canna che pensa».[21] Si comprende allora che i limiti dei filosofi saranno semplicemente i limiti della ragione creata. Democrito, infatti, aveva un bel dire: «Parlerò di tutto»;[22] la ragione non può, da sola, risolvere le questioni più alte e più urgenti. Qual è, effettivamente, all’epoca di Pascal come pure ai nostri giorni, il tema che più ci interessa? È quello del senso integrale del nostro destino, della nostra vita, e della nostra speranza, protesa a una felicità che non è proibito di concepire eterna, ma che solo Dio è autorizzato a donare: «Nulla è tanto importante per l’uomo quanto il suo stato. Nulla è tanto temibile per lui quanto l’eternità».[23]

Meditando i Pensieri di Pascal, si ritrova, in qualche modo, questo principio fondamentale: «la realtà è superiore all’idea», perché Pascal ci insegna a tenerci lontano da «diverse forme di occultamento della realtà», dai «purismi angelicati» agli «intellettualismi senza saggezza».[24] Niente è più pericoloso di un pensiero disincarnato: «Chi vuole fare l’angelo fa la bestia».[25] E le ideologie mortifere di cui continuiamo a soffrire in ambito economico, sociale, antropologico e morale tengono quanti le seguono dentro bolle di credenza dove l’idea si è sostituita alla realtà.

La condizione umana

La filosofia di Pascal, tutta in paradossi, procede da uno sguardo tanto umile quanto lucido, che cerca di raggiungere «la realtà illuminata dal ragionamento».[26] Egli parte dalla constatazione che l’uomo è come un estraneo a sé stesso, grande e miserabile. Grande per la sua ragione, per la sua capacità di dominare le sue passioni, grande anche «in quanto si riconosce miserabile».[27] In particolare, aspira ad altro che ad appagare i propri istinti o a resistervi, «infatti, ciò che è natura negli animali, noi la chiamiamo miseria nell’uomo».[28] Esiste una sproporzione insopportabile tra, da una parte, la nostra volontà infinita di essere felici e di conoscere la verità e, dall’altra, la nostra ragione limitata e la nostra debolezza fisica, che conduce alla morte. Perché la forza di Pascal è anche nel suo implacabile realismo: «Non occorre un’anima molto elevata per capire che in questo mondo non esistono soddisfazioni autentiche e stabili, che tutti i nostri piaceri non sono altro che vanità e i nostri mali sono infiniti, e che infine la morte, che ci minaccia ad ogni istante, deve immancabilmente metterci entro pochi anni nell’orribile necessità di essere eternamente o annientati o infelici. Nulla è più reale né più terribile di questo. Facciamo pure gli spavaldi quanto vogliamo: ecco la fine che attende la vita più bella del mondo».[29] In questa condizione tragica, si comprende che l’uomo non possa rimanere in sé stesso, poiché la sua miseria e l’incertezza del suo destino gli risultano insopportabili. Ha bisogno quindi di distrarsi, ciò che Pascal riconosce di buon grado: «Da qui deriva che gli uomini amano tanto il clamore e il movimento».[30] Se infatti l’uomo non si distrae dalla propria condizione – e tutti sappiamo tanto bene distrarci con il lavoro, i piaceri o le relazioni familiari o amicali, ma ahimè anche con i vizi a cui ci portano certe passioni – la sua umanità sperimenta «il suo nulla, il suo abbandono, la sua insufficienza, la sua dipendenza, la sua impotenza, il suo vuoto. [Ed escono] dal fondo della sua anima […] la noia, l’umor nero, la tristezza, il dispiacere, la stizza, la disperazione».[31] E tuttavia il divertimento non placa, né colma, il nostro grande desiderio di vita e di felicità. Questo, tutti noi lo sappiamo bene.

È allora che Pascal pone la sua grande ipotesi: «Cosa dunque ci gridano quest’avidità e quest’impotenza, se non che un tempo ci fu nell’uomo un’autentica felicità di cui ora gli restano soltanto il segno e l’orma del tutto vuota, che egli tenta invano di riempire con tutto ciò che lo circonda, chiedendo alle cose assenti l’aiuto che non ottiene dalle presenti? Ma invano, perché quest’abisso infinito non può essere colmato se non da un oggetto infinito e immutabile, ossia da Dio stesso».[32] Se l’uomo è come «un re spodestato»,[33] che tende solo a ritrovare la grandezza perduta e che tuttavia se ne vede incapace, chi è dunque? «Quale chimera è dunque l’uomo? Quale stramberia, quale mostruosità, quale caos, quale soggetto di contraddizioni, quale prodigio? Giudice di tutte le cose, debole verme della terra, depositario del vero, cloaca di incertezza e di errore, gloria e rifiuto dell’universo. Chi sbroglierà questo groviglio?».[34] Pascal, come filosofo, vede bene che «quanto più si hanno lumi, tanto più si scopre grandezza e bassezza nell’uomo»,[35] ma che questi opposti sono inconciliabili. Perché la ragione umana non può armonizzarli, né risolvere l’enigma.

Per questo Pascal rileva che, se c’è un Dio e se l’uomo ha ricevuto una rivelazione divina – come diverse religioni affermano – e se tale rivelazione è veritiera, là deve trovarsi la risposta che l’uomo attende per risolvere le contraddizioni che lo tormentano: «Le grandezze e le miserie dell’uomo sono così palesi che necessariamente occorre che la vera religione ci insegni che c’è nell’uomo qualche grande principio di grandezza, e che c’è un grande principio di miseria. Inoltre, occorre che essa ci spieghi questi stupefacenti contrasti».[36] Ora, avendo studiato le grandi religioni, Pascal conclude che «nessun pensare e nessun fare ascetico-mistico può offrire una via di salvezza», se non a partire dal «superiore criterio di verità della irradiazione della grazia nell’anima».[37] «Invano, o uomini – scrive Pascal immaginando ciò che il vero Dio potrebbe dirci – cercate in voi stessi il rimedio alle vostre miserie. Tutti i vostri lumi possono giungere al massimo a capire che non troverete in voi né la verità né il bene. I filosofi ve l’hanno promesso e non vi sono riusciti. Essi non sanno né quale sia il vostro vero bene, né quale sia la vostra vera condizione».[38]

Arrivato a questo punto, Pascal, che ha scrutato con la singolare forza della sua intelligenza la condizione umana, la Sacra Scrittura e la tradizione della Chiesa, intende proporsi con la semplicità dello spirito d’infanzia quale umile testimone del Vangelo. È quel cristiano che vuole parlare di Gesù Cristo a quanti concludono un po’ in fretta che non ci sono ragioni consistenti per credere alle verità del cristianesimo. Pascal, al contrario, sa per esperienza che ciò che si trova nella Rivelazione non solo non si oppone alle richieste della ragione, ma apporta la risposta inaudita alla quale nessuna filosofia avrebbe potuto giungere da sé stessa.

Conversione: la visita del Signore

Il 23 novembre 1654, Pascal ha vissuto un’esperienza fortissima, di cui si parla fino ad oggi come della sua “Notte di fuoco”. Questa esperienza mistica, che gli fece versare lacrime di gioia, è stata così intensa e così determinante per lui che l’ha registrata su un pezzo di carta datato con precisione, il “Memoriale”, che egli aveva infilato nella fodera del suo mantello e che è stato scoperto solo dopo la sua morte. Se è impossibile sapere esattamente quale sia la natura di ciò che accadde nell’anima di Pascal quella notte, sembra trattarsi di un incontro di cui egli stesso ha riconosciuto l’analogia con quello, fondamentale in tutta la storia della rivelazione e della salvezza, vissuto da Mosè davanti al roveto ardente (cfr Es 3). Il termine «fuoco»,[39] che Pascal ha voluto collocare in testa al “Memoriale”, ci invita, con le debite proporzioni, a proporre tale accostamento. Il parallelismo sembra indicato da Pascal stesso che, immediatamente dopo l’evocazione del fuoco, ha ripreso il titolo che il Signore si era dato davanti a Mosè: «Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe» (Es 3,6.15), aggiungendo: «non dei filosofi e dei sapienti. Certezza, certezza, sensazione, gioia, pace. Dio di Gesù Cristo».

Sì, il nostro Dio è gioia, e Blaise Pascal lo testimonia a tutta la Chiesa come pure a tutti i cercatori di Dio: «Non è il Dio astratto o il Dio cosmico, no. È il Dio di una persona, di una chiamata, il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, il Dio che è certezza, che è sentimento, che è gioia».[40] Quell’incontro, che ha confermato a Pascal la «grandezza dell’anima umana», l’ha colmato di questa gioia viva e inesauribile: «Gioia, gioia, gioia, lacrime di gioia». E questa gioia divina diventa per Pascal il luogo della confessione e della preghiera: «Gesù Cristo. Mi sono separato da lui, l’ho fuggito, rinnegato, crocifisso. Che io non sia mai separato da lui!».[41] È l’esperienza dell’amore di quel Dio personale, Gesù Cristo, il quale ha preso parte alla nostra storia e incessantemente prende parte alla nostra vita, a trascinare Pascal sulla via della conversione profonda e quindi della «rinuncia totale e dolce»[42], perché vissuta nella carità, all’«uomo vecchio che si corrompe seguendo le passioni ingannevoli» (Ef 4,22).

Come ricordava San Giovanni Paolo II nella sua Enciclica sui rapporti tra fede e ragione, filosofi come Pascal si distinguono per il rifiuto di ogni presunzione e per la loro scelta di un atteggiamento fatto tanto di umiltà quanto di coraggio. Hanno sperimentato che la fede «libera la ragione dalla presunzione».[43] Prima della notte del 23 novembre 1654, questo è chiaro, Pascal «non ha alcun dubbio sull’esistenza di Dio. Sa anche che questo Dio è il sommo bene. […] Ciò che gli manca, e che attende, non è un sapere ma un potere, non una verità ma una forza».[44] Ora questa forza gli viene donata per grazia: egli si sente attratto, con certezza e con gioia, da Gesù Cristo: «Conosciamo Dio solo per mezzo di Gesù Cristo. Senza questo mediatore è esclusa ogni comunicazione con Dio».[45] Scoprire Gesù Cristo è scoprire il Salvatore e Liberatore di cui ho bisogno: «Quel Dio non è altro che il riparatore della nostra miseria. Perciò non possiamo conoscere bene Dio senza conoscere le nostre iniquità».[46] Come ogni autentica conversione, la conversione di Blaise Pascal avviene nell’umiltà, che ci libera «dalla nostra coscienza isolata e dall’autoreferenzialità».[47]

L’intelligenza immensa e inquieta di Blaise Pascal, colmata di pace e di gioia davanti alla rivelazione di Gesù Cristo, ci invita, secondo “l’ordine del cuore”,[48] a camminare con sicurezza rischiarati da «questi lumi celesti».[49] Infatti, se il nostro Dio è un “Dio nascosto” (cfr Is 45,15), è perché Lui «volle nascondersi»,[50] così che la nostra ragione, illuminata dalla grazia, non avrà mai finito di scoprirlo. È dunque per l’illuminazione della grazia che lo si può conoscere. Ma la libertà dell’uomo deve aprirsi; e ancora Gesù ci consola: «Tu non mi cercheresti se non mi avessi trovato».[51]

L’ordine del cuore e le sue ragioni di credere

Secondo le parole di Benedetto XVI, «la tradizione cattolica sin dall’inizio ha rigettato il cosiddetto fideismo, che è la volontà di credere contro la ragione».[52] In questa linea Pascal è profondamente attaccato alla «ragionevolezza della fede in Dio»,[53] non solo perché «la mente non può essere costretta a credere ciò che sa essere falso»,[54] ma perché «se si urtano i principi della ragione, la nostra religione sarà assurda e ridicola».[55] Ma, se la fede è ragionevole, è anche un dono di Dio e non potrebbe imporsi: «Non si dimostra che si deve essere amati esponendo con ordine le cause dell’amore. Sarebbe ridicolo»,[56] osserva Pascal con la finezza del suo umorismo, tracciando un parallelo tra l’amore umano e la maniera in cui Dio si manifesta a noi. Niente più che l’amore, «che si propone ma non s’impone - l’amore di Dio non si impone mai».[57] Gesù ha reso testimonianza alla verità (cfr Gv 18,37) ma «non volle imporla con la forza a coloro che la respingevano».[58] Per questo «c’è abbastanza luce per chi desidera solo vedere, e abbastanza oscurità per chi ha una disposizione opposta».[59]

Giunge quindi ad affermare che «la fede è diversa dalla prova. L’una è umana, l’altra è un dono di Dio».[60] Perciò, è impossibile credere «se Dio non inclina il cuore».[61] Se la fede è di un ordine superiore alla ragione, ciò non significa affatto che vi si opponga, ma che la supera infinitamente. Leggere l’opera di Pascal non è dunque anzitutto scoprire la ragione che illumina la fede; è mettersi alla scuola di un cristiano di razionalità eccezionale, che ha saputo tanto meglio rendere conto di un ordine stabilito dal dono di Dio al di sopra della ragione: «La distanza infinita tra i corpi e le menti raffigura la distanza infinitamente più infinita tra le menti e la carità, poiché questa è soprannaturale».[62] Scienziato esperto di geometria, vale a dire della scienza dei corpi posti nello spazio, e geometra esperto di filosofia, vale a dire della scienza delle menti poste nella storia, Blaise Pascal illuminato dalla grazia della fede poteva così trascrivere la totalità della sua esperienza: «Da tutti i corpi insieme non si saprebbe far uscire un piccolo pensiero: è impossibile, appartiene a un altro ordine. Da tutti i corpi e da tutte le menti non si può trarre un moto di vera carità: è impossibile, appartiene a un altro ordine, soprannaturale».[63]

Né l’intelligenza geometrica né il ragionamento filosofico permettono all’uomo di giungere da solo a «una vista molto nitida» sul mondo e su sé stessi. Chi è riverso sui dettagli dei suoi calcoli non beneficia della visione d’insieme che permette di “scorgere tutti i principi”. Questo appartiene all’«intelligenza intuitiva», di cui Pascal vanta ugualmente i meriti, poiché quando si cerca di cogliere la realtà, «bisogna vedere la cosa all’istante, con un solo colpo d’occhio».[64] Questa intelligenza intuitiva è connessa con ciò che Pascal chiama il “cuore”: «Conosciamo la realtà non solo con la ragione, ma anche con il cuore. È in quest’ultimo modo che conosciamo i primi principi, e invano il ragionamento, che non vi partecipa affatto, cerca di metterli in dubbio».[65] Ora, le verità divine, come il fatto che il Dio che ci ha fatti è amore, che è Padre, Figlio e Spirito Santo, che si è incarnato in Gesù Cristo, morto e risorto per la nostra salvezza, non sono dimostrabili con la ragione, ma possono essere conosciute con la certezza della fede, e passano poi dal cuore spirituale alla mente razionale, che le riconosce come vere e può a sua volta esporle: «Ecco perché coloro cui Dio ha dato la religione mediante il sentimento del cuore sono ben fortunati e ben legittimamente convinti».[66]

Pascal non si è mai rassegnato al fatto che alcuni suoi fratelli in umanità non solo non conoscono Gesù Cristo, ma disdegnano per pigrizia, o a causa delle loro passioni, di prendere sul serio il Vangelo. Infatti è in Gesù Cristo che si gioca la loro vita. «L’immortalità dell’anima è una cosa che ci preme a tal punto, ci tocca così profondamente, che bisogna essere del tutto insensati per non essere interessati a conoscere come stanno le cose. […] Ragion per cui, nell’ambito di coloro che non ne sono convinti, io pongo un’estrema differenza tra quanti si impegnano con tutte le loro forze per istruirsi, e quanti vivono senza darsene pena né pensiero».[67] Noi stessi sappiamo bene che spesso cerchiamo di fuggire la morte, o di dominarla, pensando di poter «allontanare il pensiero della nostra finitudine» o «togliere alla morte il suo potere e scacciare il timore. Ma la fede cristiana non è un modo per esorcizzare la paura della morte, piuttosto ci aiuta ad affrontarla. Prima o poi, tutti andremo per quella porta. La vera luce che illumina il mistero della morte viene dalla risurrezione di Cristo».[68] Solo la grazia di Dio permette al cuore dell’uomo di accedere all’ordine della conoscenza divina, alla carità. Questo ha fatto scrivere a un importante commentatore contemporaneo di Pascal che «il pensiero non arriva a pensare cristianamente se non accede a ciò che Gesù Cristo mette in atto, la carità».[69]

Pascal, la controversia e la carità

Prima di concludere, è necessario evocare i rapporti di Pascal con il Giansenismo. Una delle sue sorelle, Jacqueline, era entrata nella vita religiosa a Port-Royal, in una congregazione la cui teologia era molto influenzata da Cornelius Jansen, il quale aveva composto un trattato, l’Augustinus, pubblicato nel 1640. Dopo la sua “Notte di fuoco”, Pascal si era recato a fare un ritiro all’abbazia di Port-Royal, nel gennaio 1655. Ora, nei mesi seguenti, una controversia importante e già antica, che opponeva i Gesuiti ai “Giansenisti”, legati all’Augustinus, si risvegliò alla Sorbona, l’università di Parigi. La disputa verteva principalmente sulla questione della grazia di Dio e sui rapporti tra la grazia e la natura umana, in particolare il suo libero arbitrio. Pascal, benché non appartenesse alla congregazione di Port-Royal, e benché non fosse un uomo di parte – «sono solo, egli scrive, […] non sono affatto di Port-Royal»[70] – fu incaricato dai Giansenisti di difenderli, soprattutto perché la sua arte retorica era potente. Lo fece nel 1656 e nel 1657, pubblicando una serie di diciotto lettere, denominate Provinciali.

Se molte proposizioni dette “gianseniste” erano effettivamente contrarie alla fede,[71] ciò che Pascal riconosceva, egli contestava che esse fossero presenti nell’Augustinus e seguite dai membri di Port-Royal. Alcune delle sue stesse affermazioni, però, concernenti ad esempio la predestinazione, tratte dalla teologia dell’ultimo Sant’Agostino, le cui formule erano state già affilate da Giansenio, non suonano giuste. Bisogna tuttavia comprendere che, come Sant’Agostino aveva voluto combattere nel V secolo i Pelagiani, i quali sostenevano che l’uomo può con le proprie forze e senza la grazia di Dio fare il bene ed essere salvato, Pascal ha creduto sinceramente di opporsi al pelagianesimo o al semi-pelagianesimo che riteneva di identificare nelle dottrine seguite dai Gesuiti molinisti (dal nome del teologo Luis de Molina, morto nel 1600 ma il cui influsso era ancora vivo a metà del XVII secolo). Facciamogli credito sulla franchezza e la sincerità delle sue intenzioni.

Questa lettera non è certo il luogo per riaprire la questione. Tuttavia, ciò che vi è di giusta messa in guardia nelle posizioni di Pascal vale ancora per il nostro tempo: il «neo-pelagianesimo»,[72] che vorrebbe far dipendere tutto «dallo sforzo umano incanalato attraverso norme e strutture ecclesiali»,[73] si riconosce dal fatto che «ci intossica con la presunzione di una salvezza guadagnata con le nostre forze».[74] E occorre ora affermare che l’ultima posizione di Pascal quanto alla grazia, e in particolare al fatto che Dio «vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità» (1 Tm 2,4), si enunciava in termini perfettamente cattolici alla fine della sua vita.[75]

Come dicevo in apertura, Blaise Pascal, al termine della sua vita breve ma di una ricchezza e fecondità straordinarie, aveva messo l’amore dei fratelli al primo posto. Egli si sentiva e si sapeva membro di un unico corpo, perché «Dio, dopo aver creato il cielo e la terra, che non sentono affatto la felicità del loro essere, volle creare degli esseri capaci di conoscerlo e di costituire un corpo di membra pensanti».[76] Pascal, nella sua posizione di fedele laico, ha gustato la gioia del Vangelo, con cui lo Spirito vuole fecondare e guarire «tutte le dimensioni dell’uomo» e riunire «tutti gli uomini alla mensa del Regno».[77] Quando compone la sua magnifica Preghiera per domandare a Dio il buon uso delle malattie, nel 1659, Pascal è un uomo pacificato, che non si pone più nella controversia, e neppure nell’apologetica. Essendo molto malato e sul punto di morire, chiede di comunicarsi, ma questo non avviene immediatamente. Allora domanda alla sorella: «Non potendo comunicare nel capo [Gesù Cristo], vorrei comunicare nelle membra».[78] E «aveva un gran desiderio di morire in compagnia dei poveri».[79] «Muore nella semplicità di un bambino»,[80] si dice di lui poco prima del suo ultimo respiro, il 19 agosto 1662. Dopo aver ricevuto i Sacramenti, le sue ultime parole furono: «Che Dio non mi abbandoni mai».[81]

Possano la sua opera luminosa e gli esempi della sua vita, così profondamente battezzata in Gesù Cristo, aiutarci a percorrere sino alla fine il cammino della verità, della conversione e della carità. Perché la vita di un uomo è tanto breve: «Eternamente nella gioia per un giorno di prova sulla terra».[82]

Roma, San Giovanni in Laterano, 19 giugno 2023

FRANCESCO

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[1] Pensieri, n. 230. Per l’edizione italiana degli scritti di Pascal si fa riferimento a Opere complete, a cura di Maria Vita Romeo, Firenze-Milano 2020.

[2] G. Périer, Vie de M. Pascal, in Œuvres complètes, par M. Le Guern, I, Paris 1998, « Bibliothèque de la Pléiade » (34), 91.

[3] B. Pascal, Pensieri, n. 301.

[4] Ibid., n. 181.

[5] Ibid., n. 36.

[6] Id., Colloquio di Pascal con il Signor de Saci su Epitteto e Montaigne, 28: Opere complete, cit., 1539.

[7] Pensieri, n. 757 [il Memoriale].

[8] Ibid., n. 767.

[9] Esort. ap. Gaudete et exsultate, 65.

[10] Ibid., 167.

[11] Pensieri, n. 46.

[12] G. Périer, op. cit., 64.

[13] Cfr ibid., 65.

[14] Ibid.

[15] “Pascal”, in Gloria. Un’estetica teologica. III. Stili laicali, Milano 1976, 169.

[16] Pensieri, n. 338.

[17] Ibid., n. 142.

[18] Ibid., n. 457.

[19] Cfr Colloquio di Pascal con il Signor de Saci su Epitteto e Montaigne, [57]: Opere complete, cit., 1551.

[20] Cfr Pensieri, n. 240.

[21] Ibid., n. 231.

[22] Ibid., n. 230.

[23] Ibid., n. 682.

[24] Esort. ap. Evangelii gaudium, 231.

[25] Pensieri, n. 558.

[26] Esort. ap. Evangelii gaudium, 232.

[27] Pensieri, n. 146.

[28] Ibid., n. 149.

[29] Ibid., n. 682.

[30] Ibid., n. 168.

[31] Ibid., n. 515.

[32] Ibid., n. 181.

[33] Ibid., n. 148.

[34] Ibid., n. 164.

[35] Ibid., n. 506.

[36] Ibid., n. 182.

[37] H.U. von Balthasar, “Pascal”, in Gloria. Un’estetica teologica, III, Stili laicali, Milano 1976, 172.

[38] Pensieri, n. 182.

[39] Ibid., n. 757.

[40] Catechesi, 3 giugno 2020.

[41] Pensieri, n. 757 [il Memoriale].

[42] Ibid.

[43] Fides et ratio (14 settembre 1998), 76: AAS 91 (1999), 64.

[44] H. Gouhier, Blaise Pascal. Commentaires, Paris 1971, 44-45.

[45] Pensieri, n. 221.

[46] Ibid.

[47] Esort. ap. Evangelii gaudium, 8.

[48] Pensieri, n. 329.

[49] Ibid., n. 240.

[50] Ibid., n. 275.

[51] Ibid., n. 762.

[52] Catechesi, 21 novembre 2012.

[53] Ibid.

[54] Colloquio di Pascal con il Signor de Saci su Epitteto e Montaigne, [12]: Opere complete, cit., 1535.

[55] Pensieri, n. 204.

[56] Ibid., n. 329.

[57] Omelia nella Solennità di Cristo Re dell’universo, 20 novembre 2022.

[58] Conc. Ecum. Vat. II, Dich. Dignitatis humanae, 11.

[59] Pensieri, n. 182.

[60] Ibid., n. 41.

[61] Ibid., n. 412.

[62] Ibid., n. 339.

[63] Ibid.

[64] Ibid., n. 671.

[65] Ibid., n. 142.

[66] Ibid.

[67] Ibid., n. 682.

[68] Catechesi, 9 febbraio 2022.

[69] J.-L. Marion, La Métaphysique et après, Paris 2023, 356.

[70] Diciassettesima lettera provinciale: Opere Complete, cit., 1267.

[71] Cfr B. Neveu, L’erreur et son juge : remarques sur les censures doctrinales à l’époque moderne, Naples 1993.

[72] Cfr Congr. per la Dottrina della Fede, Lettera Placuit Deo (22 febbraio 2018); Esort. ap. Gaudete et exsultate, 57-59.

[73] Esort. ap. Gaudete et exsultate, 59.

[74] Lett. ap. Desiderio desideravi, 20.

[75] Cfr B. Pascal, Œuvres complètes, éd par L. Lafuma, Paris 1963, n. 931, p. 623. All’inizio di tale frammento si trova, barrata, questa frase: «Amo tutti gli uomini come miei fratelli, perché sono tutti redenti».

[76] Pensieri, n. 392.

[77] Esort. ap. Evangelii gaudium, 237.

[78] G. Périer, op. cit., 92-93.

[79] Ibid., 93.

[80] Ibid., 90.

[81] Ibid., 94.

[82] B. Pascal, Œuvres complètes, par L. Lafuma, cit., n. 913.

[01010-IT.01] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua francese

LETTRE APOSTOLIQUE
SUBLIMITAS ET MISERIA HOMINIS
POUR LE QUATRIÈME CENTENAIRE DE LA NAISSANCE
DE BLAISE PASCAL

Grandeur et misère de l’homme forment le paradoxe qui se trouve au cœur de la réflexion et du message de Blaise Pascal, né il y a quatre siècles, le 19 juin 1623, à Clermont, dans le centre de la France. Dès l'enfance et tout au long de sa vie, il a cherché la vérité. Avec la raison, il en a tracé les signes, notamment dans les domaines des mathématiques, de la géométrie, de la physique et de la philosophie. Très tôt, il a fait des découvertes extraordinaires, au point d'atteindre une renommée considérable. Mais il ne s'est pas arrêté là. Dans un siècle de grands progrès en de nombreux domaines scientifiques, accompagnés d'un esprit de scepticisme philosophique et religieux croissant, Blaise Pascal s'est montré un infatigable chercheur de vérité qui, en tant que tel, reste toujours “inquiet”, attiré par de nouveaux et futurs horizons.

Cette raison, si pointue et en même temps si ouverte en lui, n'a jamais fait taire la question ancienne et toujours nouvelle qui résonne dans l'âme humaine : « Qu'est-ce que l'homme pour que tu te souviennes de lui, le fils de l'homme pour que tu prennes soin de lui ? » (Ps 8, 5). Cette question est gravée dans le cœur de tout être humain, de tout temps et en tout lieu, de toute civilisation et de toute langue, de toute religion. « Qu'est-ce que l’homme dans la nature ? - se demande Pascal -. Un néant à l’égard de l'infini, un tout à l’égard du néant ».[1] Et en même temps, la question est là, dans ce psaume, au cœur de cette histoire d'amour entre Dieu et son peuple, histoire accomplie dans la chair du "Fils de l'homme" Jésus-Christ, que le Père a livré jusqu'à l'abandon pour le couronner de gloire et d'honneur au-dessus de toute créature (v. 6). À cette interrogation, formulée dans un langage si différent du langage mathématique et géométrique, Pascal ne s'est jamais fermé.

À l’origine, je crois pouvoir reconnaître chez lui une attitude de fond que j'appellerais une "ouverture étonnée à la réalité". Ouverture aux autres dimensions du savoir et de l'existence, ouverture aux autres, ouverture à la société. Par exemple, il est à l'origine, à Paris en 1661, du premier réseau de transports publics de l'histoire, les "carrosses à cinq sols". Si je mentionne cela au début de cette lettre, c'est pour insister sur le fait que ni sa conversion au Christ, surtout à partir de la "Nuit de feu" du 23 novembre 1654, ni son extraordinaire effort intellectuel pour défendre la foi chrétienne n'ont fait de lui un être isolé de son temps. Il était attentif aux problèmes les plus aigus de l'époque, ainsi qu'aux besoins matériels de toutes les composantes de la société dans laquelle il vivait.

Cette ouverture à la réalité a fait qu'il ne s'est pas fermé aux autres, même durant sa dernière maladie. C'est de cette époque, alors qu'il avait trente-neuf ans, que l’on rapporte ces paroles qui expriment l'étape finale de son parcours évangélique : « Si les médecins disent vrai, et que Dieu permette que je relève de cette maladie, je suis résolu de n’avoir d’autre occupation ni d’autre emploi tout le reste de mes jours que le service des pauvres ».[2] Il est touchant de constater que, dans les derniers jours de sa vie, un penseur aussi brillant que Blaise Pascal ne voyait pas d'autre urgence que de mettre son énergie au service de la miséricorde : « L'unique objet de l'Écriture est la charité ». [3]

Je me réjouis donc que la providence, en ce quatrième centenaire de sa naissance, me donne l'occasion de lui rendre hommage et de souligner ce qui, dans sa pensée et dans sa vie, me paraît propre à stimuler les chrétiens de notre temps et tous les hommes et femmes de bonne volonté dans la recherche du vrai bonheur : « Tous les hommes recherchent d’être heureux. Cela est sans exception, quelques différents moyens qu’ils y emploient. Ils tendent tous à ce but ».[4] Quatre siècles après sa naissance, Pascal reste pour nous le compagnon de route qui accompagne notre recherche du vrai bonheur et, selon le don de la foi, notre reconnaissance humble et joyeuse du Seigneur mort et ressuscité.

Un amoureux du Christ qui parle à chacun

Si Blaise Pascal peut toucher tout le monde, c’est notamment parce qu’il a parlé de la condition humaine de façon admirable. Il serait toutefois trompeur de ne voir en lui qu’un spécialiste des mœurs humaines, aussi génial fût-il. Le monument que forment ses Pensées, dont certaines formules isolées sont restées célèbres, ne peut se comprendre réellement si l’on ignore que Jésus-Christ et l’Écriture Sainte en constituent à la fois le centre et la clé. Car si Pascal a entrepris de parler de l’homme et de Dieu, c’est parce qu’il était arrivé à la certitude que « non seulement nous ne connaissons Dieu que par Jésus‑Christ, mais nous ne nous connaissons nous-mêmes que par Jésus‑Christ. Nous ne connaissons la vie, la mort que par Jésus‑Christ. Hors de Jésus‑Christ, nous ne savons ce que c’est ni que notre vie ni que notre mort, ni que Dieu, ni que nous‑mêmes. Ainsi sans l’Écriture, qui n’a que Jésus‑Christ pour objet, nous ne connaissons rien et ne voyons qu’obscurité ».[5] Pour qu’elle soit entendue par tous, sans être regardée comme une pure affirmation doctrinale inaccessible à ceux qui ne partagent pas la foi de l’Église, ni comme une dévaluation des compétences légitimes de l’intelligence naturelle, une affirmation aussi extrême mérite d’être éclairée.

Foi, amour et liberté

Nous devons, comme chrétiens, nous tenir éloignés de la tentation de brandir notre foi comme une certitude incontestable qui s’imposerait à tous. Pascal avait certes le souci de faire connaître à tous les hommes que « Dieu et le vrai sont inséparables ».[6] Mais il savait que l’acte du croyant est possible par la grâce de Dieu, reçue dans un cœur libre. Lui qui par la foi avait fait la rencontre personnelle du « Dieu d’Abraham, Dieu d’Isaac, Dieu de Jacob, non des philosophes et des savants »,[7] avait reconnu en Jésus-Christ « le Chemin, la Vérité et la Vie » (Jn 14, 6). C’est pourquoi je propose à tous ceux qui veulent continuer de rechercher la vérité – tâche qui en cette vie n’a pas de fin –, de se mettre à l’écoute de Blaise Pascal, un homme à l’intelligence prodigieuse qui a voulu rappeler qu’en dehors des visées de l’amour il n’y a pas de vérité qui vaille : « On se fait une idole de la vérité même, car la vérité hors de la charité n’est pas Dieu, et est son image et une idole qu’il ne faut point aimer ni adorer ».[8]

Pascal nous prémunit ainsi contre les fausses doctrines, les superstitions ou le libertinage qui tiennent tant d’entre nous éloignés de la paix et de la joie durables de Celui qui veut que nous choisissions « la vie et le bonheur », et non « la mort et le malheur » (Dt 30, 15.19). Mais le drame de notre vie est que parfois nous voyons mal, et que par conséquent nous choisissons mal. En réalité, nous ne pouvons goûter au bonheur de l’Évangile « que si l’Esprit Saint nous envahit avec toute sa puissance et nous libère de la faiblesse de l’égoïsme, du confort, de l’orgueil ».[9] En outre, « sans la sagesse du discernement, nous pouvons devenir facilement des marionnettes à la merci des tendances du moment ».[10] C’est pourquoi l’intelligence et la foi vive de Blaise Pascal, qui a voulu montrer que la religion chrétienne est « vénérable parce qu’elle a bien connu l’homme » et « aimable parce qu’elle promet le vrai bien »,[11] peuvent nous aider à progresser à travers les obscurités et les disgrâces de ce monde.

Un esprit scientifique exceptionnel

Lorsque sa mère meurt en 1626, Blaise Pascal est âgé de trois ans. Etienne, son père, juriste réputé, est également renommé pour ses dispositions scientifiques remarquables, en particulier dans les mathématiques et la géométrie. Décidé à faire seul l’éducation de ses trois enfants Jacqueline, Blaise et Gilberte, il s’installe à Paris en 1632. Très tôt, Blaise montre une intelligence exceptionnelle, et une grande exigence dans la recherche du vrai, ainsi que le rapporte sa sœur Gilberte : « Dès son enfance, il ne pouvait se rendre qu’à ce qui lui paraissait vrai évidemment ; de sorte que, quand on ne lui donnait pas de bonnes raisons, il en cherchait lui-même ».[12] Un jour, le père surprit son fils dans des recherches de géométrie et s’aperçut bientôt que, sans savoir que ces théorèmes existaient dans des livres sous d’autres noms, Blaise, âgé de douze ans, avait démontré entièrement seul, en dessinant des figures sur le sol, les trente-deux premières propositions d’Euclide.[13] Gilberte se souvient alors que leur père fut « épouvanté de la grandeur et de la puissance de ce génie ».[14]

Dans les années qui suivront, Blaise Pascal fera fructifier son immense talent en y consacrant sa force de travail. Dès l’âge de dix-sept ans, il fréquente les plus grands savants de son temps. Assez vite, se succèdent les découvertes et les publications. En 1642, âgé de dix-neuf ans, il invente une machine d’arithmétique, ancêtre de nos calculatrices. Blaise Pascal a cela d’extrêmement stimulant pour nous qu’il nous rappelle la grandeur de la raison humaine, et nous invite à nous en servir pour déchiffrer le monde qui nous entoure. L’esprit de géométrie, qui est cette aptitude à bien comprendre le fonctionnement des choses dans leur détail, lui sera utile toute sa vie, ainsi que le relève l’éminent théologien Hans Urs von Balthasar : « Grâce à la précision de la géométrie et des sciences de la nature, il est capable d’atteindre à celle, toute différente, qui existe par exemple dans le domaine de l’existence et de la vie chrétienne ».[15] Cette pratique confiante de la raison naturelle qui le rend solidaire de tous ses frères humains en quête de vérité lui permettra de reconnaître les limites de l’intelligence elle-même et, en même temps, de s’ouvrir aux raisons surnaturelles de la Révélation, selon une logique du paradoxe qui fait la marque philosophique et le charme littéraire de ses Pensées : « L’Église a eu autant de peine à montrer que Jésus-Christ était homme, contre ceux qui le niaient, qu’à montrer qu’il était Dieu ; et les apparences étaient aussi grandes ».[16]

Les philosophes

Plusieurs des écrits de Pascal relèvent pour une large part du discours philosophique. En particulier ses Pensées, cet ensemble de fragments publiés à titre posthume qui sont les notes ou les brouillons d’un philosophe animé d’un projet théologique, dont les chercheurs s’attachent à reconstituer, non sans variations, la cohérence et l’ordre originaires. L’amour éperdu pour le Christ et le service des pauvres que j’ai mentionnés au début ne furent pas tant la marque d’une rupture dans l’esprit de ce disciple audacieux, que celle d’un approfondissement vers la radicalité évangélique, d’une progression vers la vérité vivante du Seigneur, avec le secours de la grâce. Lui qui avait la certitude surnaturelle de la foi, et qui la voyait si conforme à la raison, quoique la dépassant infiniment, a voulu pousser le plus loin possible la discussion avec ceux qui ne partageaient pas sa foi, car à « ceux qui ne l’ont pas, nous ne pouvons la donner que par raisonnement en attendant que Dieu la leur donne par sentiment de cœur ».[17] Évangélisation toute de respect et de patience que notre génération aura intérêt à imiter.

Il faut donc, pour bien comprendre le discours de Pascal sur le christianisme, être attentif à sa philosophie. Il admirait la sagesse des anciens philosophes grecs, capables de simplicité et de tranquillité dans leur art de bien vivre, comme membres d’une polis : « On ne s’imagine Platon et Aristote qu’avec de grandes robes de pédants. C’étaient des gens honnêtes et comme les autres, riants avec leurs amis. Et quand ils se sont divertis à faire leurs lois et leurs politiques, ils l’ont fait en se jouant. C’était la partie la moins philosophe et la moins sérieuse de leur vie ; la plus philosophe était de vivre simplement et tranquillement ».[18] Malgré leur grandeur et leur utilité, Pascal discerne pourtant les limites de ces philosophies : le stoïcisme mène à l’orgueil,[19] le scepticisme au désespoir.[20] La raison humaine est sans aucun doute une merveille de la création, qui distingue l’homme d’entre toutes les créatures, car « l’homme n’est qu’un roseau, le plus faible de la nature, mais c’est un roseau pensant ».[21] On comprend alors que les limites des philosophes seront tout simplement les limites de la raison créée. Car Démocrite avait beau affirmer : « Je vais parler de tout »,[22] la raison ne peut, à elle seule, résoudre les questions les plus hautes et les plus urgentes. Quel est en effet, à l’époque de Pascal comme aussi de nos jours, le sujet qui nous importe le plus ? C’est celui du sens intégral de notre destinée, de notre vie, et de notre espérance, tendue vers d’un bonheur qu’il n’est pas interdit de concevoir comme éternel, mais que seul Dieu est autorisé à donner : « Rien n’est si important à l’homme que son état ; rien ne lui est si redoutable que l’éternité ».[23]

En méditant les Pensées de Pascal, on retrouve, en quelque manière, ce principe fondamental : « La réalité est supérieure à l’idée », car il nous apprend à nous tenir éloigné des « diverses manières d’occulter la réalité », depuis les « purismes angéliques » jusqu’aux « intellectualismes sans sagesse ».[24] Rien n’est plus dangereux qu’une pensée désincarnée : « Qui veut faire l’ange, fait la bête ».[25] Et les idéologies mortifères dont nous continuons de souffrir dans les domaines économiques, sociaux, anthropologiques ou moraux tiennent ceux qui les suivent dans des bulles de croyance où l’idée s’est substituée au réel.

La condition humaine

La philosophie de Pascal, toute en paradoxes, procède d’un regard aussi humble que lucide, qui cherche à atteindre « la réalité éclairée par le raisonnement ».[26] Il part du constat que l’homme est comme un étranger à lui-même, grand et misérable. Grand par sa raison, par sa capacité à dompter ses passions, grand même « en ce qu’il se connaît misérable ».[27] Notamment, il aspire à autre chose qu’à assouvir ses instincts ou à leur résister, « car ce qui est nature aux animaux nous l’appelons misère en l’homme ».[28] Il existe une disproportion insupportable entre d’un côté notre volonté infinie d’être heureux et de connaître la vérité, et de l’autre côté notre raison limitée et notre faiblesse physique, qui aboutit à la mort. Car la force de Pascal est aussi dans son réalisme implacable : « Il ne faut pas avoir l’âme fort élevée pour comprendre qu’il n’y a point ici de satisfaction véritable et solide, que tous nos plaisirs ne sont que vanité, que nos maux sont infinis, et qu’enfin la mort, qui nous menace à chaque instant, doit infailliblement nous mettre, dans peu d’années, dans l’horrible nécessité d’être éternellement ou anéantis ou malheureux. Il n’y a rien de plus réel que cela, ni de plus terrible. Faisons tant que nous voudrons les braves : voilà la fin qui attend la plus belle vie du monde ».[29] Dans cette condition tragique, bien sûr, l’homme ne peut pas rester en lui-même, car sa misère et l’incertitude de sa destinée lui sont insupportables. Il lui faut donc se distraire, ce que Pascal reconnaît volontiers : « De là vient que les hommes aiment tant le bruit et le remuement ».[30] Car si l’homme ne se divertit de sa condition – et nous savons tous fort bien nous divertir par le travail, les loisirs ou les relations familiales ou amicales, mais aussi hélas par les vices auxquels portent certaines passions – son humanité éprouve « son néant, son abandon, son insuffisance, sa dépendance, son impuissance, son vide. [Et il sort] du fond de son âme l’ennui, la noirceur, la tristesse, le chagrin, le dépit, le désespoir ».[31] Et pourtant le divertissement n’apaise ni ne comble notre grand désir de vie et de bonheur. Cela, tous, nous le savons bien.

C’est alors que Pascal pose sa grande hypothèse : « Qu’est-ce donc que nous crie cette avidité et cette impuissance sinon qu’il y a eu autrefois dans l’homme un véritable bonheur, dont il ne lui reste maintenant que la marque et la trace toute vide et qu’il essaye inutilement de remplir de tout ce qui l’environne, recherchant des choses absentes les secours qu’il n’obtient pas des présentes, mais qui en sont toutes incapables parce que ce gouffre infini ne peut être rempli que par un objet infini et immuable, c’est-à-dire que par Dieu même ».[32] Si l’homme est comme « un roi dépossédé »,[33] qui ne tend qu’à retrouver sa grandeur perdue, et qui pourtant s’en voit incapable, qu’est-il donc ? « Quelle chimère est‑ce donc que l’homme, quelle nouveauté, quel monstre, quel chaos, quel sujet de contradiction, quel prodige, juge de toutes choses, imbécile ver de terre, dépositaire du vrai, cloaque d’incertitude et d’erreur, gloire et rebut de l’univers ! Qui démêlera cet embrouillement ? ».[34] Pascal, en philosophe, voit bien qu’à « mesure qu’on a de lumière, on découvre plus de grandeur et plus de bassesse dans l’homme »,[35] mais que ces opposées sont inconciliables. Parce que la raison humaine ne peut pas les accorder, ni résoudre l’énigme.

C’est pourquoi Pascal relève que s’il y a un Dieu et que l’homme a reçu une révélation divine – ainsi que nombre de religions en font état –, et que cette révélation est véritable, là doit se trouver la réponse que l’homme attend pour résoudre les contradictions qui le torturent : « Les grandeurs et les misères de l’homme sont tellement visibles qu’il faut nécessairement que la véritable religion nous enseigne et qu’il y a quelque grand principe de grandeur en l’homme et qu’il y a un grand principe de misère. Il faut encore qu’elle nous rende raison de ces étonnantes contrariétés ».[36] Or, ayant étudié les grandes religions, Pascal conclut qu’« aucune forme de pensée, aucune pratique ascétique et mystique ne peut offrir de voie de rédemption », si ce n’est par « le critère supérieur de vérité qu’est l’illumination de la grâce ».[37] « C’est en vain, ô hommes - écrit Pascal en imaginant ce que le vrai Dieu pourrait nous dire - que vous cherchez dans vous‑mêmes le remède à vos misères. Toutes vos lumières ne peuvent arriver qu’à connaître que ce n’est point dans vous‑mêmes que vous trouverez ni la vérité ni le bien. Les philosophes vous l’ont promis et ils n’ont pu le faire. Ils ne savent ni quel est votre véritable bien, ni quel est [votre véritable état] ».[38]

Arrivé à ce point, Pascal, qui a scruté avec la force rare de son intelligence la condition humaine, et l’Écriture Sainte, et encore la tradition de l’Église, entend se proposer avec la simplicité de l’esprit d’enfance en humble témoin de l’Évangile. Il est ce chrétien qui veut parler de Jésus-Christ à ceux qui décrètent un peu vite qu’il n’y a pas de raison solide de croire aux vérités du christianisme. Pascal, au contraire, sait d’expérience que ce qui est dans la Révélation non seulement ne s’oppose pas aux requêtes de la raison, mais apporte la réponse inouïe à laquelle nulle philosophie n’aurait pu arriver par elle-même.

Conversion : la visite du Seigneur

Le 23 novembre 1654, Pascal a vécu une expérience très forte, que l’on appelle sa “Nuit de feu”. Cette expérience mystique, qui lui fit verser des pleurs de joie, a été si intense et si déterminante pour lui qu’il en a rendu compte sur un morceau de papier précisément daté, le Mémorial, qu’il avait glissé dans la doublure de son manteau, et que l’on n’a découvert qu’après sa mort. S’il est impossible de savoir exactement quelle est la nature de ce qui s’est passé dans l’âme de Pascal cette nuit-là, il apparaît qu’il s’agit d’une rencontre dont lui-même a reconnu l’analogie avec celle, fondamentale dans toute l’histoire de la révélation et du salut, vécue par Moïse devant le buisson ardent (cf. Ex 3). Le terme « Feu »,[39] que Pascal a voulu placer en tête du Mémorial, nous invite, toute proportion gardée, à proposer ce rapprochement. Le parallèle semble indiqué par Pascal lui-même qui, immédiatement après l’évocation du feu, a repris le titre que le Seigneur s’était donné devant Moïse : « Dieu d’Abraham, Dieu d’Isaac, Dieu de Jacob » (Ex 3, 6.15), en ajoutant : « non des philosophes et des savants. Certitude. Certitude. Sentiment. Joie. Paix. Dieu de Jésus-Christ ».

Oui, notre Dieu est joie, et Blaise Pascal en témoigne à toute l’Église ainsi qu’à tout chercheur de Dieu : « Ce n’est pas le Dieu abstrait ou le Dieu cosmique, non. C’est le Dieu d’une personne, d’un appel, le Dieu d’Abraham, d’Isaac, de Jacob, le Dieu qui est certitude, qui est sentiment, qui est joie ».[40] Cette rencontre, qui a confirmé à Pascal la « grandeur de l’âme humaine », l’a comblé de cette joie vive et inépuisable : « Joie, joie, joie, pleurs de joie ». Et cette joie divine devient pour Pascal le lieu de la confession et de la prière : « Jésus-Christ. Je m’en suis séparé : je l’ai fui, renoncé, crucifié. Que je n’en sois jamais séparé ».[41] C’est l’expérience de l’amour de ce Dieu personnel, Jésus-Christ, puisqu’il a pris part à notre histoire et que sans cesse il prend part à notre vie, qui entraîne Pascal sur le chemin de la conversion profonde, et donc de cette « renonciation totale et douce »,[42] parce que vécue dans la charité, à « l’homme ancien corrompu par les convoitises qui l’entraînent dans l’erreur » (Ep 4, 22).

Comme le rappelait saint Jean-Paul II dans son Encyclique sur les rapports entre foi et raison, « des philosophes comme Blaise Pascal » s’illustrent par le refus de toute « présomption », ainsi que par leur choix d’une posture faite d’« humilité » autant que de « courage ». Ils ont fait l’expérience que « la foi libère la raison de la présomption ».[43] Avant la nuit du 23 novembre 1654, cela est clair, Pascal « n’a aucun doute sur l’existence de Dieu. Il sait aussi que ce Dieu est le souverain bien. […] Ce qui lui manque et ce qu’il attend, ce n’est pas un savoir mais un pouvoir, ce n’est pas une vérité mais une force ».[44] Or cette force lui est donnée par grâce : il se sent attiré, avec certitude et joie, par Jésus-Christ : « Nous ne connaissons Dieu que par J.-C. Sans ce médiateur est ôtée toute communication avec Dieu ».[45] Découvrir Jésus-Christ, c’est découvrir le Sauveur et Libérateur dont j’ai besoin : « Ce Dieu là n’est autre chose que le réparateur de notre misère. Ainsi nous ne pouvons bien connaître Dieu qu’en connaissant nos iniquités ».[46] Comme toute conversion authentique, la conversion de Blaise Pascal se joue dans l’humilité qui nous délivre « de notre conscience isolée et de l’autoréférence ».[47]

L’intelligence immense et inquiète de Blaise Pascal, emplie de paix et de joie devant la révélation de Jésus-Christ, nous invite, selon l’“ordre du cœur”,[48] à marcher sûrement à la clarté de ces « célestes lumières ».[49] Car si notre Dieu est un “Dieu caché” (cf. Is 45, 15), c’est parce qu’il « s’est voulu cacher »,[50] de sorte que notre raison, illuminée par la grâce, n’aura jamais fini de le découvrir. C’est donc par l’illumination de la grâce que l’on peut le connaître. Mais la liberté de l’homme doit s’ouvrir, et déjà Jésus nous console : « Tu ne me chercherais pas si tu ne m’avais trouvé ».[51]

L’ordre du cœur et ses raisons de croire

Selon les mots de Benoît XVI, « la tradition catholique depuis le début a rejeté ce que l’on appelle le fidéisme, qui est la volonté de croire contre la raison ».[52] Dans ce sens, Pascal est profondément attaché au « caractère raisonnable de la foi en Dieu »,[53] non seulement parce que « l’esprit ne peut être forcé de croire ce qu’il sait être faux »,[54] mais que « si on choque les principes de la raison, notre religion sera absurde et ridicule ».[55] Mais si la foi est raisonnable, elle est aussi un don de Dieu, et ne s’aurait s’imposer : « On ne prouve pas qu’on doit être aimé en exposant d’ordre les causes de l’amour, cela serait ridicule »,[56] relève Pascal avec la finesse de son humour, en traçant un parallèle entre l’amour humain et la façon dont Dieu nous fait signe. Pas plus que l’amour, « qui se propose mais ne s’impose pas – l’amour de Dieu ne s’impose jamais ».[57] Jésus « a rendu témoignage à la vérité » (cf. Jn 18, 37) mais « n’a pas voulu l’imposer par la force à ses contradicteurs ».[58] C’est pourquoi « il y a assez de lumière pour ceux qui ne désirent que de voir, et assez d’obscurité pour ceux qui ont une disposition contraire ».[59]

Il en vient à affirmer que « la foi est différente de la preuve. L’une est humaine, l’autre est un don de Dieu ».[60] Ainsi, il est impossible de croire « si Dieu n’incline le cœur ».[61] Si la foi est d’un ordre supérieur à la raison, cela ne signifie certainement pas qu’elle s’y oppose, mais qu’elle la dépasse infiniment. Lire l’œuvre de Pascal, ce n’est donc pas d’abord découvrir la raison qui éclaire la foi ; c’est se mettre à l’école d’un chrétien à la rationalité hors-normes, qui sut d’autant mieux rendre compte d’un ordre établi par le don de Dieu au-dessus de la raison : « La distance infinie des corps aux esprits figure la distance infiniment plus infinie des esprits à la charité car elle est surnaturelle ».[62] Scientifique rompu à la géométrie, c’est-à-dire à la science des corps posés dans l’espace, et géomètre rompu à la philosophie, c’est-à-dire à la science des esprits posés dans l’histoire, Blaise Pascal illuminé par la grâce de la foi pouvait ainsi transcrire la totalité de son expérience : « De tous les corps ensemble on ne saurait en faire réussir une petite pensée. Cela est impossible et d’un autre ordre. De tous les corps et esprits on n’en saurait tirer un mouvement de vraie charité. Cela est impossible et d’un autre ordre, surnaturel ».[63]

Ni l’esprit de géométrie ni le raisonnement philosophique ne permettent à l’homme de parvenir seul à une « vue bien nette » du monde et de soi-même. Celui qui est penché sur les détails de ses calculs ne bénéficie pas de la vue d’ensemble qui permet de « voir tous les principes ». Cela, c’est le fait de l’esprit de finesse, dont Pascal vante également les mérites, car lorsque l’on cherche à saisir la réalité, « il faut tout d’un coup voir la chose d’un seul regard ».[64] Cet esprit de finesse, c’est le domaine de ce que Pascal nomme le “cœur” : « Nous connaissons la vérité non seulement par la raison mais encore par le cœur, c’est de cette dernière sorte que nous connaissons les premiers principes et c’est en vain que le raisonnement, qui n’y a point de part, essaie de les combattre ».[65] Or les vérités divines - comme le fait que le Dieu qui nous a faits est amour, qu’il est Père, Fils et Esprit-Saint, qu’il s’est incarné en Jésus-Christ, mort et ressuscité pour notre salut - ne sont pas démontrables par la raison, mais peuvent être connues par la certitude de la foi, et passent ensuite du cœur spirituel à l’esprit rationnel, qui les reconnaît pour vraies et peut les exposer à son tour : « C’est pourquoi ceux à qui Dieu a donné la religion par sentiment du cœur sont bien heureux et bien légitimement persuadés ».[66]

Pascal ne s’est jamais résigné à ce que certains de ses frères humains non seulement ne connaissent pas Jésus-Christ, mais dédaignent par paresse, ou à cause de leurs passions, de prendre l’Évangile au sérieux. Car c’est en Jésus-Christ que se joue leur vie. « L’immortalité de l’âme est une chose qui nous importe si fort, qui nous touche si profondément, qu’il faut avoir perdu tout sentiment pour être dans l’indifférence de savoir ce qui en est. […] Et c’est pourquoi, entre ceux qui n’en sont pas persuadés, je fais une extrême différence de ceux qui travaillent de toutes leurs forces à s’en instruire, à ceux qui vivent sans s’en mettre en peine et sans y penser ».[67] Nous-mêmes savons bien que nous cherchons souvent à fuir la mort, ou à la maîtriser, pensant que nous pourrions « écarter la pensée de notre finitude » ou « ôter à la mort son pouvoir et chasser la peur. Mais la foi chrétienne n’est pas une façon d’exorciser la peur de la mort, elle nous aide plutôt à l’affronter. Tôt ou tard, tous nous passerons par cette porte. La vraie lumière qui éclaire le mystère de la mort vient de la résurrection du Christ ».[68] Seule la grâce de Dieu permet au cœur de l’homme d’accéder à l’ordre de la connaissance divine, à la charité. Ce qui fait écrire à un important commentateur contemporain de Pascal que « la pensée ne parvient à penser chrétiennement que si elle accède à ce que Jésus-Christ met en œuvre, la charité ».[69]

Pascal, la controverse et la charité

Avant de conclure, il me faut évoquer les rapports de Pascal avec le Jansénisme. L’une de ses sœurs, Jacqueline, était entrée en religion à Port-Royal, dans une congrégation dont la théologie était très influencée par Cornelius Jansen, dit Jansénius, lequel avait composé un traité, l’Augustinus, paru en 1640. Après sa « nuit de feu », Pascal était venu faire une retraite à l’abbaye de Port-Royal, en janvier 1655. Or, dans les mois qui suivirent, une controverse importante et déjà ancienne opposant les Jésuites aux “jansénistes” qui étaient attachés à l’Augustinus, se réveilla à la Sorbonne, l’université de Paris. La querelle portait principalement sur la question de la grâce de Dieu, et sur les rapports de la grâce et de la nature humaine, en particulier son libre-arbitre. Pascal, quoiqu’il n’appartînt pas à la congrégation de Port-Royal, et qu’il ne fût pas un homme de parti – « Je suis seul […], je ne suis point de Port-Royal »,[70] écrira-t-il – fut chargé par les Jansénistes de les défendre, notamment parce que son art rhétorique était puissant. Il le fit en 1656 et 1657, en publiant une série de dix-huit lettres, dites Provinciales.

Si plusieurs propositions dites “jansénistes” étaient effectivement contraires à la foi,[71] ce que Pascal reconnaissait, il contestait qu’elles fussent présentes dans l’Augustinus, et suivies par les gens de Port-Royal. Certaines de ses propres affirmations, néanmoins, ayant trait par exemple à la prédestination, tirées de la théologie du dernier saint Augustin, dont les formules avaient été affûtées par Jansénius, ne sonnent pas juste. Il faut toutefois comprendre que, comme saint Augustin avait voulu combattre au Ve siècle les Pélagiens, lesquels affirmaient que l’homme peut, par ses propres forces et sans la grâce de Dieu, faire le bien et être sauvé, Pascal crut sincèrement s’attaquer alors au pélagianisme ou au semi-pélagianisme qu’il croyait identifier dans les doctrines suivies par les Jésuites molinistes, du nom du théologien Luis de Molina, mort en 1600 mais à l’influence encore vivace au milieu du XVIIe siècle. Faisons-lui crédit de la franchise et de la sincérité de ses intentions.

Cette lettre n’est certes pas le lieu pour rouvrir la question. Toutefois, ce qu’il y a de juste mise en garde dans les positions de Pascal vaut encore pour notre temps : le néo-pélagianisme,[72] qui voudrait que tout dépende « de l’effort humain canalisé par des normes et des structures ecclésiales »,[73] se reconnaît à ce qu’il « nous enivre de la présomption d’un salut gagné par nos propres efforts ».[74] Et il faut maintenant affirmer que l’ultime position de Pascal quant à la grâce, et au fait en particulier que Dieu « veut que tous les hommes soient sauvés et parviennent à la pleine connaissance de la vérité » (1 Tm 2, 4), s’énonçait en termes parfaitement catholiques à la fin de sa vie.[75]

Comme je le disais au début, Blaise Pascal, à la fin de sa vie, brève mais d’une richesse et d’une fécondité extraordinaires, avait mis l’amour de ses frères à la toute première place. Il se sentait et se savait membre d’un seul corps, car « Dieu ayant fait le ciel et la terre qui ne sentent point le bonheur de leur être, il a voulu faire des êtres qui le connussent et qui composassent un corps de membres pensants ».[76] Pascal, à sa place de fidèle laïc, a goûté à la joie de l’Évangile, dont l’Esprit veut féconder et guérir « toutes les dimensions de l’homme » et réunir « tous les hommes à la table du Royaume ».[77] Alors qu’il compose sa magnifique Prière pour demander à Dieu le bon usage des maladies en 1659, Pascal est un homme pacifié qui ne se situe plus dans la controverse, ni même dans l’apologétique. Très malade et sur le point de mourir, il demanda à communier, mais cela ne se fit pas immédiatement. Il demanda donc à sa sœur : « Ne pouvant pas communier dans le chef [Jésus-Christ], je voudrais bien communier dans les membres ».[78] Et il « avait un grand désir de mourir en la compagnie des pauvres ».[79] « Il meurt dans la simplicité d’un enfant »,[80] dit-on de lui peu de temps avant son dernier souffle le 19 août 1662. Après avoir reçu les Sacrements, ses dernières paroles furent : « Que Dieu ne m’abandonne jamais ».[81]

Puissent son œuvre de lumière et les exemples de sa vie si profondément baptisée en Jésus-Christ, nous aider à parcourir jusqu’au bout le chemin de la vérité, de la conversion et de la charité. Car la vie d’un homme est si courte : « Éternellement en joie pour un jour d’exercice sur la terre ».[82]

Rome, Saint-Jean-de-Latran, le 19 juin 2023

FRANÇOIS

__________________

[1] Pascal, Pensées, numérotation Lafuma, n. 199.

[2] G. Périer, Vie de M. Pascal, in Œuvres complètes, par M. Le Guern, I, Paris, 1998, p. 91.

[3] Pascal, Pensées, Laf., n. 270.

[4] Ibid., n. 148.

[5] Ibid., n. 417.

[6] Pascal, Entretien avec M. de Sacy, in Œuvres complètes, par M. Le Guern, II, Paris, 2000, p. 90.

[7] Pascal, Pensées (Mémorial), Laf., n. 913.

[8] Pascal, Pensées (Le Mystère de Jésus), Laf., n. 926.

[9] Exhort. ap. Gaudete et exsultate, n. 65.

[10] Ibid., n. 167.

[11] Pascal, Pensées, Laf., n. 12.

[12] G. Périer, op. cit., p. 64.

[13] Cf. ibid., p. 65.

[14] Ibid.

[15] « Pascal », in La Gloire et la Croix, Styles, II., Paris, 1972, p. 78.

[16] Pascal, Pensées, Laf., n. 307.

[17] Ibid., n. 110.

[18] Ibid., n. 533.

[19] Cf. Pascal, Entretien avec M. de Sacy, op. cit., p. 98.

[20] Cf. Pascal, Pensées, Laf., n. 208.

[21] Ibid., n. 200.

[22] Ibid., n. 199.

[23] Ibid., n. 427.

[24] Exhort. ap. Evangelii Gaudium, n. 231.

[25] Pascal, Pensées, Laf., n. 678.

[26] Exhort. ap. Evangelii Gaudium, n. 232.

[27] Pascal, Pensées, Laf., n. 114.

[28] Ibid., n. 117.

[29] Ibid., n. 427.

[30] Ibid., n. 136.

[31] Ibid., n. 622.

[32] Ibid., n. 148.

[33] Ibid., n. 116.

[34] Ibid., n. 131.

[35] Ibid., n. 613.

[36] Ibid., n. 149.

[37] H.U. von Balthasar, op. cit., p. 82.

[38] Pascal, Pensées, Laf., n. 149.

[39] Pascal, Pensées (Mémorial), Laf., n. 913.

[40] Catéchèse, 3 juin 2020.

[41] Pascal, Pensées (Mémorial), Laf., n. 913.

[42] Ibid.

[43] Lett. Enc. Fides et Ratio, n. 76 : AAS 91 (1999), p. 64.

[44] H. Gouhier, Blaise Pascal. Commentaires, Paris, 1971, p. 44-45.

[45] Pascal, Pensées, Laf., n. 189.

[46] Ibid.

[47] Exhort. ap. Evangelii Gaudium, n. 8.

[48] Cf. Pascal, Pensées, Laf., n. 298.

[49] Ibid., n. 208.

[50] Ibid., n. 242.

[51] Pascal, Pensées (Le Mystère de Jésus), Laf., n. 919.

[52] Catéchèse, 21 novembre 2012.

[53] Ibid.

[54] Pascal, Entretien avec M. de Sacy, op. cit., p. 87.

[55] Pascal, Pensées, Laf., n. 173.

[56] Ibid., n. 298.

[57] Homélie en la Solennité du Christ-Roi de l’Univers, 20 novembre 2022.

[58] Conc. Oecum. Vat. II, Decl. Dignitatis humanae, n. 11.

[59] Pascal, Pensées, Laf., n. 149.

[60] Ibid., n. 7.

[61] Ibid., n. 380.

[62] Ibid., n. 308.

[63] Ibid.

[64] Ibid., n. 512.

[65] Ibid., n. 110.

[66] Ibid.

[67] Ibid., n. 427.

[68] Catéchèse, 9 février 2022.

[69] J.-L. Marion, La Métaphysique et après, Paris, 2023, p. 356.

[70] Pascal, Dix-septième lettre provinciale, in Œuvres complètes, par M. Le Guern, II, Paris, 2000, p. 781.

[71] Cf. B. Neveu, L’erreur et son juge : remarques sur les censures doctrinales à l’époque moderne, Naples, 1993.

[72] Cf. Cong. pour la Doctrine de la Foi, Lett. Placuit Deo (22 février 2018) ; Exhort. ap. Gaudete et exsultate, nn. 57-59.

[73] Exhort. ap. Gaudete et exsultate, n. 59.

[74] Lett. ap. Desiderio desideravi, n. 20.

[75] Cf. Pascal Pensées (Le Mystère de Jésus), Laf., n. 931. Au début de ce passage on trouve, entre parenthèses, cette phrase: « J’aime tous les hommes comme mes frères, parce qu’ils sont tous rachetés ».

[76] Pascal, Pensées, Laf., n. 360.

[77] Exhort. ap. Evangelii Gaudium, n. 237.

[78] G. Périer, op. cit., p. 92-93.

[79] Ibid., p. 93.

[80] Ibid., p. 90.

[81] Ibid., p. 94.

[82] Pascal, Pensées (Mémorial), Laf., n. 913.

[01010-FR.01] [Texte original: Italien]

Traduzione in lingua inglese

APOSTOLIC LETTER
SUBLIMITAS ET MISERIA HOMINIS
OF THE HOLY FATHER
FRANCIS
ON THE FOURTH CENTENARY OF THE BIRTH
OF BLAISE PASCAL

THE GRANDEUR AND MISERY OF MAN. This paradox is central to the thought and enduring message of Blaise Pascal, born four centuries ago, on 19 June 1623 in Clermont in central France. From childhood, Pascal devoted his life to the pursuit of truth. By the use of reason, he sought its traces in the fields of mathematics, geometry, physics and philosophy, making remarkable discoveries and attaining great fame even at an early age. Yet he was not content with those achievements. In a century of great advances in many fields of science, accompanied by a growing spirit of philosophical and religious scepticism, Blaise Pascal proved to be a tireless seeker of truth, a “restless” spirit, open to ever new and greater horizons.

Pascal’s brilliant and inquisitive mind never ceased to ponder the question, ancient yet ever new, that wells up in the human heart: “What is man that you are mindful of him, the son of man that you care for him?” (Ps 8:5). This question has perplexed men and women of every time and place, every culture, language and religion. “What is man in nature?” – Pascal asks – “Nothing with respect to the infinite, yet everything with respect to nothing”.[1] The question had been posed by the Psalmist in the context of the history of love between God and his people, a history culminating in the incarnation of the “Son of Man”, Jesus Christ, whom the Father gave up to forsakenness in order to crown him with glory and honour above every creature (cf. v. 6). To this question, raised in a language so different from that of mathematics and geometry, Pascal continued to devote his attention.

For this reason, I believe that it is fitting to describe Pascal as a man marked by a fundamental attitude of awe and openness to all reality. Openness to other dimensions of knowledge and life, openness to others, openness to society. For example, in 1661 he developed, in Paris, the first public transport system in history, the “five-penny coaches”. If I mention this at the beginning of this Letter, it is to make clear that neither his conversion to Christ, which began with the “night of fire” on 23 November 1654, nor his masterful intellectual defence of the Christian faith, made him any less a man of his time. He continued to be concerned with the questions that troubled his age and with the material needs of all the members of the society in which he lived.

This openness to the world around him kept him concerned for others even in his final illness, at only thirty-nine years of age. At this, the last stage of his earthly pilgrimage, he is reported to have said: “If the physicians tell the truth, and God grants that I recover from this sickness, I am resolved to have no other work or occupation for the rest of my life except to serve the poor”.[2] It is moving to realize that in the last days of his life, so great a genius as Blaise Pascal saw nothing more pressing than the need to devote his energies to works of mercy: “The sole object of Scripture is charity”.[3]

I am pleased that on this, the fourth centenary of his birth, God’s providence grants me this opportunity to pay homage to Pascal, and to recall those aspects of his life and thought that I deem helpful to encourage Christians in our day, and their contemporaries of good will, in the pursuit of authentic happiness. For “all people seek to be happy. This is true without exception, whatever the different means they employ. All tend to the same goal”.[4] Four centuries after his birth, Pascal remains our travelling companion, accompanying our quest for true happiness and, through the gift of faith, our humble and joyful recognition of the crucified and risen Lord.

A man in love with Christ, who speaks to everyone

If Blaise Pascal can attract everyone, it is above all because he spoke so convincingly of our human condition. Yet it would be mistaken to see in him merely an insightful observer of human behaviour. His monumental Pensées, some of whose individual aphorisms remain famous, cannot really be understood unless we realize that Jesus Christ and sacred Scripture are both their centre and the key to their understanding. For if Pascal proposed to speak of man and God, it was because he had arrived at the certainty that “not only do we know God solely through Jesus Christ, but we know ourselves solely through Jesus Christ. We do not know life and death except through Jesus Christ. Apart from Jesus Christ, we understand neither our life nor our death, neither God nor ourselves. Hence without the Scriptures, which speak solely of Jesus Christ, we know nothing and we see only darkness”.[5] If this daring statement is to be understood by all, and not considered a purely dogmatic assertion incomprehensible to those who do not share the Church’s faith, or a disparagement of the legitimate scope of natural reason, it needs to be clarified.

Faith, love and freedom

As Christians, we need to avoid the temptation to present our faith as an incontestable certainty evident to everyone. Clearly, Pascal was concerned to make people realize that “God and truth are inseparable”,[6] yet he also knew that belief is possible only by the grace of God, embraced by a heart that is free. Through faith he had personally encountered “the God of Abraham, the God of Isaac, the God of Jacob, not the God of the philosophers and the learned”,[7] and had acknowledged Jesus Christ as “the way, and the truth, and the life” (Jn 14:6). For this reason, I would suggest that everyone who wishes to persevere in seeking truth – a never-ending task in this life – should listen to Blaise Pascal, a man of prodigious intelligence who insisted that apart from the aspiration to love, no truth is worthwhile. “We make truth itself into an idol, for truth apart from charity is not God, but his image; it is an idol which must in no way be loved or worshipped”.[8]

Pascal would thus shield us from the false teachings, superstitions and libertinism that avert so many people from the lasting peace and joy of the One who desires that we should choose “life and good”, not “death and evil” (Deut 30:15.19). Yet the tragedy of this life is that we at times fail to see clearly, and as a result, we choose poorly. For we cannot savour the joy of the Gospel unless “the Holy Spirit fills us with his power and frees us from our weakness, our selfishness, our complacency and our pride”.[9] What is more, “without the wisdom of discernment, we can become prey to every passing trend”.[10] That is why an appreciation of the living faith of Blaise Pascal, who sought to demonstrate that the Christian religion is “venerable because it truly knows man” and “lovable because it promises true good”,[11] can help us make our way through the shadows and sorrows of this world.

An outstanding scientific mind

When his mother died in 1626, Blaise Pascal was three years old. His father, Étienne, a well-known jurist, was also renowned for his notable scientific gifts, particularly in the fields of mathematics and geometry. Choosing to provide personally for the education of his three children, Jacqueline, Blaise and Gilberte, he moved to Paris in 1632. Very quickly, Blaise showed exceptional intelligence and persistence in seeking truth. His sister Gilberte tells us that, “from childhood, he could only accept things that struck him as evidently true; as a result, when not provided with good reasons, he sought them himself”.[12] One day his father found Blaise studying geometry and suddenly realized that, without knowing that the same theorems could be found in books under other names, Blaise, at age twelve, entirely on his own, by drawing figures on the ground, had demonstrated the first 32 propositions of Euclid.[13] Gilberte recalled that their father was “astounded at the depth and the power of his intellect”.[14]

In the years that followed, Blaise Pascal worked intensely to make his immense talent bear fruit. At seventeen, he was in communication with the most learned men of his time. In quick succession came his discoveries and his publications. In 1642, at the age of nineteen, he invented an arithmetic machine, the ancestor of our modern computers. In this regard, Pascal speaks to our own times, for he reminds us of the grandeur of human reason and encourages us to employ it in understanding the mysteries of the world around us. His grasp of mathematics, the ability to understand in detail how things work, would prove helpful to him throughout his life. In the words of the eminent theologian Hans Urs von Balthasar: “He trained himself in the precision appropriate to mathematics and natural science as such, so as to attain that quite other precision appropriate to the realm of being and to the Christian realm”.[15] Pascal’s confidence in the use of natural reason, which unites him to all seekers of truth, enabled him both to acknowledge its limits and to be receptive to the supernatural reasons of divine revelation, with that sense of paradox that was to find expression in the philosophical depth and literary charm of his Pensées. “The Church expended as much effort in demonstrating that Jesus Christ was man against those who denied this, as she did in demonstrating that he was God; and both were equally evident”.[16]

The philosophers

Many of Pascal’s writings are steeped in the language of philosophy. This is especially true of his Pensées, the collection of fragments, published posthumously, that are his notes and sketches for a philosophy inspired by a theological concern. Scholars have attempted, with varying results, to restore the collection’s original form and unity. Pascal’s passionate love for Christ and for serving the poor, which I mentioned earlier, were not so much the sign of a disconnect in the mind of this bold disciple, as of a deeper growth towards evangelical radicalism, a progression, aided by grace, towards the living truth of the Lord. Pascal, who possessed the supernatural certitude of faith and considered it fully compatible with reason while infinitely surpassing the latter, sought as much as possible to engage in dialogue with those who did not share his faith. For “to those who do not have faith, we cannot give it except by reasoning, as we wait for God to give it to them by moving their heart”.[17] Here we see a completely respectful and patient form of evangelization that our generation would do well to imitate.

It is necessary then, for a proper understanding of Pascal’s thinking on Christianity, to be attentive to his philosophy. He admired the wisdom of the ancient Greek philosophers, who sought with simplicity and tranquillity to live well as citizens of a polis: “We think of Plato and Aristotle as wearing the flowing robes of scholars. They were normal people, like everyone else, who enjoyed a good laugh with their friends. When they were composing their Laws and Politics, they did it for pleasure. It was the least philosophical and least serious part of their life; the most philosophical part was to live simply and peaceably”.[18] Yet for all their greatness and their usefulness, Pascal recognized the limits of those philosophies: Stoicism leads to pride;[19] scepticism to despair.[20] Human reason is a marvel of creation, which sets man apart from all other creatures, for “man is but a reed, the weakest in nature, yet he is a thinking reed”.[21] The limits of the philosophers are thus, quite simply, the limits of created reason. Democritus might well say, “I am going to speak about everything”,[22] but reason cannot, of itself, resolve the deepest and most urgent issues. In the end, both for the age of Pascal as well as for our own, what remains the greatest and most pressing question? It is that of the overall meaning of our destiny, our life and our hope, which is directed to a happiness that we are not forbidden to imagine as eternal, but which God alone can grant: “Nothing is as important to man as his own state; nothing to him is as fearsome as eternity”.[23]

In reflecting on Pascal’s Pensées, we constantly encounter, in one way or another, this fundamental principle: “reality is superior to ideas”. Pascal teaches us to keep our distance from “various means of masking reality”, from “angelic forms of purity” to “intellectual discourse bereft of wisdom”.[24] Nothing is more dangerous than a disembodied reason: “He who would act as an angel, acts as a beast”.[25] The baneful ideologies from which we continue to suffer in the areas of economics, social life, anthropology and morality, keep their followers imprisoned in a world of illusions, where ideas have replaced reality.

The human condition

Pascal’s philosophy, ever paradoxical, is grounded in an approach as simple as it is lucid: it seeks to attain to “reality illumined by reason”.[26] He starts by observing that man is in some way a stranger to himself, at once great and wretched. Great by virtue of his reason and his ability to master his passions, but great too “in that he acknowledges himself wretched”.[27] Indeed, man aspires to something other than satisfying or resisting his instincts, “for what is nature to animals, we call wretchedness in man”.[28] An intolerable disproportion exists between, on the one hand, our limitless desire for happiness and knowledge of truth, and, on the other, our limited reason and physical frailty, which ultimately ends in death. Pascal’s strength is also his relentless realism: “It does not take great intelligence to realize that here below there is no true and solid satisfaction, that all our pleasures are but vanity, that our ills are infinite, and that death, which threatens us constantly, will infallibly set before us, in a few years, the dread alternative of being annihilated or of being unhappy for all eternity. Nothing is more real than that, nor more frightening. We can act as bravely as we like: this is the end that awaits the finest life in the world”.[29] In this tragic condition, surely an individual cannot retreat into himself, for his wretchedness and the uncertainly of his destiny prove unbearable to him. As a result, he needs to distract himself. Pascal readily acknowledges this: “Hence it is that men so greatly love noise and commotion”.[30] For if a person does not divert himself from his condition – and we know very well how to divert ourselves by work, forms of leisure, relationships in family or among friends, but also, alas, by the vices to which certain passions lead – his humanity experiences “its nothingness, its abandonment, its insufficiency, its dependence, its powerlessness, its emptiness. [And there emerge] from the depths of his soul ennui, melancholy, sadness, chagrin, spite, despair”.[31] Diversion fails to satisfy, much less fulfil, our great desire for life and happiness. This is something that all of us know quite well.

At this point, Pascal sets forth his great argument. “What is it, then, that this longing and this feeling of helplessness cry out to us, if not that man once enjoyed a true happiness, of which there now remains but an empty trace that he tries in vain to fill with everything around him, seeking in things he lacks what he cannot obtain from those he has. Yet none of these can provide it, for this infinite abyss cannot be bridged except by an infinite and immutable object, which is God himself”.[32] If man is like “a dispossessed king”,[33] seeking only to recover his lost grandeur while knowing that he is incapable of doing so, then what is he? “What a fantastic creature is man, a novelty, a monstrosity, chaotic, contradictory, prodigious, judge of all things, feeble earthworm, bearer of truth, mire of uncertainty and error, glory and refuse of the universe! Who can undo this tangle?”[34] As a philosopher, Pascal saw clearly that “the greater our intelligence, the more we discover man’s grandeur and his baseness”,[35] and that these contradictions are irreconcilable. Human reason cannot make them agree, nor resolve the enigma.

Pascal goes on to argue that if there is a God, and if man has received a divine revelation – as a number of religions profess – and if that revelation is true, it must contain the answer we await in order to resolve the contradictions that cause us such anguish. “The greatness and wretchedness of man are so evident that the true religion must necessarily teach us both that there is in man a great principle of grandeur and a great principle of wretchedness. It must also account for these astonishing contradictions”.[36] From his study of the great religions, Pascal concludes that, “no thought and no ascetic-mystical practice can offer a way of redemption”, unless by “the higher criterion of truth found in the illumination of grace”.[37] “It is in vain,” Pascal writes, imagining what the true God might tell us, “that you seek in yourselves the remedy for your miseries. All your intelligence could only attain the knowledge that it is not in yourselves that you will find either truth or goodness. The philosophers promised it to you and they were unable to deliver. They know neither what is your true good, nor your veritable state”.[38]

After applying his extraordinary intelligence to the study of the human condition, the sacred Scriptures and the Church’s tradition, Pascal now presents himself with childlike simplicity as a humble witness of the Gospel. As a Christian, he wishes to speak of Jesus Christ to those who have hastily concluded that there is no solid reason to believe in the truths of Christianity. For his part, he knows from experience that the content of divine revelation is not only not opposed to the demands of reason, but offers the amazing response that no philosophy could ever attain on its own.

Conversion: the visit of the Lord

On 23 November 1654, Pascal had a powerful experience that even now is referred to as his “night of fire”. This mystical experience, which caused him to weep tears of joy, was so intense and so decisive for him that he recorded it on a piece of paper, precisely dated, the “Memorial”, which he inserted in the lining of his coat, only to be discovered after his death. While it is impossible to know the exact nature of what took place in Pascal’s soul that night, it seems to have been an encounter which he himself acknowledged as analogous to the encounter, fundamental for the whole history of revelation and salvation, that Moses experienced in the presence of the burning bush (cf. Ex 3). The term “FIRE”,[39] which Pascal placed as the heading of the “Memorial”, invites us, relatively speaking, to make this comparison. The parallel would seem to be indicated by Pascal himself who, immediately after the evocation of fire, repeated the appellation that the Lord gave himself in the presence of Moses – “the God of Abraham, the God of Isaac, the God of Jacob” (Ex 3:6.15) – and then added: “not of the philosophers and the sages. Certainty. Certainty. Feeling. Joy. Peace. God of Jesus Christ”.

Our God is indeed joy, and Blaise Pascal testifies to this before the whole Church and before all those who seek God. “This is not the abstract God or the cosmic God, no. This is the God of a person, of a call, the God of Abraham, Isaac and Jacob, the God who is certitude, who is sentiment, who is joy”.[40] The encounter that night, which confirmed for Pascal the “grandeur of the human soul”, overwhelmed him with that same lively and fathomless joy: “Joy, joy, joy, tears of joy”. And that divine joy became for him an occasion of confession and prayer: “Jesus Christ. I separated myself from him. I fled him, denied him, crucified him. May I never be separated from him”.[41] Pascal’s experience of the love of God, who in Jesus Christ personally shared in our history and ceaselessly shares in our life, set Pascal on the path of profound conversion, a life of charity and thus the “complete and sweet renunciation”[42] of the “old self, corrupt and deluded by its lusts” (Eph

As Saint John Paul II noted in his encyclical on the relationship of faith and reason, “philosophers such as Pascal” are outstanding for their rejection of all presumption, as well as for their stance of humility and courage. They came to realize that “faith liberates reason from presumption”.[43] Certainly, prior to the night of 23 November 1654, Pascal “never doubted the existence of God. He also knew that God is the supreme good… What he lacked and longed for was not knowledge but power; not truth, but strength”.[44] That strength was now bestowed on him by grace, and he felt himself drawn with certitude and joy to Jesus Christ: “We know God only through Jesus Christ. Without this mediator, all communication with God is taken away”.[45] To discover Jesus Christ is to discover the Saviour and Liberator whom I need: “This God is nothing other than the redeemer of our miseries. Thus we can only really know God by knowing our iniquities”.[46] As with every authentic conversion, the conversion of Blaise Pascal took place in humility, which delivers us “from our narrowness and self-absorption”.[47]

The vast and restless intelligence of Blaise Pascal, brimming with peace and joy at the revelation of Jesus Christ, invites us, following “the order of the heart”,[48] to advance towards the brightness of “these heavenly lights”.[49] For if our God is a “hidden God” (cf. Is [50] in such a way that our reason, illumined by grace, will never stop seeking to find him. Hence, it is by the illumination of grace that we come to know him. Yet our human freedom must be open to this, and indeed Jesus comforts us with these words: “You would not seek me if you had not found me”.[51]

The order of the heart and its reasons for believing

In the words of Pope Benedict XVI, “the Catholic tradition from the beginning has rejected what is called fideism, which is the desire to believe against reason”.[52] Pascal is likewise deeply attached to the “reasonableness of faith in God”,[53] not only because “the mind cannot be forced to believe what it knows to be false”,[54] but also because “if we contradict the principles of reason, our religion would be absurd and ridiculous”.[55] Yet while faith is reasonable, it remains a gift of God and may not be imposed. “We do not prove that we should be loved by setting out the reasons why; that would be ridiculous”,[56] Pascal tells us with his subtle humour, comparing human love and the way that God beckons us. Like human love, “which proposes but never imposes – the love of God never imposes itself”.[57] Jesus bore witness to the truth (cf. Jn [58] That is why “there is enough light for those who desire only to see, and enough darkness for those disposed otherwise”.[59]

Pascal goes on to say that “faith differs from proof. One is human, while the other is God’s gift”.[60] Hence, it is impossible to believe “unless God inclines the heart”.[61] Although faith is of a higher order than reason, it does not follow that faith is opposed to reason; rather, faith infinitely surpasses reason. In reading Pascal’s work, we do not first encounter reason that clarifies faith, but a Christian of great logical rigour accounting for an order, graciously established by God, which transcends reason: “The infinite distance between bodies and minds represents the infinitely more infinite distance between minds and charity, for the latter is supernatural”.[62] As a scientist expert in geometry, the science of bodies positioned in space, and a mathematician expert in philosophy, the science of minds positioned in history, Blaise Pascal, enlightened by the grace of faith, could sum up his whole experience in these words: “From all bodies put together, one could not succeed in producing a tiny thought. That is impossible and of another order. From all bodies and minds, one could not draw an impulse of true charity. That is impossible and of another, supernatural order”.[63]

Neither the operations of geometry nor philosophical reasoning permit us, of themselves, to arrive at a “very clear view” of the world or of ourselves. Those enmeshed in the details of their calculations do not benefit from the view of the whole that enables us to “see all the principles”. That is the task of the “spirit of finesse” which Pascal extols, for in attempting to grasp reality, “one must immediately take things in at a single glance”.[64] This intuitive vision has to do with what Pascal calls the “heart”. “We know the truth not only by reason but even more by the heart; it is by the latter that we come to know the first principles, and it is in vain that reasoning, which has no part in it, tries to refute them”.[65] Divinely revealed truths – such as the fact that the God who created us is love, that he is Father, Son and Holy Spirit, and that he became incarnate in Jesus Christ, who died and rose for our salvation – are not demonstrable by reason. They can only be known by the certitude of faith, and then pass immediately from the spiritual heart to the rational mind, which acknowledges their truth and can explicate them in turn. “This is why those to whom God has given religious faith by moving their hearts are blessed indeed and rightly convinced”.[66]

Pascal never grew resigned to the fact that some men and women not only do not know Jesus Christ, but disdain, out of laziness or due to their passions, to take the Gospel seriously. For in Jesus Christ their very lives are at stake. “The immortality of the soul is so important to us, something that touches us so deeply, that we need to have lost all feeling to be unconcerned with knowing what is at stake… And that is why, among those who are not convinced about this, I would distinguish clearly between those who make every effort to investigate it, and those who go about their lives without being concerned about it or thinking of it”.[67] We know very well that often we attempt to flee death, or to overcome it, thinking that we can “banish the thought of our finite existence” or “remove its power and dispel fear. But Christian faith is not a way of exorcizing the fear of death; rather, it helps us to face death. Sooner or later, we will all pass through that door… The true light that illumines the mystery of death comes from the resurrection of Christ”.[68] Only God’s grace enables the human heart to know God and to live a life of charity. This led an important commentator on Pascal in our own day to write that “thought does not become Christian unless it attains to that which Jesus Christ brought about, which is charity”.[69]

Pascal, controversy and charity

Before concluding, I must mention Pascal’s relationship to Jansenism. One of his sisters, Jacqueline, had entered religious life in Port-Royal, in a religious congregation the theology of which was greatly influenced by Cornelius Jansen, whose treatise Augustinus appeared in 1640. In January 1655, following his “night of fire”, Pascal made a retreat at the abbey of Port-Royal. In the months that followed, an important and lengthy dispute about the Augustinus arose between Jesuits and “Jansenists” at the Sorbonne, the university of Paris. The controversy dealt chiefly with the question of God’s grace and the relationship between grace and human nature, specifically our free will. Pascal, while not a member of the congregation of Port-Royal, nor given to taking sides – as he wrote, “I am alone…. I am not at all part of Port-Royal”[70] – was charged by the Jansenists to defend them, given his outstanding rhetorical skill. He did so in 1656 and 1657, publishing a series of eighteen writings known as The Provincial Letters.

Although several propositions considered “Jansenist” were indeed contrary to the faith,[71] a fact that Pascal himself acknowledged, he maintained that those propositions were not present in the Augustinus or held by those associated with Port-Royal. Even so, some of his own statements, such as those on predestination, drawn from the later theology of Augustine and formulated more severely by Jansen, do not ring true. We should realize, however, that, just as Saint Augustine sought in the fifth century to combat the Pelagians, who claimed that man can, by his own powers and without God’s grace, do good and be saved, so Pascal, for his part, sincerely believed that he was battling an implicit pelagianism or semipelagianism in the teachings of the “Molinist” Jesuits, named after the theologian Luis de Molina, who had died in 1600 but was still quite influential in the middle of the seventeenth century. Let us credit Pascal with the candour and sincerity of his intentions.

This Letter is no place to reopen the question. Even so, what Pascal rightly warned against remains a source of concern for our own age: a “neo-pelagianism”[72] that would make everything depend on “human effort channelled by ecclesial rules and structures”[73] and can be recognized by the fact that it “intoxicates us with the presumption of a salvation earned through our own efforts”.[74] It should also be pointed out that Pascal’s final position on grace, and in particular the fact that God “desires everyone to be saved and to come to the knowledge of the truth” (1 Tim [75]

As I noted earlier, Blaise Pascal, at the conclusion of a life that was brief yet extraordinarily rich and fruitful, set the love of his brothers and sisters above all else. He felt and knew that he was a member of one body, for “God, having made the heaven and the earth which are not conscious of the happiness of their existence, wished to create beings who would know that happiness and constitute a body of thinking members”.[76] Pascal, as a lay Christian, savoured the joy of the Gospel, with which the Spirit wishes to heal and make fruitful “every aspect of humanity” and to bring “all men and women together at table in God’s Kingdom”.[77] When, in 1659, he composed his magnificent Prayer to Ask of God the Proper Use of Sickness, Pascal was a man at peace, no longer engaged in controversies or even apologetics. Gravely ill and at the point of dying, he asked to receive Holy Communion, but that was not immediately possible. So he asked his sister, “since I cannot communicate in the head [Jesus Christ], I would like to communicate in the members”.[78] He “greatly desired to die in the company of the poor”.[79] It was said of Pascal, shortly after he took his last breath on 19 August 1662, that “he died with the simplicity of a child”.[80] After receiving the sacraments, his last words were: “May God never abandon me”.[81]

May the brilliant work of Blaise Pascal and the example of his life, so profoundly immersed in Jesus Christ, help us to persevere to the end on the path of truth, conversion and charity. For this life passes away in a moment: “Everlasting joy in return for a single day’s effort on earth”.[82]

Rome, Saint John Lateran, 19 June 2023

FRANCIS

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[1] Pensées, B 72, L 199. In the citations of the Pensées that follow, the letters B and L refer, respectively, to the Brunschvicg and Lafuma numberings.

[2] G. PERIER, Vie de M. Pascal, in Œuvres complètes, par M. Le Guern, I, Paris, 1998, 91.

[3] Pensées, B 670, L 270.

[4] B 425, L 148.

[5] B 546, L 417.

[6] Entretien avec M. de Sacy, in Œuvres complètes, par M. Le Guern, II, Paris, 2000, 90.

[7] Pensées (Mémorial), L 913.

[8] Pensées (Le Mystère de Jésus), B 582, L 926.

[9] Apostolic Exhortation Gaudete et Exsultate, 65.

[10] Ibid., 167.

[11] Pensées, B 187, L 12.

[12] G. PERIER, op. cit., 64.

[13] Cf. ibid., 65.

[14] Ibid.

[15] “Pascal”, in: The Glory of the Lord, A Theological Aesthetics III: Lay Styles. San Francisco; New York: Ignatius Press, Crossroads Publications, 1986, p. 182.

[16] Pensées, B 764, L 307.

[17] B 282, L 110.

[18] B 331, L 533.

[19] PASCAL, Entretien avec M. de Sacy, op. cit., 98.

[20] Cf. Pensées, B 435, L 208.

[21] B 347, L 200.

[22] B 72, L 199.

[23] B 194, L 427.

[24] Apostolic Exhortation Evangelii Gaudium, 231.

[25] Pensées, B 358, L 678.

[26] Apostolic Exhortation Evangelii Gaudium, 232.

[27] Pensées, B 397, L 114.

[28] B 409, L 117.

[29] B 194, L 427.

[30] B 139, L 136.

[31] B 131, L 622.

[32] B 425, L 148.

[33] B 398, L 116.

[34] B 434, L 131.

[35] B 443, L 613.

[36] B 430, L 149.

[37] H.U. VON BALTHASAR, op. cit., p. 186.

[38] Pensées, B 430, L 149.

[39] Pensées (Mémorial), L 913.

[40] Catechesis, 3 June 2020.

[41] Pensées (Mémorial), L 913.

[42] L 913.

[43] Encyclical Letter Fides et Ratio (14 September 1998), 76: AAS 91 (1999), 64.

[44] H. GOUHIER, Blaise Pascal. Commentaires, Paris, 1971, 44-45.

[45] Pensées, B 547, L 189.

[46] Ibid.

[47] Apostolic Exhortation Evangelii Gaudium, 8.

[48] Cf. Pensées, B 283, L 298.

[49] B 435, L 208.

[50] B 585, L 242.

[51] Pensées (Le Mystère de Jésus), B 553, L 919.

[52] Catechesis, 21 November 2012.

[53] Ibid.

[54] PASCAL, Entretien avec M. de Sacy, op. cit., p. 87

[55] Pensées, B 273, L 173.

[56] B 283, L 298.

[57] Homily for the Solemnity of Our Lord Jesus Christ, King of the Universe, 20 November 2022.

[58] SECOND VATICAN ECUMENICAL COUNCIL, Declaration Dignitatis Humanae, 11.

[59] Pensées, B 430, L 149.

[60] B 248, L 7.

[61] B 284, L 380.

[62] B 793, L 308.

[63] B 793, L 308.

[64] B 1, L 512.

[65] B 282, L 110.

[66] Ibid.

[67] B 194, L 427.

[68] Catechesis, 9 February 2022.

[69] J.-L. MARION, La Métaphysique et après, Paris, 2023, 356.

[70] Dix-septième lettre provinciale, in Œuvres complètes, par M. Le Guern, II, Paris, 2000, 781.

[71] Cf. B. NEVEU, L’erreur et son juge: remarques sur les censures doctrinales à l’époque moderne, Naples, 1993.

[72] Cf. CONGREGATION FOR THE DOCTRINE OF THE FAITH, Letter Placuit Deo (22 February 2018); Apostolic Exhortation Gaudete et Exsultate, 57-59.

[73] Apostolic Exhortation Gaudete et Exsultate, 59.

[74] Apostolic Letter Desiderio Desideravi, 20.

[75] Cf. Pensées (Le Mystère de Jésus), B 550, L 931. The initial words – “I love all men as my brothers, because all are redeemed” – are crossed out in the Lafuma edition.

[76] B 482, L 360.

[77] Apostolic Exhortation Evangelii Gaudium, 237.

[78] G. PERIER, op. cit., pp. 92-93.

[79] ID., op. cit., p. 93.

[80] ID. op. cit., p. 90.

[81] ID., op. cit., p. 94.

[82] Pensées (Mémorial), L 913.

[01010-EN.01] [Original text: Italian]

Traduzione in lingua tedesca

APOSTOLISCHES SCHREIBEN
»SUBLIMITAS ET MISERIA HOMINIS«
DES HEILIGEN VATERS
PAPST FRANZISKUS
ZUM VIERHUNDERTSTEN JAHRESTAG DER GEBURT
VON BLAISE PASCAL

Die Größe und das Elend des Menschen bilden das Paradoxon, das im Mittelpunkt der Überlegungen und der Botschaft von Blaise Pascal steht, der vor vier Jahrhunderten, am 19. Juni 1623, in Clermont in Zentralfrankreich geboren wurde. Von Kindheit an und sein ganzes Leben lang suchte er nach der Wahrheit. Mit der Vernunft spürte er ihren Zeichen nach, insbesondere auf den Gebieten der Mathematik, der Geometrie, der Physik und der Philosophie. Schon sehr früh machte er außergewöhnliche Entdeckungen, die ihm zu einem großen Bekanntheitsgrad verhalfen. Aber er blieb nicht dabei stehen. In einem Jahrhundert großer Fortschritte auf so vielen Gebieten der Wissenschaft, begleitet von einem wachsenden Geist philosophischer und religiöser Skepsis, erwies sich Blaise Pascal als unermüdlicher Wahrheitssucher, der als solcher immer „ruhelos" blieb, angezogen von neuen und weiteren Horizonten.

Gerade diese so scharfe und zugleich offene Vernunft hat in ihm nie die uralte und immer wieder neue Frage verstummen lassen, die in der menschlichen Seele widerhallt: »Was ist der Mensch, dass du seiner gedenkst, des Menschen Kind, dass du dich seiner annimmst?« (Ps 8,5). Diese Frage ist in das Herz eines jeden Menschen zu jeder Zeit und an jedem Ort, in jeder Zivilisation und Sprache, in jeder Religion eingeprägt. »Was ist der Mensch in der Natur?« – fragt sich Pascal – »ein Nichts im Vergleich zum Unendlichen, ein Ganzes im Vergleich zum Nichts«.[1] Und gleichzeitig ist die Frage dort, in diesem Psalm, eingebettet in die lebendige Liebesgeschichte zwischen Gott und seinem Volk, eine Geschichte, die sich im Fleisch des „Menschensohns“ Jesus Christus erfüllt hat, den der Vater bis zur Verlassenheit hingab, um ihn mit Pracht und Herrlichkeit zu krönen und ihn über alle Geschöpfe zu erhöhen (vgl. V. 6). Dieser Frage, die in einer Sprache gestellt wird, die sich so sehr von jener der Mathematik und Geometrie unterscheidet, hat sich Pascal nie verschlossen.

Auf dieser Basis kann man, so scheint mir, in ihm eine Grundhaltung erkennen, die ich als „staunende Offenheit gegenüber der Wirklichkeit“ bezeichnen würde. Offenheit für andere Dimensionen des Wissens und der Existenz, Offenheit für andere, Offenheit für die Gesellschaft. Er stand zum Beispiel 1661 in Paris am Ursprung des ersten öffentlichen Verkehrsnetzes der Geschichte, den sogenannten „Carrosses à cinq sols“. Wenn ich das zu Beginn dieses Schreibens eigens betone, so tue ich das, um zu unterstreichen, dass weder seine Bekehrung zu Christus, insbesondere seit der „Feuernacht“ vom 23. November 1654, noch sein außerordentliches intellektuelles Bemühen um die Verteidigung des christlichen Glaubens ihn zu einem Sonderling in jener Epoche machten. Er war aufmerksam für die Probleme seiner Zeit und für die materiellen Bedürfnisse aller Bestandteile der Gesellschaft, in der er lebte.

Seine Offenheit für die Wirklichkeit führte dazu, dass er sich auch in der Stunde seiner letzten Krankheit nicht vor den anderen verschloss. Aus dieser Zeit, als er neununddreißig Jahre alt war, sind diese Worte überliefert, die den letzten Schritt seines dem Evangelium folgenden Weges zum Ausdruck bringen: »Wenn die Ärzte Recht haben und Gott es zulässt, dass ich von dieser Krankheit genese, bin ich entschlossen, den Rest meines Lebens keine andere Arbeit oder Beschäftigung zu haben als den Dienst an den Armen«.[2] Es ist ergreifend festzustellen, dass ein so brillanter Denker wie Blaise Pascal in den letzten Tagen seines Lebens keine andere Dringlichkeit sah, als seine Kräfte für Werke der Barmherzigkeit einzusetzen: »Der einzige Gegenstand der Heiligen Schrift ist die Liebe«.[3]

Ich freue mich daher, dass die Vorsehung mir an diesem vierhundertsten Jahrestag seiner Geburt die Gelegenheit gibt, ihn zu würdigen und hervorzuheben, was mir in seinem Denken und Leben geeignet erscheint, die Christen unserer Zeit und alle Männer und Frauen guten Willens in ihrem Streben nach wahrem Glück anzuspornen: »Alle Menschen suchen nach dem Glück. Das gilt ohne Ausnahme, wie unterschiedlich auch die Mittel sein mögen, die sie dafür benutzen. Sie streben alle diesem Ziel zu«.[4] Vier Jahrhunderte nach seiner Geburt bleibt Pascal für uns der Weggefährte, der unsere Suche nach dem wahren Glück und, dem Geschenk des Glaubens entsprechend, unser demütiges und freudiges Bekenntnis zum gestorbenen und auferstandenen Herrn begleitet.

Ein in Christus Verliebter, der zu allen spricht

Wenn Blaise Pascal jeden berühren kann, dann vor allem, weil er auf bewundernswerte Weise über die menschliche Verfasstheit gesprochen hat. Es wäre jedoch irreführend, in ihm nur einen Spezialisten der menschlichen Sitten zu sehen, so genial er auch war. Das Monument, das seine Gedanken bilden, und von denen einzelne Formulierungen berühmt geblieben sind, kann nicht wirklich verstanden werden, wenn man verkennt, dass Jesus Christus und die Heilige Schrift sowohl ihren Mittelpunkt als auch ihren Schlüssel bilden. Wenn Pascal es unternahm, über den Menschen und über Gott zu sprechen, so tat er dies, weil er zu der Gewissheit gelangt war: »Wir erkennen nicht allein Gott nur durch Jesus Christus, sondern wir erkennen auch uns selbst nur durch Jesus Christus; wir erkennen Leben und Tod nur durch Jesus Christus. Ohne Jesus Christus wissen wir nicht, was unser Leben und unser Tod, was Gott und wir selbst sind. So erkennen wir nichts ohne die Heilige Schrift, die nur Jesus Christus zum Gegenstand hat, und sehen nur Dunkelheit«.[5] Damit diese Aussage von allen verstanden werden kann, ohne als eine rein lehrmäßige Behauptung betrachtet zu werden, die für diejenigen, die den Glauben der Kirche nicht teilen, unzugänglich ist, und ohne als eine Abwertung der legitimen Fähigkeiten des natürlichen Verstandes angesehen zu werden, verdient eine so extreme Behauptung, erläutert zu werden.

Glaube, Liebe und Freiheit

Als Christen müssen wir uns von der Versuchung fernhalten, unseren Glauben als eine unbestreitbare Gewissheit vor uns herzutragen, die sich allen unmittelbar erschließen würde. Pascal war sicherlich bestrebt, alle Menschen wissen zu lassen, dass »Gott und das Wahre untrennbar sind«.[6] Aber er wusste, dass der Glaubensakt durch die Gnade Gottes ermöglicht wird, die in einem freien Herzen empfangen wird. Er, dem durch den Glauben »der Gott Abrahams, der Gott Isaaks, der Gott Jakobs, nicht der Philosophen und Gelehrten«[7] persönlich begegnet war, hatte in Jesus Christus den »Weg, die Wahrheit und das Leben« (Joh 14,6) erkannt. Deshalb schlage ich all jenen, die weiterhin nach der Wahrheit suchen wollen – eine Aufgabe, die in diesem Leben kein Ende findet – vor, Blaise Pascal zuzuhören, einem Mann von außergewöhnlicher Intelligenz, der daran erinnern wollte, dass es außerhalb des Horizonts der Liebe keine Wahrheit gibt, die von Wert ist: »Sogar aus der Wahrheit macht man sich einen Götzen, denn die Wahrheit ohne die christliche Liebe ist nicht Gott, und sie ist sein Abbild und ein Götze, den man keineswegs lieben oder anbeten darf«.[8]

Pascal schützt uns so vor falschen Lehren, Aberglaube oder Ausschweifungen, die so viele von uns von dem dauerhaften Frieden und der dauerhaften Freude dessen fernhalten, der will, dass wir »das Leben und das Glück« wählen und nicht »den Tod und das Unglück« (Dtn 30,15.19). Aber die Tragik unseres Lebens ist, dass wir manchmal schlecht sehen und daher schlechte Entscheidungen treffen. Tatsächlich können wir das Glück des Evangeliums nur dann verkosten, »wenn uns der Heilige Geist mit seiner ganzen Kraft durchdringt und uns von der Schwäche des Egoismus, der Bequemlichkeit und des Stolzes befreit«.[9] Außerdem gilt: »Ohne die Weisheit der Unterscheidung können wir leicht zu Marionetten werden, die den augenblicklichen Trends ausgeliefert sind«.[10] Daher können uns die Intelligenz und der lebendige Glaube von Blaise Pascal – der zeigen wollte, die christliche Religion sei »verehrungswürdig, weil sie den Menschen gut erkannt hat« und »liebenswert, weil sie das wahre Glück verheißt«[11] – helfen, durch die Dunkelheiten und Missgeschicke dieser Welt voranzuschreiten.

Ein herausragender wissenschaftlicher Geist

Als seine Mutter 1626 stirbt, ist Blaise Pascal drei Jahre alt. Sein Vater Etienne, ein renommierter Jurist, ist ebenso für seine bemerkenswerten wissenschaftlichen Fähigkeiten bekannt, insbesondere in der Mathematik und Geometrie. Entschlossen, seine drei Kinder Jacqueline, Blaise und Gilberte allein zu erziehen, lässt er sich 1632 in Paris nieder. Schon sehr früh zeigt Blaise einen herausragenden Verstand und einen hohen Anspruch bei der Suche nach dem Wahren, wie seine Schwester Gilberte berichtet: »Von Kindheit an konnte er sich nur dem ergeben, was ihm offensichtlich als wahr erschien; so dass er, wenn man ihm keine guten Gründe gab, selbst nach ihnen suchte«.[12] Eines Tages ertappte der Vater seinen Sohn bei geometrischen Untersuchungen und stellte bald fest, dass der 12-jährige Blaise, ohne zu wissen, dass diese Theoreme in Büchern unter anderen Namen existierten, ganz allein die ersten zweiunddreißig Sätze von Euklid bewiesen hatte, indem er Figuren auf die Erde zeichnete.[13] Gilberte erinnert sich, dass ihr Vater »erschrocken über die Großartigkeit und die Leistung dieses Genies« war.[14]

In den folgenden Jahren wird Blaise Pascal sein enormes Talent mithilfe seiner Arbeitskraft fruchtbar werden lassen. Ab dem Alter von siebzehn Jahren verkehrte er mit den größten Gelehrten seiner Zeit. Schon bald folgte eine Entdeckung und Veröffentlichung auf die nächste. Im Jahre 1642, im Alter von 19 Jahren, erfand er eine Rechenmaschine, den Vorläufer unserer Taschenrechner. Blaise Pascal hat eine derart anregende Wirkung auf uns, da er uns an die Größe der menschlichen Vernunft erinnert und uns auffordert, diese zu nutzen, um die Welt um uns herum zu entschlüsseln. Der Geist der Geometrie, d.h. die Fähigkeit, die Funktionsweise der Dinge im Detail zu verstehen, wird ihm sein ganzes Leben lang von Nutzen sein, wie der herausragende Theologe Hans Urs von Balthasar feststellt: »Durch die der Geometrie und Naturwissenschaft als solcher eignende Präzision [wird er] instandgesetzt […], die ganz anders geartete Präzision etwa im Bereich der Existenz und des Christlichen zu erringen«.[15] Diese auf die natürliche Vernunft vertrauende Praxis, die ihn auch mit all seinen menschlichen Geschwistern auf der Suche nach Wahrheit solidarisch verbindet, sollte ihm helfen, die Grenzen des Verstandes selbst zu erkennen und sich so zugleich für die übernatürlichen Gründe der Offenbarung zu öffnen, gemäß einer Logik des Paradoxen, die sein philosophisches Markenzeichen und den literarischen Reiz seiner Gedanken ausmacht: »Die Kirche hat ebenso viel Mühe darauf verwenden müssen, gegen diejenigen, die es leugneten, zu beweisen, dass Jesus Christus ein Mensch war, wie zu beweisen, dass er Gott war, und die Wahrscheinlichkeit war für beides gleich groß«.[16]

Die Philosophen

Viele von Pascals Schriften gehören großenteils zum philosophischen Themenbereich: Dies gilt insbesondere für seine Gedanken, diese posthum veröffentlichte Sammlung von Fragmenten, die Notizen oder Entwürfe eines von einem theologischen Projekt beseelten Philosophen sind, deren Kohärenz und ursprüngliche Ordnung die Forscher, wenn auch mit Variationen, zu rekonstruieren versuchen. Die leidenschaftliche Liebe zu Christus und der Dienst an den Armen, die ich eingangs erwähnte, waren nicht so sehr das Zeichen eines Bruchs im Geist dieses kühnen Jüngers, als vielmehr das Zeichen einer Vertiefung hin zur Radikalität des Evangeliums, Zeichen eines Fortschritts in Richtung der lebendigen Wahrheit des Herrn mit Hilfe der Gnade. Er, der die übernatürliche Gewissheit des Glaubens besaß und diesen so sehr als mit der Vernunft übereinstimmend betrachtete, obwohl er sie unendlich übersteigt, wollte die Diskussion mit denen, die seine Glaubensüberzeugung nicht teilten, so weit wie möglich vorantreiben, denn »jenen, die sie nicht haben, können wir sie nur durch vernünftige Überlegung geben, solange wir darauf warten, dass Gott sie ihnen durch das Gefühl des Herzens gibt«.[17] Unsere Generation wird gut daran tun, diese von Respekt und Geduld geprägte Verkündigung des Evangeliums nachzuahmen.

Um Pascals Sichtweise des Christentums richtig zu verstehen, muss man daher seiner Philosophie große Bedeutung beimessen. Er bewunderte die Weisheit der antiken griechischen Philosophen, die als Mitglieder einer Polis in ihrer Kunst des guten Lebens zu Einfachheit und Ruhe fähig waren: »Man denkt sich Platon und Aristoteles nur mit langen schulmeisterlichen Gewändern. Das waren umgängliche Leute, die wie die anderen mit ihren Freunden lachten. Und wenn sie daran Vergnügen gefunden haben, ihre Gesetze und ihre Staatslehren zu schaffen, so haben sie es spielend getan. Das war der am wenigsten philosophische und am wenigsten ernsthafte Teil ihres Lebens; der philosophischste war, einfach und ruhig zu leben«.[18] Trotz ihrer Bedeutung und Nützlichkeit erkennt Pascal dennoch die Grenzen dieser Philosophen: Der Stoizismus führt zum Stolz,[19] der Skeptizismus zur Verzweiflung.[20] Die menschliche Vernunft ist zweifellos ein Wunder der Schöpfung, das den Menschen von allen anderen Geschöpfen unterscheidet, denn »der Mensch ist nur ein Schilfrohr, das schwächste der Natur, aber er ist ein denkendes Schilfrohr«.[21] Man versteht also, dass die Grenzen der Philosophen schlichtweg die Grenzen der geschaffenen Vernunft sein werden. Denn Demokrit mag gesagt haben: »Ich spreche jetzt über alles«,[22] aber die Vernunft allein kann die höchsten und dringlichsten Fragen nicht lösen. Welches ist denn, sowohl zu Pascals Zeit als auch heute, das Thema, das für uns am wichtigsten ist? Es ist die Frage nach dem Gesamtsinn unserer Bestimmung, unseres Lebens und unserer Hoffnung auf ein Glück, von dem es uns nicht untersagt ist, es uns als ewig vorzustellen, das aber nur Gott schenken kann: »Nichts ist für den Menschen so wichtig wie sein Zustand; nichts ist ihm so furchtbar wie die Ewigkeit«.[23]

Wenn wir Pascals Gedanken betrachten, finden wir in gewisser Weise dieses Grundprinzip wieder: »Die Realität steht über der Idee«, denn Pascal lehrt uns, uns von den »verschiedene[n] Formen der Verschleierung der Wirklichkeit« fernzuhalten, von den »engelhaften Purismen« bis hin zu den »Intellektualismen ohne Weisheit«.[24] Nichts ist gefährlicher als ein abgehobenes Denken, so dass, wer den Menschen »zum Engel machen möchte, ihn zum Tier macht«.[25] Und die todbringenden Ideologien, unter denen wir weiterhin in wirtschaftlichen, sozialen, anthropologischen oder moralischen Bereichen leiden, halten diejenigen, die ihnen folgen, in Blasen von Meinungen gefangen, in denen die Idee an die Stelle der Wirklichkeit getreten ist.

Die menschliche Verfasstheit

Pascals Philosophie, die voller Paradoxien ist, entspringt einem ebenso bescheidenen wie klaren Blick, der versucht, »die durch die Argumentation erhellte Wirklichkeit«[26] zu erreichen. Er geht von der Feststellung aus, dass der Mensch wie ein Fremder für sich selbst ist, groß und elend. Groß aufgrund seiner Vernunft, aufgrund seiner Fähigkeit, seine Leidenschaften zu zähmen, groß auch dadurch, »dass er sich als elend erkennt«.[27] Insbesondere sehnt er sich nach etwas anderem, als seine Instinkte zu befriedigen oder ihnen zu widerstehen, »denn was Natur bei den Tieren ist, das nennen wir Elend bei dem Menschen«.[28] Es besteht ein unerträgliches Missverhältnis einerseits zwischen unserem unendlichen Wollen, glücklich zu sein und die Wahrheit zu erkennen, und andererseits unserer begrenzten Vernunft und unserer körperlichen Schwäche, die zum Tod führt. Denn Pascals Stärke liegt auch in seinem unerbittlichen Realismus: »Man braucht keine allzu überragende Seele zu haben, um zu verstehen, dass es hier auf Erden keine wahrhaftige und beständige Freude gibt, dass all unsere Vergnügungen nichts weiter als Blendwerk sind, dass unsere Leiden unendlich sind und dass schließlich der Tod, der uns jeden Augenblick bedroht, uns unausbleiblich nach wenigen Jahren in die entsetzliche Notlage bringen muss, auf ewig entweder vernichtet oder unglücklich zu werden. Nichts ist wirklicher und nichts furchtbarer als dies. Geben wir uns für so unerschrocken aus, wie wir wollen: Dieses Ende ist für das schönste Leben der Welt zu erwarten«.[29] In diesem tragischen Zustand kann der Mensch natürlich nicht in sich selbst bleiben, denn sein Elend und die Ungewissheit seines Schicksals sind für ihn unerträglich. Er muss sich also ablenken, was Pascal gern zugibt: »Daher kommt es, dass die Menschen das Getümmel und die Aufregung so gernhaben«.[30] Denn wenn der Mensch sich nicht von seinem Zustand ablenkt – und wir wissen sehr wohl, wie wir uns durch Arbeit, Freizeit, Familien- oder Freundschaftsbeziehungen, aber leider auch durch die Laster, zu denen uns bestimmte Leidenschaften verleiten, zerstreuen können –, dann empfindet seine Menschennatur »seine Nichtigkeit, seine Verlassenheit, seine Unzulänglichkeit, seine Abhängigkeit, seine Ohnmacht, seine Leere. [Und es steigen] vom Grunde seiner Seele die Langeweile, der Trübsinn, die Traurigkeit, der Kummer, der Verdruss und die Verzweiflung [auf]«.[31] Und doch befriedigt oder erfüllt die Zerstreuung nicht unsere große Sehnsucht nach Leben und nach Glück. Das ist uns allen wohl bekannt.

In diesem Moment stellt Pascal dann seine große Hypothese auf: »Was rufen uns denn diese Gier und diese Unfähigkeit zu, wenn nicht dies, dass es einst im Menschen ein wahres Glück gegeben hat, von dem ihm jetzt nur das Zeichen und die ganz wesenlose Spur geblieben sind und die er nun vergebens mit allem auszufüllen trachtet, was ihn umgibt, wobei er von den fernen Dingen die Hilfe erwartet, die er von den gegenwärtigen nicht erhält, doch sie alle sind dazu nicht fähig, weil dieser unendliche Abgrund nur durch etwas Unendliches und Unwandelbares ausgefüllt werden kann, das heißt durch Gott selbst«.[32] Wenn der Mensch wie ein »entthronte[r] König«[33] ist, der nur danach strebt, seine verlorene Größe wiederzuerlangen, und sich doch als unfähig dazu ansieht, was ist er dann? »Welches Trugbild ist denn der Mensch? Welches noch nie dagewesene Etwas, welches Monstrum, welches Chaos, welcher Hort von Widersprüchen, welches Wunderding? Ein Richter über alle Dinge, ein schwacher Erdenwurm, ein Hüter der Wahrheit, eine Kloake der Ungewissheit und des Irrtums, Ruhm und Abschaum des Weltalls. Wer löst diese Verwirrung?«.[34] Pascal erkennt als Philosoph: »Je mehr Einsicht man hat, desto mehr Größe und Niedrigkeit entdeckt man im Menschen«,[35] aber diese Gegensätze sind unvereinbar. Denn die menschliche Vernunft kann sie nicht in Einklang bringen und das Rätsel nicht lösen.

Daher stellt Pascal fest: Wenn es einen Gott gibt und der Mensch eine göttliche Offenbarung erhalten hat – wie es verschiedene Religionen behaupten – und wenn diese Offenbarung wahr ist, dann muss darin die Antwort liegen, nach der der Mensch sich sehnt, um die Widersprüche zu lösen, die ihn quälen: »Die Größe und das Elend des Menschen sind so offensichtlich, dass die wahre Religion uns unbedingt unterrichten muss, dass es im Menschen sowohl irgendein Hauptprinzip für seine Größe wie ein Hauptprinzip für sein Elend gibt. Sie muss uns außerdem eine Erklärung für diese erstaunlichen Widersprüchlichkeiten geben«.[36] Nachdem er die großen Religionen studiert hat, kommt Pascal zu dem Schluss, dass »kein Denken und keine aszetisch-mystische Praxis« einen Erlösungsweg bieten kann, es sei denn »durch das höhere Wahrheitskriterium der Gnadeneinstrahlung«.[37] Pascal schreibt, indem er sich vorstellt, was der wahre Gott uns sagen könnte: »Vergebens, o ihr Menschen, sucht ihr in euch selbst die Heilmittel für euer Elend. All eure Einsichten können nur bis zu der Erkenntnis gelangen, dass ihr nicht in euch selbst die Wahrheit und das Glück finden werdet. Die Philosophen haben es euch versprochen, und sie haben es nicht erreichen können. Sie wissen nicht, was euer wahres Glück ist, und auch nicht, was [euer wirklicher Stand] ist«.[38]

An diesem Punkt angelangt, will Pascal, der mit der einzigartigen Kraft seines Verstandes die menschliche Verfasstheit, die Heilige Schrift und die Tradition der Kirche ergründet hat, sich mit der Einfachheit des kindlichen Geistes als demütiger Zeuge des Evangeliums verstanden wissen. Er ist der Christ, der mit denen über Jesus Christus sprechen will, die etwas voreilig erklären, dass es keinen stichhaltigen Grund dafür gibt, an die Wahrheiten des Christentums zu glauben. Pascal hingegen weiß aus Erfahrung, dass das, was die Offenbarung beinhaltet, sich den Ansprüchen der Vernunft nicht nur nicht widersetzt, sondern die unerhörte Antwort bereithält, zu der keine Philosophie von sich aus hätte gelangen können.

Bekehrung: der Besuch des Herrn

Am 23. November 1654 hatte Pascal ein sehr eindringliches Erlebnis, das man bis heute als seine „Feuernacht“ bezeichnet. Diese mystische Erfahrung, die ihn Freudentränen vergießen ließ, war für ihn so intensiv und bestimmend, dass er sie auf einem mit dem genauen Datum versehenen Stück Papier festhielt, dem „Mémorial“, das er in das Futter seines Mantels gesteckt hatte und das man erst nach seinem Tod entdeckt hat. Auch wenn man unmöglich genau wissen kann, was in jener Nacht in Pascals Seele geschah, scheint es sich um eine Begegnung zu handeln, deren Ähnlichkeit mit der für die gesamte Offenbarungs- und Heilsgeschichte grundlegenden Erfahrung des Mose am brennenden Dornbusch (vgl. Ex 3) er selbst erkannt hat. Der Begriff „Feuer“,[39] den Pascal an den Beginn des „Mémorial“ stellte, lädt uns dazu ein, diese Verbindung – unter Wahrung der entsprechenden Verhältnismäßigkeit – zu sehen. Die Parallele scheint von Pascal selbst angedeutet zu werden, der unmittelbar nach der Erwähnung des Feuers die Bezeichnung aufgriff, die sich der Herr Mose gegenüber gegeben hatte: »Der Gott Abrahams, der Gott Isaaks, der Gott Jakobs« (Ex 3,6.15), und hinzufügte: »nicht der Philosophen und der Gelehrten. Gewissheit, Gewissheit, Empfinden, Freude, Frieden. Der Gott Jesu Christi«.

Ja, unser Gott ist Freude, und Blaise Pascal bezeugt dies der gesamten Kirche sowie jedem Gottsucher: »Es ist nicht der abstrakte Gott oder der kosmische Gott, nein. Es ist der Gott eines Menschen, eines Rufes, der Gott Abrahams, Isaaks, Jakobs; der Gott, der Gewissheit ist, der Empfinden ist, der Freude ist«.[40] Diese Begegnung, die Pascal die »Größe der menschlichen Seele« bestätigte, hat ihn mit dieser lebendigen und unerschöpflichen Freude erfüllt: »Freude, Freude, Freude, Weinen vor Freude«. Und diese göttliche Freude wird für Pascal zum Ort des Bekenntnisses und des Gebets: »Jesus Christus. Ich habe mich von ihm getrennt, ich habe mich ihm entzogen, habe ihn verleugnet und gekreuzigt. Möge ich niemals von ihm getrennt sein«.[41] Die Erfahrung der Liebe dieses personalen Gottes, Jesus Christus, der an unserer Geschichte teilgenommen hat und unaufhörlich an unserem Leben teilnimmt, nimmt Pascal mit auf den Weg einer tiefen Bekehrung und somit zu dieser – weil in der Liebe gelebten – »vollkommenen und süßen Entsagung«[42] von dem »alten Menschen des früheren Lebenswandels, der sich in den Begierden des Trugs zugrunde richtet« (Eph 4,22).

Der heilige Johannes Paul II. erinnerte in seiner Enzyklika über die Beziehung zwischen Glaube und Vernunft daran, dass Philosophen wie Pascal sich durch die Ablehnung jeglicher Anmaßung und durch die Wahl einer Haltung der Demut und des Mutes auszeichnen. Sie haben die Erfahrung gemacht, dass »der Glaube die Vernunft von der Anmaßung befreit«.[43] Es ist klar, dass Pascal vor der Nacht des 23. November 1654 »keinerlei Zweifel an der Existenz Gottes hat. Er weiß auch, dass dieser Gott das höchste Gut ist. [...] Was ihm fehlt und was er erwartet, ist kein Wissen, sondern eine Macht, keine Wahrheit, sondern eine Kraft«.[44] Diese Kraft wird ihm aus Gnade geschenkt: Er fühlt sich mit Gewissheit und Freude von Jesus Christus angezogen: »Wir erkennen Gott allein durch Jesus Christus. Ohne diesen Mittler wird jede Gemeinschaft mit Gott aufgehoben«.[45] Jesus Christus zu entdecken bedeutet, den Retter und Befreier zu entdecken, den ich brauche: »Dieser Gott ist nichts anderes als der Heiland unseres Elends. Darum können wir Gott nur richtig erkennen, wenn wir unsere Sünden erkennen«.[46] Wie jede echte Bekehrung spielt sich auch Blaise Pascals Bekehrung in der Demut ab, die uns »von unserer abgeschotteten Geisteshaltung und aus unserer Selbstbezogenheit erlöst«.[47]

Blaise Pascals überragender und unruhiger Verstand, der angesichts der Offenbarung Jesu Christi von Frieden und Freude erfüllt ist, lädt uns gemäß »der Ordnung des Herzens«[48] ein, in der Klarheit »dieser himmlischen Erleuchtung«[49] sicher zu wandeln. Denn wenn unser Gott ein »verborgener Gott« (Jes 45,15) ist, dann deshalb, weil er »sich verbergen wollte«,[50] so dass unsere von der Gnade erleuchtete Vernunft nie damit fertig sein wird, ihn zu entdecken. Durch die Erleuchtung der Gnade also können wir ihn erkennen. Aber die Freiheit des Menschen muss sich öffnen; und so tröstet uns Jesus: »Du würdest mich nicht suchen, wenn du mich nicht gefunden hättest«.[51]

Die Ordnung des Herzens und seine Gründe zu glauben

Nach den Worten Benedikts XVI. hat »die katholische Tradition von Anfang an den sogenannten Fideismus abgelehnt, also den Willen, auch gegen die Vernunft zu glauben«.[52] In diesem Sinne ist Pascal zutiefst der »Vernünftigkeit des Glaubens an Gott«[53] verpflichtet, nicht nur weil »der Verstand nicht gezwungen werden kann, etwas zu glauben, von dem er weiß, dass es falsch ist«,[54] sondern weil, »wenn man gegen die Prinzipien der Vernunft verstößt, unsere Religion absurd und lächerlich sein wird«.[55] Wenn aber der Glaube vernunftgemäß ist, so ist er auch eine Gabe Gottes und drängt sich damit nicht auf: »Man beweist nicht, dass man geliebt werden muss, indem man die Ursachen der Liebe geordnet darlegt; das wäre lächerlich«,[56] stellt Pascal mit seinem feinen Humor fest und zieht eine Parallele zwischen der menschlichen Liebe und der Art und Weise, wie Gott sich uns zeigt. Ebenso wenig wie die Liebe, »die sich anbietet, aber nicht aufdrängt – die Liebe Gottes drängt sich niemals auf«.[57] Jesus hat für die Wahrheit Zeugnis abgelegt (vgl. Joh 18,37), aber er wollte »sie denen, die ihr widersprachen, nicht mit Gewalt aufdrängen«.[58] Deshalb gibt es »genug Licht für jene, die nur zu suchen verlangen, und genug Finsternis für jene, die von gegenteiliger Veranlagung sind«.[59]

Er kommt zu dem Schluss: »Der Glaube unterscheidet sich vom Beweis. Der eine ist menschlich, und der andere ist eine Gottesgabe«.[60] Daher ist es unmöglich zu glauben, »wenn Gott nicht das Herz dazu neigt«.[61] Wenn der Glaube einer höheren Ordnung als der der Vernunft angehört, bedeutet das gewiss nicht, dass er ihr entgegensteht, sondern dass er sie unendlich übersteigt. Pascals Werk zu lesen bedeutet also nicht in erster Linie, die Vernunft zu entdecken, die den Glauben erhellt; es bedeutet, sich in die Schule eines Christen von außergewöhnlichem Verstand zu begeben, der umso besser eine Ordnung zu ergründen wusste, die als Gabe Gottes über die Vernunft gestellt ist: »Der unendliche Abstand der Körper von den Geistern gibt ein Bild von dem unendlich viel unendlicheren Abstand der Geister von der christlichen Liebe, denn diese ist übernatürlich«.[62] Als Wissenschaftler, der in der Geometrie bewandert ist, d.h. in der Wissenschaft der im Raum verorteten Körper, und als Geometriker, der in der Philosophie bewandert ist, d.h. in der Wissenschaft der in der Geschichte verorteten Geister, konnte der von der Gnade des Glaubens erleuchtete Blaise Pascal die Gesamtheit seiner Erfahrung so niederschreiben: »Aus allen Körpern zusammen kann man nicht einen kleinen Gedanken hervorbringen. Das ist unmöglich und gehört zu einer anderen Ordnung. Aus allen Körpern und Geistern kann man keine Regung wahrer christlicher Liebe gewinnen, das ist unmöglich und gehört zu einer anderen, übernatürlichen Ordnung«.[63]

Weder der geometrische Geist noch das philosophische Denken versetzen den Menschen in die Lage, allein zu einem »sehr scharfen Blick« auf die Welt und auf sich selbst zu gelangen. Wer sich auf die Details seiner Berechnungen beschränkt, genießt nicht den Überblick, der es ihm ermöglicht, „alle Prinzipien zu entdecken“. Dies ist das Verdienst des »feinsinnigen Geistes« (esprit de finesse), dessen Verdienste Pascal ebenfalls hervorhebt, denn, wenn man versucht, die Wirklichkeit zu erfassen, »muss man das Problem auf einmal, mit einem einzigen Blick erfassen«.[64] Die Sphäre dieses feinsinnigen Geistes ist mit dem verbunden, was Pascal als „Herz“ bezeichnet: »Wir erkennen die Wahrheit nicht nur mit der Vernunft, sondern auch mit dem Herzen. Gerade auf diese letzte Art erkennen wir die ersten Prinzipien, und vergebens trachtet die vernünftige Überlegung, die nicht daran beteiligt ist, jene zu bekämpfen«.[65] Göttliche Wahrheiten, wie die Tatsache, dass der Gott, der uns erschaffen hat, die Liebe ist, dass er Vater, Sohn und Heiliger Geist ist, dass er Fleisch geworden ist in Jesus Christus, der zu unserem Heil gestorben und auferstanden ist, sind nicht mit der Vernunft beweisbar, sondern können durch die Gewissheit des Glaubens erkannt werden und gehen dann vom geistlichen Herzen auf den rationalen Verstand über, der sie als wahr erkennt und sie seinerseits darlegen kann: »Darum sind jene, denen Gott die Religion durch das Gefühl des Herzens gegeben hat, glückselig und ganz zu Recht überzeugt«.[66]

Pascal hat sich nie damit abgefunden, dass einige seiner Mitmenschen nicht nur Jesus Christus nicht kennen, sondern es aus Trägheit oder aufgrund ihrer Leidenschaften verschmähen, das Evangelium ernst zu nehmen. Denn an Jesus Christus entscheidet sich ihr Leben: »Die Unsterblichkeit der Seele ist etwas so überaus Wichtiges für uns, das uns so tief berührt, dass man jedes Empfinden verloren haben muss, wenn man ihr gegenüber gleichgültig ist und nicht wissen will, wie es sich mit ihr verhält. [...] Und deshalb mache ich unter denjenigen, die davon nicht überzeugt sind, einen außerordentlich großen Unterschied zwischen denen, die sich mit all ihrer Kraft bemühen, sich darüber zu unterrichten, und denen, die dahinleben, ohne sich darum zu sorgen und ohne daran zu denken«.[67] Wir selbst wissen gut, dass wir oft versuchen, vor dem Tod zu fliehen oder ihn zu beherrschen, indem wir vermeinen, »Gedanken an unsere Endlichkeit fernhalten« oder »dem Tod seine Macht nehmen und die Furcht vertreiben [zu können]. Der christliche Glaube ist jedoch kein Mittel, um die Angst vor dem Tod auszutreiben, sondern er hilft uns vielmehr, ihr zu begegnen. Früher oder später werden wir alle durch jene Tür gehen. Das wahre Licht, das das Geheimnis des Todes erleuchtet, kommt von der Auferstehung Christi«.[68] Nur die Gnade Gottes ermöglicht dem Herzen des Menschen den Zugang zur Ordnung der göttlichen Erkenntnis, zur Liebe. Dies veranlasste einen bedeutenden zeitgenössischen Kommentator Pascals zu schreiben, dass »das Denken nur dann ein christliches sein kann, wenn es zu dem gelangt, was Jesus Christus ins Werk setzt, nämlich die Liebe«.[69]

Pascal, die Kontroverse und die Liebe

Bevor ich zum Schluss komme, muss ich noch auf Pascals Beziehung zum Jansenismus eingehen. Eine seiner Schwestern, Jacqueline, war in Port-Royal in den Ordensstand eingetreten, in eine Kongregation, deren Theologie stark von Cornelius Jansen beeinflusst war. Dieser hatte eine Abhandlung mit dem Titel Augustinus verfasst, die 1640 erschienen ist. Nach seiner „Feuernacht“ war Pascal im Januar 1655 in die Abtei von Port-Royal gekommen, um dort Exerzitien zu machen. In den folgenden Monaten wurde an der Sorbonne, der Universität von Paris, eine bedeutende und schon alte Kontroverse zwischen den Jesuiten und den „Jansenisten“, die am Werk Augustinus festhielten, neu entfacht. Der Streit drehte sich hauptsächlich um die Frage nach der Gnade Gottes und um die Beziehung zwischen der Gnade und der menschlichen Natur, insbesondere ihrem freien Willen. Auch wenn Pascal nicht zur Kongregation von Port-Royal gehörte und kein Parteigänger war – er sollte schreiben: »Ich bin allein [...], ich bin gar nicht aus Port-Royal«,[70] – wurde er von den Jansenisten beauftragt, sie zu verteidigen, insbesondere weil er über eine kraftvolle Rhetorik verfügte. Dies tat er in den Jahren 1656 und 1657, indem er eine Reihe von achtzehn Briefen veröffentlichte, die sogenannten Provinciales.

Obwohl mehrere sogenannte „jansenistische“ Sätze tatsächlich glaubenswidrig waren,[71] was Pascal einräumte, so bestritt er, dass sie im Augustinus enthalten waren und von den Ordensmitgliedern in Port-Royal befolgt wurden. Einige seiner eigenen Behauptungen, zum Beispiel zur Prädestination, die aus der Theologie des späten Augustinus stammen und deren Formeln von Jansenius verschärft worden waren, klingen dennoch nicht richtig. Man muss allerdings verstehen, dass Augustinus im 5. Jahrhundert die Pelagianer bekämpfen wollte, die behaupteten, dass der Mensch aus eigener Kraft und ohne die Gnade Gottes Gutes tun und gerettet werden könne. Pascal glaubte aufrichtig, sich dem Pelagianismus oder dem Semipelagianismus zu widersetzen, den er in den Lehren der molinistischen Jesuiten zu erkennen glaubte (benannt nach dem Theologen Luis de Molina, der 1600 verstarb, dessen Einfluss aber Mitte des 17. Jahrhunderts noch lebendig war). Wir sollten ihm die Unbefangenheit und Aufrichtigkeit seiner Absichten zugutehalten.

Dieses Schreiben ist gewiss nicht der Ort, um diese Diskussion wieder zu eröffnen. Dennoch gilt das, was in Pascals Positionen eine richtige Warnung ist, auch für unsere Zeit: der »Neu-Pelagianismus«,[72] der »alles von der menschlichen Anstrengung, die durch Vorschriften und kirchliche Strukturen gelenkt wird«[73] abhängen lassen möchte, ist daran zu erkennen, dass er »mit der Anmaßung eines durch eigene Anstrengung verdienten Heils berauscht«.[74] Und wir müssen nun feststellen, dass Pascals letzte Position zur Gnade und insbesondere zur Tatsache, dass Gott »will, dass alle Menschen gerettet werden und zur Erkenntnis der Wahrheit gelangen« (1 Tim 2,4), am Ende seines Lebens in gänzlich katholischer Weise Ausdruck gefunden hat.[75]

Wie ich bereits zu Beginn sagte, hatte Blaise Pascal am Ende seines kurzen, aber außerordentlich reichen und fruchtbaren Lebens die Liebe zu seinen Brüdern und Schwestern an die erste Stelle gesetzt. Er fühlte und wusste sich als Glied eines Leibes, denn »als Gott den Himmel und die Erde geschaffen hatte, die das Glück ihres Daseins nicht empfinden, wollte er Wesen schaffen, die ihn erkennen und gemeinsam einen Leib von denkenden Gliedern bilden sollten«.[76] Als gläubiger Christ hat Pascal die Freude des Evangeliums verkostet, mit welchem der Geist »alle Dimensionen des Menschen« befruchten und heilen und »alle Menschen beim Mahl des Gottesreiches«[77] vereinen will. Als Pascal 1659 sein wunderbares Gebet, um Gott um den guten Gebrauch von Krankheiten zu bitten, verfasste, war er ein Mensch in Frieden, der sich nicht mehr an Kontoversen und nicht einmal mehr an der Apologetik beteiligte. Schwer krank und kurz vor dem Sterben, bat er um die Kommunion, dies geschah aber nicht unmittelbar. Daher bat er seine Schwester: »Da ich nicht im Haupt [Jesus Christus] kommunizieren kann, möchte ich gerne in den Gliedern kommunizieren«.[78] Und er »hatte den großen Wunsch, in der Gesellschaft der Armen zu sterben«.[79] »Er starb in der Einfachheit eines Kindes«,[80] sagte man über ihn kurz vor seinem letzten Atemzug am 19. August 1662. Nachdem er die Sakramente empfangen hatte, waren seine letzten Worte: »Möge Gott mich niemals verlassen«.[81]

Mögen sein großartiges Werk und das Beispiel seines Lebens, das so tief in Jesus Christus eingetaucht war, uns helfen, den Weg der Wahrheit, der Bekehrung und der Liebe bis zum Ende zu gehen. Denn das Leben eines Menschen ist so kurz: »Ewig in der Freude für einen Tag der Übung auf der Erde«.[82]

Rom, Sankt Johannes im Lateran, 19. Juni 2023

FRANZISKUS

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[1] Pascal, Gedanken, Stuttgart 2021, Zählung nach Lafuma (im Folgenden: Laf.), 199.

[2] G. Périer, Vie de M. Pascal, in Œuvres complètes, I, Paris 1998, 91.

[3] Laf. 270.

[4] Ebd., 148.

[5] Ebd., 417.

[6] B. Pascal, Entretien avec M. de Sacy, in De l’esprit géométrique, Paris 1985, 105.

[7] Laf. 913.

[8] Ebd., 926.

[9] Apostolisches Schreiben Gaudete et exsultate, 65.

[10] Ebd., 167.

[11] Laf. 12.

[12] G. Périer, op. cit., 64.

[13] Vgl. ebd., 65.

[14] Ebd.

[15] „Pascal«“ in Herrlichkeit, Fächer der Stile II, Einsiedeln 1962, 545 f.

[16] Laf. 307.

[17] Ebd., 110.

[18] Ebd., 533.

[19] B. Pascal, Entretien avec M. de Sacy, op.cit., 113.

[20] Vgl. Laf. 208.

[21] Ebd., 200.

[22] Ebd., 199.

[23] Ebd., 427.

[24] Apostolisches Schreiben Evangelii gaudium, 231.

[25] Laf. 678.

[26] Apostolisches Schreiben Evangelii gaudium, 232.

[27] Laf. 114.

[28] Ebd., 117.

[29] Ebd., 427.

[30] Ebd., 136.

[31] Ebd., 622.

[32] Ebd., 148.

[33] Ebd., 116.

[34] Ebd., 131.

[35] Ebd., 613.

[36] Ebd., 149.

[37] H.U. von Balthasar, „Pascal“, op.cit., 549.

[38] Laf. 149.

[39] Ebd., 913.

[40] Katechese, 3. Juni 2020.

[41] Laf. 913. [Mémorial]

[42] Ebd.

[43] Vgl. Fides et ratio, 76: AAS 91 (1999), 64.

[44] H. Gouhier, Blaise Pascal. Commentaires, Paris 1971, 44-45.

[45] Laf. 189.

[46] Ebd.

[47] Apostolisches Schreiben Evangelii gaudium, 8.

[48] Vgl. Laf. 298.

[49] Ebd., 208.

[50] Ebd., 242.

[51] Ebd., 919.

[52] Katechese, 21. November 2012.

[53] Ebd.

[54] Pascal, Entretien avec M. de Sacy, op. cit., S. 102.

[55] Vgl. Laf. 173.

[56] Ebd., 298.

[57] Predigt am Christkönigssonntag, 20. November 2022.

[58] Zweites vatikanisches Ökumenisches Konzil, Erklärung Dignitatis humanae, 11.

[59] Laf. 149.

[60] Ebd., 7.

[61] Ebd., 380.

[62] Ebd., 308.

[63] Ebd.

[64] Ebd., 512.

[65] Ebd., 110.

[66] Ebd.

[67] Ebd., 427.

[68] Katechese, 9. Februar 2022.

[69] J.-L. Marion, La Métaphysique et après, Paris 2023, 356.

[70] Dix-septième lettre provinciale, 1656.

[71] Vgl. B. Neveu, L’erreur et son juge : remarques sur les censures doctrinales à l’époque moderne, Neapel 1993.

[72] Vgl. Kongregation für die Glaubenslehre, Schreiben Placuit Deo (22. Februar 2018); Apostolisches Schreiben Gaudete et exsultate, 57-59.

[73] Apostolisches Schreiben Gaudete et exsultate, 59.

[74] Apostolisches Schreiben Desiderio desideravi, 20.

[75] Vgl. Laf. 931. Am Anfang dieses Fragments steht durchgestrichen dieser Satz: »Ich liebe alle Menschen wie meine Brüder, weil sie alle erlöst sind.«

[76] Laf. 360.

[77] Apostolisches Schreiben Evangelii gaudium, 237.

[78] G. Périer, op. cit., 92-93.

[79] Ebd., 93.

[80] Ebd., 90.

[81] Ebd., 94.

[82] »Mémorial«, Laf. 913.

[01010-DE.01] [Originalsprache: Italienisch]

Traduzione in lingua spagnola

CARTA APOSTÓLICA
SUBLIMITAS ET MISERIA HOMINIS
DEL SANTO PADRE
FRANCISCO
EN EL CUARTO CENTENARIO DEL NACIMIENTO
DE BLAISE PASCAL

Grandeza y miseria del hombre forman la paradoja que está en el centro de la reflexión y el mensaje de Blaise Pascal, nacido hace cuatro siglos, el 19 de junio de 1623, en Clermont, en la zona central de Francia. Desde niño y durante toda su vida buscó la verdad. Con la razón rastreó sus signos, especialmente en los campos de las matemáticas, la geometría, la física y la filosofía. Realizó descubrimientos extraordinarios desde muy tierna edad, hasta el punto de alcanzar una fama considerable. Pero no se detuvo ahí. En un siglo de grandes progresos en muchos ámbitos de la ciencia, acompañados de un creciente espíritu de escepticismo filosófico y religioso, Blaise Pascal se mostró como un infatigable buscador de la verdad, y como tal permaneció siempre “inquieto”, atraído por nuevos y más amplios horizontes.

Precisamente esta razón, tan aguda y al mismo tiempo tan abierta, nunca acalló en él la pregunta antigua y siempre nueva que resuena en el alma humana: «¿Qué es el hombre para que pienses en él, el ser humano para que lo cuides?» (Sal 8,5). Esta pregunta está grabada en el corazón de cada ser humano, de todo tiempo y lugar, de toda civilización y lengua, de toda religión. «¿Qué es el hombre en la naturaleza? ―se pregunta Pascal― Una nada respecto al infinito, un todo respecto a la nada».[1] Y al mismo tiempo el interrogante está incluido ahí, en ese Salmo, en el corazón de esa historia de amor entre Dios y su pueblo, historia cumplida en la carne del “Hijo del hombre” Jesucristo, que el Padre nos entregó hasta el abandono para coronarlo de gloria y esplendor sobre toda criatura (cf. v. 6). A este interrogante, planteado en un lenguaje tan diferente al matemático y geométrico, Pascal nunca se cerró.

En la base de esto, creo poder reconocer en él una actitud de fondo, que yo llamaría “asombrada apertura a la realidad”. Apertura a otras dimensiones del conocimiento y de la existencia, apertura a los demás, apertura a la sociedad. Por ejemplo, estuvo detrás de la creación, en 1661, en París, del primer sistema de transporte público de la historia, los “Carruajes de cinco centavos”. Si recalco este suceso desde el principio de esta carta, es para insistir en el hecho de que ni su conversión a Cristo, a partir sobre todo de su “Noche de fuego” del 23 de noviembre de 1654, ni su extraordinario esfuerzo intelectual en defensa de la fe cristiana lo convirtieron en una persona aislada de su época. Estaba atento a las cuestiones que en ese entonces eran más preocupantes, así como a las necesidades materiales de todos los que componían la sociedad en la que vivió.

La apertura a la realidad hizo que no se cerrara a los demás ni siquiera en la hora de su última enfermedad. De aquella época, cuando tenía treinta y nueve años, leemos las siguientes palabras, que expresan la etapa final de este camino evangélico: «Y si los médicos dicen verdad y Dios permite que salga de esta enfermedad, estoy resuelto a no tener más ocupaciones ni otro empleo del resto de mis días que el servicio de los pobres».[2] Es conmovedor constatar que, en los últimos días de su vida, un pensador tan brillante como Blaise Pascal no viera mayor urgencia que dedicar su energía a las obras de misericordia: «El único objeto de la Escritura es la caridad».[3]

Por eso, en este cuarto centenario de su nacimiento, me alegra que la Providencia me dé la oportunidad de rendirle homenaje y de poner en evidencia lo que, en su pensamiento y en su vida, considero apropiado para estimular a los cristianos de nuestro tiempo y a todos nuestros contemporáneos de buena voluntad en la búsqueda de la verdadera felicidad: «Todos los hombres buscan la manera de ser felices. Esto no tiene excepción, por muy diferentes que sean los medios que empleen, todos tienden a este fin».[4] Cuatro siglos después de su nacimiento, Pascal sigue siendo para nosotros el compañero de camino que acompaña nuestra búsqueda de la verdadera felicidad y, según el don de la fe, nuestro reconocimiento humilde y gozoso del Señor muerto y resucitado.

Un enamorado de Cristo que habla a todos

Si Blaise Pascal es capaz de conmover a todo el mundo, es porque habló de la condición humana de una manera admirable. Sería engañoso, sin embargo, ver en él solamente a un especialista en moral humana, por muy brillante que fuera. El monumento formado por sus Pensamientos, algunas de cuyas fórmulas aisladas se han hecho célebres, no puede ser verdaderamente comprendido si se ignora que Jesucristo y la Sagrada Escritura son a la vez el centro y la clave. Pues si Pascal comenzó a hablar del hombre y de Dios, fue porque había llegado a la certeza de que «no solamente no conocemos a Dios más que por Jesucristo, sino que no nos conocemos a nosotros mismos más que por Jesucristo; no conocemos la vida, la muerte más que por Jesucristo. Fuera de Jesucristo no sabemos lo que es nuestra vida, ni nuestra muerte, ni Dios, ni nosotros mismos. De esta suerte, sin la Escritura que sólo tiene Jesucristo por objeto, no conocemos nada y sólo vemos oscuridad».[5] Para que pueda ser comprendida por todos, y no sea considerada sólo como una pura afirmación doctrinal inaccesible a los que no comparten la fe de la Iglesia, ni como una devaluación de las legítimas competencias de la inteligencia natural, una afirmación tan extrema merece ser clarificada.

Fe, amor y libertad

Como cristianos, debemos mantenernos alejados de la tentación de presentar nuestra fe como una certeza indiscutible que se impone a todos. Pascal ciertamente tuvo la preocupación de hacer saber a todos los hombres que «Dios y la verdad son inseparables».[6] Pero sabía que el acto del creyente es posible por la gracia de Dios, recibida en un corazón libre. Él, que por la fe había tenido el encuentro personal con el «Dios de Abraham, Dios de Isaac, Dios de Jacob, no de los filósofos y de los sabios»,[7] reconoció en Jesucristo «el Camino, la Verdad y la Vida» (Jn 14,6). Esta es la razón por la que les propongo a todos los que quieran seguir buscando la verdad ―una tarea que nunca termina en esta vida― que escuchen a Blaise Pascal, hombre de inteligencia prodigiosa que quiso recordarnos cómo fuera de los objetivos del amor no hay verdad que valga la pena: «No hacemos un ídolo con la verdad misma, porque la verdad sin la caridad no es Dios y es su imagen y un ídolo al que no hay que amar ni adorar».[8]

De este modo, Pascal nos previene contra las falsas doctrinas, las supersticiones o el libertinaje que alejan a muchos de nosotros de la paz y la alegría duraderas de Aquel que quiere que elijamos «la vida y la felicidad», y no «la muerte y la desdicha» (Dt 30,15). Pero la tragedia de nuestra vida es que a veces no vemos bien y, por lo tanto, elegimos mal. En realidad, sólo podemos gustar la felicidad del Evangelio «si el Espíritu Santo nos invade con toda su potencia y nos libera de la debilidad del egoísmo, de la comodidad, del orgullo».[9] Por otra parte, «sin la sabiduría del discernimiento podemos convertirnos fácilmente en marionetas a merced de las tendencias del momento».[10] Por eso la inteligencia y la fe viva de Blaise Pascal, quien quería demostrar que la religión cristiana es «venerable porque ha conocido bien al hombre» y «amable porque promete el verdadero bien»,[11] pueden ayudarnos a atravesar las oscuridades y las desgracias de este mundo.

Una mente científica excepcional

Cuando su madre murió en 1626, Blaise Pascal tenía tres años. Étienne, su padre, jurista de renombre, también era conocido por sus notables aptitudes científicas, particularmente en matemáticas y geometría. Decidiendo educar él solo a sus tres hijos, Jacqueline, Blaise y Gilberte, se trasladó a París en 1632. Desde muy temprana edad, Blaise mostró una mente excepcional y un alto nivel de exigencia en la búsqueda de la verdad, según relata su hermana Gilberte: «Desde su infancia sólo podía decidirse a aceptar lo que le parecía evidentemente cierto; de suerte que cuando no se le daban buenas razones, él mismo las buscaba».[12] Un día, el padre sorprendió a su hijo enfrascado en investigaciones de geometría y pronto se dio cuenta de que, sin saber que estos teoremas existían en los libros con otros nombres, Blaise, a la edad de doce años, había demostrado completamente solo, trazando figuras en el suelo, las treinta y dos primeras proposiciones de Euclides.[13] Gilberte recuerda entonces que su padre quedó «espantado de la grandeza y de la fuerza de aquel talento».[14]

En los años siguientes, Blaise Pascal haría crecer al máximo su inmenso talento, dedicándole a este toda su energía. Desde los diecisiete años se relacionaba con los más grandes científicos de su época. Los descubrimientos y las publicaciones se sucedieron con bastante rapidez. En 1642, a los diecinueve años, inventó una máquina de aritmética, antecesora de nuestras calculadoras. Blaise Pascal es sumamente estimulante para nosotros porque nos recuerda la grandeza de la razón humana y nos invita a utilizarla para descifrar el mundo que nos rodea. El esprit de géométrie, que es la capacidad de comprender en detalle el funcionamiento de las cosas, le servirá a lo largo de toda su vida, como señalaba el eminente teólogo Hans Urs von Balthasar: «Pascal es capaz […] de alcanzar desde los planos propios de la geometría y de las ciencias de la naturaleza, la precisión muy diferente y propia del plano de la existencia en general y de la vida cristiana en particular».[15] Esta práctica confiada de la razón natural, que lo hacía solidario con todos sus hermanos en busca de la verdad, le permitirá reconocer los límites de la inteligencia misma y, al mismo tiempo, abrirse a las razones sobrenaturales de la Revelación, según una lógica de la paradoja que es su peculiaridad filosófica y el encanto literario de sus Pensamientos: «Le ha costado tanto a la Iglesia demostrar que Jesucristo era hombre contra aquellos que lo negaban, como demostrar que era Dios; y las posibilidades eran igualmente grandes».[16]

Los filósofos

Muchos de los escritos de Pascal son, en gran medida, filosóficos. En particular sus Pensamientos, ese conjunto de fragmentos publicados póstumamente, que son las notas o borradores de un filósofo impulsado por un proyecto teológico, cuya coherencia y orden originales los investigadores se esfuerzan en reconstituir, no sin variaciones. El amor apasionado a Cristo y el servicio a los pobres que mencioné al principio no eran el signo de una ruptura en el espíritu de este discípulo audaz, sino el de una profundización hacia la radicalidad evangélica, una progresión hacia la verdad viva del Señor, con la ayuda de la gracia. Él, que tenía la certeza sobrenatural de la fe, y la veía tan acorde con la razón, aunque infinitamente superior a ella, quería llevar la discusión lo más lejos posible con los que no compartían su fe, porque a «aquellos que no la tienen, nosotros sólo podemos dársela por razonamiento, en espera de que Dios se la dé por sentimiento de corazón».[17] Una evangelización llena de respeto y paciencia, que nuestra generación haría bien en imitar.

Para comprender plenamente el discurso de Pascal sobre el cristianismo es necesario, por tanto, estar atentos a su filosofía. Él admiraba la sabiduría de los antiguos filósofos griegos, capaces de sencillez y tranquilidad en su arte del buen vivir, como miembros de una polis: «No nos imaginamos a Platón y a Aristóteles más que con grandes togas de maestros. Eran gente sencilla como los demás, que se divertían con sus amigos. Y cuando se divirtieron haciendo sus leyes y sus políticas [es decir, las grandes obras filosóficas que son Las Leyes (de Platón) y La Política (de Aristóteles)], lo hicieron como quien juega. Era la parte menos filósofa y menos seria de su vida, la más filósofa era vivir simple y tranquilamente».[18] A pesar de su grandeza y su utilidad, Pascal, sin embargo, distingue los límites de esas filosofías: el estoicismo «conduce al orgullo»,[19] el escepticismo, a la desesperación.[20] La razón humana es sin duda una maravilla de la creación, que diferencia al hombre de todas las demás criaturas, porque «el hombre es sólo una caña, la más débil de la naturaleza, pero es una caña que piensa».[21] Entendemos entonces que los límites de los filósofos serán simplemente los límites de la razón creada. Pues por mucho que Demócrito dijera: «Voy a hablar de todo»,[22] la razón por sí sola no puede resolver los interrogantes más elevados y urgentes. ¿Cuál es, en efecto, tanto en la época de Pascal como hoy, el tema que más nos importa? Es el del sentido pleno de nuestro destino, de nuestra vida y de nuestra esperanza, el de una felicidad que no está prohibido concebir como eterna, pero que sólo Dios está autorizado a conceder: «Nada es tan importante para el hombre como su estado; nada le inspira tanto temor como la eternidad».[23]

Al meditar sobre los Pensamientos de Pascal encontramos, en cierto modo, este principio fundamental: «la realidad es superior a la idea», ya que Pascal nos enseña a alejarnos de las «diversas formas de ocultar la realidad», desde los «purismos angélicos» hasta los «intelectualismos sin sabiduría».[24] No hay nada más peligroso que un pensamiento desencarnado: «El que quiere hacer el ángel, hace la bestia».[25] Y las ideologías mortíferas que continuamos padeciendo en los ámbitos económico, social, antropológico y moral mantienen a quienes las siguen dentro de burbujas de creencia donde la idea ha reemplazado a la realidad.

La condición humana

La filosofía de Pascal, llena de paradojas, es el resultado de una mirada tan humilde como lúcida, que pretende llegar a «la realidad iluminada por el razonamiento».[26] Parte de la constatación de que el hombre es un extraño para sí mismo, grande y miserable. Grande en su razón, en su habilidad para dominar las pasiones, grande incluso «porque se sabe miserable».[27] En concreto, aspira a algo más que a satisfacer sus instintos o resistirse a ellos, «porque lo que es naturaleza en los animales lo llamamos miseria en el hombre».[28] Hay una desproporción insoportable, por una parte, entre nuestra voluntad infinita de ser felices y de conocer la verdad; y, por otra, nuestra razón limitada y nuestra debilidad física, que conduce a la muerte. Puesto que la fuerza de Pascal también está en su realismo implacable, «no hay que tener el alma muy elevada para comprender que no hay aquí satisfacción verdadera y sólida, que todos nuestros placeres no son más que vanidad, que nuestros males son infinitos, y que, finalmente, la muerte, que nos amenaza a cada instante, debe ponernos infaliblemente, en pocos años, en la horrible necesidad de ser eternamente aniquilados o desgraciados. No hay nada más real que esto, ni más terrible. Hagámonos los valientes tanto como queramos: he aquí el final que espera a la vida más bella del mundo».[29] En esta condición trágica, se comprende que el hombre no pueda permanecer sólo en sí mismo, ya que su miseria y la incertidumbre de su destino son insoportables. Por tanto, necesita distraerse, lo que Pascal reconoce de buen grado: «De ahí viene que a los hombres les guste tanto el bullicio y el movimiento».[30] Porque si el hombre no disfruta de su condición ―y todos sabemos muy bien cómo distraernos con el trabajo, el ocio, las relaciones familiares o las amistades, pero también, por desgracia, con los vicios a los que nos conducen ciertas pasiones―, su humanidad «se da cuenta de su nulidad, de su abandono, de su insuficiencia, de su dependencia, de su impotencia, de su vacío. Al momento saldrán del fondo de su alma el tedio, la negrura, la tristeza, la pena, el despecho, la desesperación».[31] Y, sin embargo, la diversión no apacigua ni colma nuestro gran deseo de vida y felicidad. Esto todos lo sabemos bien.

Fue entonces cuando Pascal planteó su gran hipótesis: «¿Qué es pues lo que nos dice esta avidez y esta impotencia, sino que hubo antaño en el hombre una verdadera felicidad, de la que no le queda ahora más que la señal y la impronta vacía, y que trata inútilmente de llenar con todo lo que le rodea, buscando cosas ausentes y las ayudas que no obtiene de las presentes, pero de lo que son todas incapaces, porque ese abismo infinito sólo puede ser llenado por un objeto infinito e inmutable, es decir, por el mismo Dios?».[32] Si el hombre es como un «rey destronado»,[33] que sólo quiere recuperar la grandeza perdida y, sin embargo, es incapaz de hacerlo, ¿entonces qué es? «¿Qué quimera es, pues, el hombre?, ¿qué novedad, qué monstruo, qué caos, qué montón de contradicciones, qué prodigio? Juez de todas las cosas, indefenso gusano, depositario de la verdad, cloaca de incertidumbre y de error, gloria y desecho del universo. ¿Quién desenredará ese embrollo?».[34] Pascal, como filósofo, ve claramente que «a medida que tenemos más luces descubrimos más grandeza y más bajeza en el hombre»,[35] pero que estos opuestos son irreconciliables. Porque la razón humana no puede armonizarlos, ni resolver el enigma.

Por eso Pascal señala que si Dios existe y si el hombre ha recibido una revelación divina ―como afirman muchas religiones―, y si esta revelación es verdadera, ahí debe encontrarse la respuesta que el hombre espera para resolver las contradicciones que lo torturan: «Las grandezas y las miserias del hombre son tan visibles que es necesariamente preciso que la verdadera religión nos enseñe que hay algún gran principio de grandeza en el hombre y que hay un gran principio de miseria. Es preciso además que nos explique esas asombrosas contradicciones».[36] Tras estudiar las grandes religiones, Pascal llegó a la conclusión de que «ningún pensar ni ningún obrar pueden ofrecer un camino de salvación», si no es «mediante el criterio superior de la verdad de la irradiación de la gracia en el alma».[37] «Es en vano, oh hombres ―escribió Pascal imaginando lo que el Dios verdadero podría decirnos― que busquéis en vosotros mismos los remedios para vuestras miserias. Todas vuestras luces sólo pueden llegar a conocer que no es en vosotros mismos donde encontraréis la verdad y el bien. Los filósofos os lo han prometido y no han podido hacerlo. No saben ni cuál es vuestra verdadera felicidad ni cuál es [vuestro verdadero estado]».[38]

Llegado a este punto, Pascal, que ha escudriñado con la increíble fuerza de su inteligencia la condición humana, la Sagrada Escritura e incluso la tradición de la Iglesia, pretende proponerse con la sencillez del espíritu de infancia como humilde testigo del Evangelio; es ese cristiano que quiere hablar de Jesucristo a los que se apresuran a declarar que no hay ninguna razón sólida para creer en las verdades del cristianismo. Pascal, al contrario, sabe por experiencia que lo que dice la Revelación no sólo no se opone a las exigencias de la razón, sino que aporta la respuesta inaudita a la que ninguna filosofía habría podido llegar por sí misma.

Conversión: la visita del Señor

El 23 de noviembre de 1654, Pascal vivió una experiencia muy fuerte, que se conoce hasta hoy como su “Noche de fuego”. Esta experiencia mística, que le hizo derramar lágrimas de alegría, fue para él tan intensa y decisiva que la anotó en un pedazo de papel fechado con precisión, el “Memorial”, que había cosido en el forro de su abrigo, y que fue descubierto después de su muerte. Aunque es imposible saber exactamente cuál es la naturaleza de lo que sucedió en el alma de Pascal aquella noche, parece que se trató de un encuentro del que él mismo reconoció la analogía con aquel que fue fundamental para toda la historia de la revelación y de la salvación, y que Moisés vivió ante la zarza ardiente (cf. Ex 3). La palabra «fuego»,[39] con la que Pascal quiso encabezar el “Memorial”, nos invita, en definitiva, a proponer esta interpretación. El paralelismo parece haber sido indicado por el mismo Pascal que, inmediatamente después de la evocación del fuego, retomó el título que el Señor se dio a sí mismo ante Moisés: «Dios de Abraham, Dios de Isaac, Dios de Jacob» (Ex 3,6.15), añadiendo, «no de los filósofos y de los sabios. Certeza. Certeza. Sentimiento. Alegría. Paz. Dios de Jesucristo».

Sí, nuestro Dios es alegría, y Blaise Pascal lo testimonia a toda la Iglesia y a todo el que busca a Dios, «no es el Dios abstracto o el Dios cósmico, no. Es el Dios de una persona, de una llamada, el Dios de Abraham, de Isaac, de Jacob, el Dios que es certeza, que es sentimiento, que es alegría».[40] Este encuentro, que confirmó a Pascal la «grandeza del alma humana», lo llenó de esta alegría viva e inagotable: «Alegría, alegría, alegría, lágrimas de alegría». Y esta alegría divina se convirtió para Pascal en el lugar de la confesión y la oración: «Jesucristo. Me he separado de él, he huido de él, he renunciado a él, le he crucificado. ¡Que jamás sea separado de él!».[41] Es la experiencia del amor de este Dios personal, Jesucristo, que ha formado parte de nuestra historia y participa constantemente en nuestra vida, la que lleva a Pascal por el camino de la conversión profunda y, por tanto, a la «renunciación total y dulce»,[42] vivida en el amor, al «hombre viejo, que se va corrompiendo por la seducción de la concupiscencia» (Ef 4,22).

Como recordaba san Juan Pablo II en su encíclica sobre la relación entre fe y razón, filósofos como Blaise Pascal se distinguieron por su rechazo a toda presunción, así como por su elección de una postura hecha de humildad y de valentía. Experimentaron que «la fe libera la razón de la presunción».[43] Antes de la noche del 23 de noviembre de 1654, esto es claro, Pascal no duda de la existencia de Dios. Sabe también que este Dios es el bien supremo; lo que le falta y lo que espera no es un conocimiento sino un poder, no es una verdad sino una fuerza.[44] Ahora bien, esta fuerza le viene dada por la gracia; se siente atraído, con certeza y alegría, por Jesucristo: «Sólo conocemos a Dios por Jesucristo, sin ese mediador se suprime toda comunicación con Dios».[45] Descubrir a Jesucristo es descubrir al Salvador y Libertador que yo necesito: «Ese Dios que no es más que el reparador de nuestras miserias. Por eso no podemos conocer bien a Dios más que conociendo nuestras iniquidades».[46] Como toda auténtica conversión, la conversión de Blaise Pascal se lleva a cabo en la humildad, que nos libera «de nuestra conciencia aislada y de la autorreferencialidad».[47]

La inteligencia inmensa e inquieta de Blaise Pascal, colmada de paz y alegría ante la revelación de Jesucristo, nos invita, según el “método del corazón”,[48] a caminar con seguridad alumbrados por «esas celestes luces».[49] Porque si nuestro Dios es un “Dios escondido” (cf. Is 45,15), es porque Él «ha querido ocultarse»,[50] de modo que nuestra razón, iluminada por la gracia, nunca habrá terminado de descubrirlo. Es, pues, por la iluminación de la gracia que podemos conocerlo. Pero la libertad del hombre debe abrirse; y una vez más Jesús nos consuela: «No me buscarías si no me hubieras encontrado».[51]

El orden del corazón y sus razones para creer

En palabras de Benedicto XVI, «la tradición católica, desde el inicio, ha rechazado el llamado fideísmo, que es la voluntad de creer contra la razón».[52] En esta línea, Pascal está profundamente apegado a «la razonabilidad de la fe en Dios»,[53] no sólo porque «el espíritu no puede ser forzado a creer lo que él sabe que es falso»,[54] sino porque, «si ofendemos los principios de la razón, nuestra religión será absurda y ridícula».[55] Pero si la fe es razonable, también es un don de Dios y no puede imponerse: «No se demuestra que debamos ser amados sometiendo a método las causas del amor; sería ridículo»,[56] señala Pascal con la finura de su humor, estableciendo un paralelismo entre el amor humano y la forma en que Dios se nos manifiesta. Nada más que el amor, «que se propone pero no se impone —el amor de Dios nunca se impone».[57] Jesús dio testimonio de la verdad (cf. Jn 18,37) pero «no quiso imponerla por la fuerza a los que le contradecían».[58] Esta es la razón por la que «hay suficiente luz para aquellos que sólo desean ver, y bastante oscuridad para aquellos que tienen una disposición contraria».[59]

Y luego llega a afirmar que «la fe es diferente de la prueba. Ésta es humana, y aquella es un don de Dios».[60] Por tanto, es imposible creer «si Dios no inclina nuestro corazón».[61] Aunque la fe sea de un orden superior a la razón, esto no significa ciertamente que se oponga a ella, sino que la supera infinitamente. Leer, pues, la obra de Pascal no es, ante todo, descubrir la razón que ilumina la fe; es ponerse en la escuela de un cristiano con una racionalidad fuera de lo común, que tanto mejor supo dar cuenta de un orden establecido por el don de Dios superior a la razón: «La distancia infinita de los cuerpos a los espíritus representa la distancia, infinitamente más infinita, de los espíritus a la caridad porque ésta es sobrenatural».[62] Científico experto en geometría, es decir, en la ciencia de los cuerpos en el espacio, y geómetra experto en filosofía, es decir, en la ciencia de las mentes en la historia, Blaise Pascal, iluminado por la gracia de la fe, pudo así transcribir la totalidad de su experiencia: «De todos los cuerpos juntos no sabríamos hacer surgir un pequeño pensamiento. Esto es imposible y de un orden diferente. De todos los cuerpos y espíritus no se sabría sacar un impulso de verdadera caridad; esto es imposible y de un orden distinto, sobrenatural».[63]

Ni la inteligencia geométrica ni el razonamiento filosófico permiten al hombre llegar por sí solo a una «visión clara» del mundo y de sí mismo. El que está ocupado en los detalles de sus cálculos no tiene la ventaja de la visión de conjunto que le permite “ver todos los principios”. Esto es el resultado de la «inteligencia intuitiva», cuyos méritos también alaba Pascal, porque cuando se busca captar la realidad «hay que ver la cosa de golpe, de una sola mirada».[64] Esta inteligencia intuitiva está conectada con lo que Pascal llama el “corazón”: «Conocemos la verdad, no solamente por la razón, sino también por el corazón. De esta última manera es como conocemos los primeros principios y es en vano que el razonamiento, que no tiene ninguna parte en ello, trate de combatirlos».[65] Ahora bien, las verdades divinas, como el hecho de que el Dios que nos hizo es amor, que es Padre, Hijo y Espíritu Santo, que se encarnó en Jesucristo, que murió y resucitó para nuestra salvación, no se pueden demostrar por la razón, pero pueden ser conocidas por la certeza de la fe, y pasan entonces del corazón espiritual a la mente racional, que las reconoce como verdaderas y puede a su vez exponerlas: «Ésta es la razón por la que a aquellos a los que Dios ha dado la religión por sentimiento de corazón son bienaventurados y están muy legítimamente convencidos».[66]

Pascal nunca se resignó a que algunos de sus hermanos en humanidad no sólo no conocieran a Jesucristo, sino que desdeñaran tomarse en serio el Evangelio, por pereza o a causa de sus pasiones. Ya que es en Jesucristo donde se juegan la vida. «La inmortalidad del alma es una cosa que nos importa tanto, que nos interesa tan profundamente, que hay que haber perdido todo sentimiento para que nos sea indiferente saber en qué consiste. […] Y es por lo que, en aquellos que no están seguros de él, establezco una gran diferencia entre los que se afanan con todas sus fuerzas por conocerlo, y los que viven sin preocuparse ni pensar en ello».[67] Nosotros mismos tenemos conciencia de que a menudo buscamos huir de la muerte, o dominarla, pensando que podemos «alejar el pensamiento de nuestra finitud» o «quitarle su poder a la muerte y ahuyentar el miedo. Pero la fe cristiana no es una forma de exorcizar el miedo a la muerte, sino que nos ayuda a afrontarla. Antes o después todos nos iremos por esa puerta. [...] La verdadera luz que ilumina el misterio de la muerte viene de la resurrección de Cristo».[68] Sólo la gracia de Dios le permite al corazón humano acceder al orden del conocimiento divino, a la caridad. Esto llevó a un importante comentarista contemporáneo de Pascal a escribir que el pensamiento sólo puede ser cristiano si tiene acceso a aquello que Jesucristo pone en práctica, la caridad.[69]

Pascal, la controversia y la caridad

Antes de concluir, es necesario mencionar la relación de Pascal con el jansenismo. Una de sus hermanas, Jacqueline, había entrado a la vida religiosa en Port-Royal, en una congregación cuya teología estaba fuertemente influenciada por Cornelius Jansen, conocido como Jansenio, que había escrito un tratado, el Augustinus, publicado en 1640. Después de su “Noche de fuego”, Pascal fue a hacer un retiro a la abadía de Port-Royal, en enero de 1655. Pero en los meses siguientes, una importante y antigua controversia que oponía los jesuitas a los “jansenistas”, que profesaban las ideas del Augustinus, volvió a aparecer en la Sorbona, la universidad de París. La controversia trataba principalmente sobre la cuestión de la gracia de Dios y sobre la relación de la gracia con la naturaleza humana, en particular con el libre albedrío. Pascal, aunque no pertenecía a la congregación de Port-Royal, y no era un hombre de partido –«no soy de Port-Royal […], estoy solo»,[70] escribió― fue encargado por los jansenistas, especialmente por sus grandes dotes retórica, para que los defendiera. Así lo hizo en 1656 y 1657, publicando una serie de dieciocho cartas, denominadas Provinciales.

Pascal reconocía que varias proposiciones, llamadas “jansenistas”, eran efectivamente contrarias a la fe,[71] pero negaba que estuvieran presentes en el Augustinus y fueran seguidas por la gente de Port-Royal. Sin embargo, algunas de sus propias afirmaciones, como por ejemplo sobre la predestinación, tomadas de la teología del último san Agustín, cuyas fórmulas habían sido afiladas por Jansenio, no parecen correctas. Hay que entender, no obstante, que al igual que san Agustín había tratado de combatir a los pelagianos en el siglo V, que afirmaban que el hombre puede, por sus propias fuerzas y sin la gracia de Dios, hacer el bien y salvarse, Pascal pensaba sinceramente estar atacando entonces al pelagianismo o semipelagianismo, que creía identificar en las doctrinas seguidas por los jesuitas molinistas, llamados así por el teólogo Luis de Molina, fallecido en 1600 pero cuya influencia seguía muy viva a mediados del siglo XVII. Reconozcámosle la franqueza y la sinceridad de sus intenciones.

Esta carta no es ciertamente el lugar para volver a abrir la cuestión. Sin embargo, la justa advertencia en las posiciones de Pascal sigue siendo válida para nuestro tiempo: el «neo-pelagianismo»,[72] que haría depender todo «del esfuerzo humano encauzado por normas y estructuras eclesiales»,[73] es reconocible por el hecho de que «nos intoxica con la presunción de una salvación ganada con nuestras fuerzas».[74] Es necesario afirmar ahora que la última posición de Pascal sobre la gracia, y en particular sobre el hecho de que Dios «quiere que todos se salven y lleguen al conocimiento de la verdad» (1 Tm 2,4), al final de su vida se expresó en términos perfectamente católicos.[75]

Como mencionaba al principio, Blaise Pascal, al final de su corta pero extraordinariamente rica y fecunda vida, había puesto en primer lugar el amor a sus hermanos. Se sentía y se sabía miembro de un único cuerpo, porque «Dios, habiendo creado el cielo y la tierra que no sienten la dicha de su existencia, quiso crear seres que la conocieran y que compusieran un cuerpo de miembros pensantes».[76] Pascal, como fiel laico, experimentó la alegría del Evangelio, cuyo Espíritu quiere fecundar y sanar «todas las dimensiones del hombre» y reunir «a todos los hombres en la mesa del Reino».[77] Cuando compuso, en 1659, su magnífica Oración para pedir a Dios el buen uso de las enfermedades, Pascal era un hombre pacificado, que ya no se dedicaba a la polémica, ni tampoco a la apologética. Estando muy enfermo y a punto de morir, pidió comulgar, pero no le fue posible de inmediato. Entonces rogó a su hermana: «Ya que no puedo comulgar con la cabeza [Jesucristo], quisiera comulgar con los miembros».[78] Y «tenía un gran deseo de morir en la compañía de los pobres».[79] Se dijo de él, poco antes de su último aliento, el 19 de agosto de 1662, que moría «con la sencillez de un niño».[80] Tras recibir los sacramentos, sus últimas palabras fueron: «¡Que Dios no me abandone jamás!».[81]

Que su obra luminosa y los ejemplos de su vida, tan profundamente sumergida en Jesucristo, nos puedan ayudar a seguir hasta el final el camino de la verdad, la conversión y la caridad. Porque la vida de un hombre es muy breve: «Eternamente gozoso por un día de sufrimiento en la tierra».[82]

Roma, San Juan de Letrán, 19 de junio de 2023

FRANCISCO

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[1] Pensamientos, Laf. 199. Para la edición española de los escritos de Pascal se hace referencia a pensamientos, opúsculos, cartas en Blaise Pascal, Madrid 2012, utilizando para los Pensamientos la numeración de la edición francesa Lafuma.

[2] G. Périer, Vida de Monsieur Pascal, en Blaise Pascal, Madrid 2012, 872.

[3] B. Pascal, Pensamientos, Laf. 270.

[4] Ibíd., Laf. 148.

[5] Ibíd., Laf. 417.

[6] Íd., Conversación con Monsieur de Saci, en Blaise Pascal, Madrid 2012, 884.

[7] Íd., Pensamientos, “Memorial”, Laf. 913.

[8] Ibíd., Laf. 926.

[9] Exhort. ap. Gaudete et exsultate (19 marzo 2018), 65: AAS 110 (2018), 1129.

[10] Ibíd., 167: AAS 110 (2018), 1158.

[11] Pensamientos, Laf. 12.

[12] G. Périer, Vida de Monsieur Pascal, op. cit., 841.

[13] Cf. ibíd., 842.

[14] Ibíd.

[15] “Pascal”, en Gloria. Una estética teológica. Estilos Laicales, Madrid 1995, 191.

[16] Pensamientos, Laf. 307.

[17] Ibíd., Laf. 110.

[18] Ibíd., Laf. 533.

[19] Conversación con Monsieur de Saci, op. cit., 891.

[20] Cf. Pensamientos, Laf. 208.

[21] Ibíd., Laf. 200.

[22] Ibíd., Laf. 199.

[23]Ibíd., Laf. 427.

[24] Exhort. ap. Evangelii gaudium (24 noviembre 2013), 231: AAS 105 (2013), 1114.

[25] Pensamientos, Laf. 678.

[26] Exhort. ap. Evangelii gaudium (24 noviembre 2013), 232: AAS 105 (2013), 1114.

[27] Pensamientos, Laf. 114.

[28] Ibíd., Laf. 117.

[29] Ibíd., Laf. 427.

[30] Ibíd., Laf. 136.

[31] Ibíd., Laf. 622.

[32] Ibíd., Laf. 148.

[33] Ibíd., Laf. 116.

[34] Ibíd., Laf. 131.

[35] Ibíd., Laf. 613.

[36] Ibíd., Laf. 149.

[37] H.U. von Balthasar, “Pascal”, en Gloria. Una estética teológica. Estilos Laicales, Madrid 1995, 194.

[38] Pensamientos, Laf. 149.

[39] Ibíd., Laf. 913.

[40] Catequesis (3 junio 2020): L’Osservatore Romano, ed. semanal en lengua española (5 junio 2020), p. 12.

[41] Pensamientos, Laf. 913.

[42] Ibíd.

[43] Carta enc. Fides et ratio (14 septiembre 1998), 76: AAS 91 (1999), 64.

[44] Cf. H. Gouhier, Blaise Pascal. Commentaires, París 1971, 44-45.

[45] Pensamientos, Laf. 189.

[46] Ibíd.

[47] Exhort. ap. Evangelii gaudium (24 noviembre 2013), 8: AAS 105 (2013), 1022.

[48] Cf. Pensamientos, Laf. 298.

[49] Ibíd., Laf. 208.

[50] Ibíd., Laf. 242.

[51] Ibíd., Laf. 919.

[52] Catequesis (21 noviembre 2012): L’Osservatore Romano, ed. semanal en lengua española (25 noviembre 2012), p. 12.

[53] Ibíd.

[54] Conversación con Monsieur de Saci, op. cit., 881.

[55] Pensamientos, Laf. 173.

[56] Ibíd., Laf. 298.

[57] Homilía en la Solemnidad de Nuestro Señor Jesucristo Rey del Universo (20 noviembre 2022): L’Osservatore Romano (21 noviembre 2022), p. 3.

[58] Conc. Ecum. Vat. II, Decl. Dignitatis humanae (7 diciembre 1965), 11: AAS 58 (1966), 937.

[59] Pensamientos, Laf. 149.

[60] Ibíd., Laf. 7.

[61] Ibíd., Laf. 380.

[62] Ibíd., Laf. 308.

[63] Ibíd.

[64] Ibíd., Laf. 512.

[65] Ibíd., Laf. 110.

[66] Ibíd.

[67] Ibíd., Laf. 427.

[68] Catequesis (9 febrero 2022): L’Osservatore Romano (10 febrero 2022), p. 3.

[69] Cf. J.-L. Marion, La Métaphysique et après, París 2023, 356.

[70] Decimoséptima carta provincial, op. cit., 206.

[71] Cf. B. Neveu, L’erreur et son juge: remarques sur les censures doctrinales à l’époque moderne, Naples 1993.

[72] Cf. Congregación para la Doctrina de la Fe, Carta Placuit Deo (22 febrero 2018); Exhort. ap. Gaudete et exsultate (19 marzo 2018), 57-59: AAS 110 (2018), 1127-1128.

[73] Exhort. ap. Gaudete et exsultate (19 marzo 2018), 59: AAS 110 (2018), 1128.

[74] Carta ap. Desiderio desideravi (29 junio 2022), 20: L’Osservatore Romano (30 junio 2022), p. 9.

[75] Cf. B. Pascal, Œuvres complètes, éd par L. Lafuma, París 1963, fr. 931, p. 623. Al comienzo de ese fragmento se encuentra, tachada, esta frase: «Amo a todos los hombres como hermanos míos porque todos están redimidos».

[76] Pensamientos, Laf. 360.

[77] Exhort. ap. Evangelii gaudium (24 noviembre 2013), 237: AAS 105 (2013), 1116.

[78] G. Perier, Vida de Monsieur Pascal, op. cit., 873.

[79] Ibíd., 874.

[80] Ibíd., 871.

[81] Ibíd., 875.

[82] Pensamientos, “Memorial”, Laf. 913.

[01010-ES.01] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua portoghese

CARTA APOSTÓLICA

Sublimitas et miseria hominis

DO SANTO PADRE FRANCISCO

NO IV CENTENÁRIO DO NASCIMENTO

DE BLAISE PASCAL

Grandeza e miséria do homem é o paradoxo que está no centro da reflexão e mensagem de Blaise Pascal, nascido há quatro séculos, em 19 de junho de 1623, em Clermont, no centro da França. Desde criança e por toda a vida, procurou a verdade. Com a razão, esquadrinhou os sinais dela, especialmente nos campos da matemática, geometria, física e filosofia. Em idade ainda muito precoce, fez descobertas extraordinárias, alcançando fama considerável. Mas não ficou por aí. Num século de grandes progressos em muitos campos da ciência, acompanhados porém dum crescente espírito de ceticismo filosófico e religioso, Blaise Pascal mostrou-se um incansável investigador do verdadeiro: como tal, permanece sempre «inquieto», atraído por novos e mais amplos horizontes.

Na verdade, uma razão assim arguta e, ao mesmo tempo, tão aberta nunca silenciava nele a questão, antiga e sempre nova, que ressoa no ânimo humano: «Que é o homem para Te lembrares dele, o filho do homem para com ele Te preocupares?» (Sal 8, 5). Esta pergunta está gravada no coração de cada ser humano, em todo o tempo e lugar, de qualquer civilização e língua, independentemente da sua religião. Assim vemos Pascal interrogar-se: «Que é um homem na natureza? Um nada comparado com o infinito, um tudo comparado com o nada».[1] É o mesmo interrogativo que aparece encastoado lá no Salmo 8, no centro duma história de amor entre Deus e o seu povo, história realizada na carne do «Filho do homem», Jesus Cristo, que o Pai entregou até ao ponto de Lhe fazer sentir o seu abandono para O coroar de glória e honra acima de toda a criatura (8, 6). A tal interrogativo, expresso numa linguagem muito diferente das linguagens da matemática e da geometria, Pascal nunca se fechou.

Na base disto, parece-me poder reconhecer nele uma atitude de fundo, que definiria «abertura estupefacta à realidade», que é abertura às outras dimensões do saber e da existência, abertura aos outros, abertura à sociedade. Por exemplo, em 1661 esteve na origem, em Paris, da primeira rede de transportes públicos da história, as designadas «Carrosses à cinq sols». Se o sublinho desde o início desta Carta, é para insistir no facto de que nem a sua conversão a Cristo, sobretudo a partir da sua «Noite de Fogo» em 23 de novembro de 1654, nem o seu extraordinário esforço intelectual de defesa da fé cristã fizeram dele uma pessoa isolada do seu tempo. Estava atento aos problemas então mais sentidos, bem como às necessidades materiais de todos os componentes da sociedade em que vivia.

Para ele, a abertura à realidade significava não se fechar aos outros, nem mesmo na hora da sua última doença. Deste período (tinha ele trinta e nove anos), chegam-nos palavras que exprimem o passo conclusivo de tal caminho evangélico: «Se os médicos falam verdade (e Deus permita que eu recupere desta doença), estou decidido para o resto da minha vida a não ter outro emprego nem outra ocupação além do serviço aos pobres».[2] É comovente constatar que, nos últimos dias da sua vida, um pensador tão genial como Blaise Pascal não via urgência mais sublime para investir as suas energias do que as obras de misericórdia: «O único objeto da Escritura é a caridade».[3]

Alegro-me, pois, pelo facto de a Providência me ter dado, neste IV centenário do seu nascimento, ocasião de lhe prestar uma especial homenagem e evidenciar, no seu pensamento e na sua vida, aquilo que me parece capaz de estimular os cristãos do nosso tempo e todos os homens e mulheres de boa vontade na busca da verdadeira felicidade: «Que todos os homens procuram ser felizes, é regra sem exceção, por mais diversos que sejam os meios a que recorrem. Todos tendem para esta finalidade».[4] Quatro séculos depois do seu nascimento, Pascal continua a ser para nós o companheiro de estrada que acompanha a nossa busca da verdadeira felicidade e, na medida do dom da fé, o nosso reconhecimento humilde e jubiloso do Senhor morto e ressuscitado.

Um enamorado de Cristo, que fala a todos

Se Blaise Pascal consegue tocar a todos, é sobretudo porque falou admiravelmente da condição humana. Mas seria errado ver nele apenas um especialista, embora genial, dos costumes humanos. O monumento formado pelos seus Pensamentos, de que alguns ditos isolados ficaram célebres, não se pode compreender realmente se se ignora que Jesus Cristo e a Sagrada Escritura constituem simultaneamente o centro e a chave do mesmo. Com efeito, se Pascal começou a falar do homem e de Deus, foi por ter chegado à certeza de que «não só conhecemos a Deus unicamente por Jesus Cristo, mas também nos conhecemos a nós mesmos apenas por Jesus Cristo. Só conhecemos a vida, a morte por meio de Jesus Cristo. Fora de Jesus Cristo, não sabemos o que é a nossa vida, a nossa morte, nem quem é Deus nem mesmo o que somos nós. Portanto sem a Escritura, cujo único objeto é Jesus Cristo, não conhecemos nada e não vemos senão escuridão».[5] Uma afirmação assim extrema merece ser esclarecida, para ser compreendida por todos sem ser vista como pura afirmação doutrinal inacessível a quantos não partilham da fé da Igreja, nem como uma desvalorização das legítimas competências da inteligência natural.

Fé, amor e liberdade

Como cristãos, devemos precaver-nos da tentação de brandir a nossa fé como uma certeza incontestável que se imporia a todos. Pascal tinha, sem dúvida, a preocupação de dar a conhecer a todos que «Deus e o verdadeiro são inseparáveis»;[6] mas sabia que o ato de crer é possível pela graça de Deus, recebida num coração livre. Ele que, pela fé, chegara ao encontro pessoal com «o Deus de Abraão, o Deus de Isaac, o Deus de Jacob, não dos filósofos nem dos eruditos»,[7] tinha reconhecido em Jesus Cristo «o Caminho, a Verdade e a Vida» (Jo 14, 6). Por isso, a quantos querem continuar a buscar a verdade – tarefa sem fim, nesta vida –, proponho-lhes que se coloquem à escuta de Blaise Pascal, um homem de inteligência prodigiosa que quis recordar que, fora da perspetiva do amor, não há verdade que valha a pena: «Faz-se um ídolo até da própria verdade, pois a verdade fora da caridade não é Deus, é sua imagem e um ídolo que não se deve amar nem adorar».[8]

Assim nos adverte Pascal contra as falsas doutrinas, as superstições ou a libertinagem que mantêm, a tantos de nós, longe da paz e alegria duradouras d’Aquele que deseja que escolhamos a vida e a felicidade, não a morte e a desventura (cf. Dt 30, 15.19). O drama, porém, da nossa vida é que às vezes vemos mal e, consequentemente, escolhemos mal. Na realidade, só podemos saborear a felicidade do Evangelho, «se o Espírito Santo nos permear com toda a sua força e nos libertar da fraqueza do egoísmo, da preguiça, do orgulho».[9] Além disso, «sem a sapiência do discernimento, podemos facilmente transformar-nos em marionetes à mercê das tendências da ocasião».[10] Por isso mesmo a inteligência e a fé viva de Blaise Pascal, que quis mostrar que a religião cristã é «venerável porque conhece bem o homem» e «amável porque promete o verdadeiro bem»,[11] podem-nos ajudar a avançar por entre as trevas e as desgraças deste mundo.

Uma mente científica excecional

Quando sua mãe morreu em 1626, Blaise Pascal tinha três anos de idade. O pai Estêvão, um considerado jurista, é igualmente renomado pelas suas notáveis inclinações científicas, principalmente para a matemática e a geometria. Decidido a educar sozinho os seus três filhos – Jacqueline, Blaise e Gilberte –, instala-se em Paris no ano de 1632. Desde muito cedo, Blaise deu mostras duma mente excecional e duma grande exigência na busca da verdade, como refere sua irmã Gilberte: «Desde a infância, ele só se rendia àquilo que lhe parecia manifestamente verdadeiro; de tal modo que, quando não se lhe davam boas razões, procurava-as ele mesmo».[12] Um dia o pai surpreendeu o filho nas pesquisas de geometria e logo se apercebeu que Blaise, de doze anos, sem saber que tais teoremas existiam em livros com outros nomes, demonstrara completamente sozinho, desenhando por terra figuras, as primeiras trinta e duas proposições de Euclides.[13] Gilberte lembra-se de que então o pai ficou «espantado com a grandeza e o talento deste génio».[14]

Nos anos que se seguiram, Blaise Pascal fará frutificar o seu enorme talento, consagrando-lhe a própria força de trabalho. Desde os dezassete anos, frequenta os maiores sábios do seu tempo. Sucedem-se rapidamente as suas descobertas e publicações. Em 1642 (tinha ele dezanove anos), inventa uma máquina de aritmética, antecessora das nossas calculadoras. Blaise Pascal aparece-nos extremamente estimulante, já que nos recorda a grandeza da razão humana e convida a usá-la para decifrar o mundo que nos rodeia. A inteligência geométrica, ou seja, aquela sua capacidade de compreender em detalhe o funcionamento das coisas, ser-lhe-á útil toda a vida, como observou o eminente teólogo Hans Urs von Balthasar: «Da precisão própria dos domínios da geometria e das ciências da natureza, ele é capaz de alcançar a precisão muito diferente que é própria do domínio da existência em geral e da esfera cristã».[15] Este exercício cheio de confiança na razão natural, que o torna solidário com todos os seus semelhantes à procura da verdade, permitir-lhe-á reconhecer os limites da própria inteligência e, ao mesmo tempo, abrir-se às razões sobrenaturais da Revelação, atendo-se àquela lógica do paradoxo que confere a marca filosófica e o encanto literário aos seus Pensamentos: «A Igreja teve tanta dificuldade em mostrar que Jesus Cristo era homem, contra aqueles que o negavam, como a teve para mostrar que era Deus; e todavia os indícios eram tamanhos».[16]

Os filósofos

Sobressai um discurso filosófico em muitos escritos de Pascal, em particular nos seus Pensamentos: esse conjunto de fragmentos, publicados postumamente, que são as notas ou os rascunhos dum filósofo animado por um projeto teológico, cujos pesquisadores se empenham em reconstituir, não sem variações, a coerência e a ordem original. O amor apaixonado por Cristo e o serviço dos pobres, que mencionei no início, não foram tanto o sinal duma fratura no espírito deste discípulo corajoso, como sobretudo um aprofundamento rumo à radicalidade evangélica, o avançar para a verdade viva do Senhor com a ajuda da graça. Ele que tinha a certeza sobrenatural da fé, vendo-a claramente conforme à razão embora a ultrapasse infinitamente, quis levar o mais longe possível o debate com quantos não partilhavam a sua fé, porque, «àqueles que a não têm, só a podemos dar pelo raciocínio, esperando que Deus lha conceda pelo sentimento do coração».[17] Trata-se duma evangelização cheia de respeito e paciência, que a nossa geração fará bem em imitar.

Portanto, para se compreender bem o discurso de Pascal sobre o cristianismo, é necessário estar atento à sua filosofia. Admirava a sabedoria dos filósofos gregos antigos, capazes de simplicidade e tranquilidade na sua arte de bem viver, como membros duma polis: «Não consegue imaginar Platão e Aristóteles como pedantes com grandes vestes. Eram pessoas honestas como as outras, rindo com os seus amigos. E, quando se divertiram a fazer as suas leis e as suas políticas [isto é, as grandes obras filosóficas que são As Leis (Platão) e A Política (Aristóteles)], fizeram-no como um jogo. Era a parte menos filosófica e mais divertida da sua vida; a mais filosófica era viver de forma simples e tranquila».[18] Não obstante a sua importância e utilidade, Pascal não deixa de discernir os limites destes filósofos: o estoicismo leva ao orgulho,[19] o ceticismo ao desespero.[20] A razão humana é, sem dúvida alguma, uma maravilha da criação, que distingue o homem dentre todas as criaturas, porque «o homem não passa duma cana, a mais frágil da natureza, mas é uma cana pensante».[21] Compreende-se assim que os limites dos filósofos sejam simplesmente os limites da razão criada. Por mais que Demócrito afirme «vou falar de tudo»,[22] a verdade é que a razão sozinha não pode resolver as questões mais elevadas e impelentes. De facto, tanto na época de Pascal como hoje, qual é o assunto de maior interesse para nós? É o sentido integral do nosso destino, da nossa vida e da nossa esperança, concretamente uma felicidade que nada nos proíbe conceber como eterna, mas que só Deus é capaz de no-la dar: «Não há nada de tão importante para o homem como a sua condição; para ele, nada é tão assombroso como a eternidade».[23]

Meditando os Pensamentos de Pascal, encontramos de certa forma este princípio fundamental: «A realidade é superior à ideia», porque Pascal ensina a desviar-nos das «várias formas de ocultar a realidade», desde os «purismos angélicos» aos «intelectualismos sem sabedoria».[24] Nada é mais perigoso do que um pensamento desencarnado: «Quem quer fazer o anjo, faz a besta».[25] E as ideologias mortíferas, de que se continua a enfermar em âmbito económico, social, antropológico ou moral, mantêm os seus sequazes em redomas duma convicção onde a ideia substituiu o real.

A condição humana

A filosofia de Pascal, toda ela em paradoxos, deriva dum olhar simultaneamente humilde e lúcido, que procura alcançar a «realidade iluminada pelo raciocínio».[26] Parte da constatação de que o homem é como um estranho para si mesmo, grande e miserável; grande pela sua razão, a sua capacidade de dominar as paixões, grande até «na medida em que se reconhece miserável».[27] De modo particular aspira a algo mais do que satisfazer os próprios instintos ou resistir-lhes, «porque, aquilo que é natureza nos animais, chamamos-lhe miséria no homem».[28] Há uma desproporção insuportável entre a nossa vontade infinita de ser feliz e conhecer a verdade, por um lado, e, por outro, a nossa razão limitada e a nossa fragilidade física que leva à morte. De facto, a força de Pascal está também no seu inexorável realismo: «Não é preciso ter uma alma muito elevada para compreender que aqui não há satisfação verdadeira e sólida, que todos os nossos prazeres não passam de vaidade, que os nossos males são infinitos e que por fim a morte (ameaça de cada momento) há de infalivelmente colocar-nos, em poucos anos, no perigo terrível de sermos eternamente aniquilados ou infelizes. Não há nada de mais real do que isto, nem de mais terrível. Façamos os valorosos por mais que quisermos; aquele é o fim que espera a vida mais bela do mundo».[29] Nesta trágica condição, compreende-se que o homem não possa permanecer fechado em si mesmo, porque lhe são insuportáveis a sua miséria e a incerteza do seu destino. Daí a necessidade de se distrair, o que Pascal admite de bom grado: «É por isso que os homens amam tanto o barulho e o movimento».[30] Porque se o homem não se distrai da sua condição – e todos sabemos muito bem distrair-nos não só com o trabalho, os prazeres, as relações familiares ou amistosas, mas também, infelizmente, com os vícios a que levam certas paixões –, a sua humanidade experimenta «o seu nada, o seu abandono, a sua insuficiência, a sua dependência, a sua impotência, o seu vazio. [E saem] do fundo da sua alma o tédio, o mau humor, a tristeza, o desgosto, o rancor, o desespero».[31] E, no entanto, o divertimento não acalma nem satisfaz o nosso grande desejo de vida e felicidade. Isto, todos nós o sabemos bem!

É neste ponto que Pascal coloca a sua grande hipótese: «Que nos grita esta avidez e esta impotência senão que outrora houve no homem uma verdadeira felicidade, da qual agora lhe restam apenas as marcas e os vestígios completamente vazios e que tenta em vão preencher com tudo o que o rodeia, buscando nas coisas ausentes a ajuda que não obtém das presentes, mas que são todas incapazes disso porque este abismo infinito não pode ser preenchido senão por um objeto infinito e imutável, isto é, pelo próprio Deus».[32] Se o homem é como «um rei destronado»,[33] que tende unicamente a recuperar a grandeza perdida mas vê-se incapaz disso, que é ele então? «Qual quimera é então o homem, qual raridade, qual monstruosidade, qual caos, qual sujeito de contradições, qual prodígio, juiz de todas as coisas, frágil verme da terra, depositário do verdadeiro, cloaca de incerteza e de erro, glória e escória do universo? Quem desenvencilhará este emaranhado?».[34] Pascal, como filósofo, vê claramente que, «à medida que vamos tendo luz, se descobre mais grandeza e mais baixeza no homem»,[35] mas que estes opostos são inconciliáveis, porque a razão humana não consegue harmonizá-los, nem resolver o enigma.

Por este motivo Pascal sublinha que, se existe um Deus e se o homem recebeu uma revelação divina – como afirmam diversas religiões – e se esta revelação é verdadeira, deve encontrar-se nela a resposta que o homem espera para resolver as contradições que o atormentam: «As grandezas e as misérias do homem são tão visíveis que é preciso necessariamente que a verdadeira religião nos ensine se existe qualquer grande princípio de grandeza no homem e se existe um grande princípio de miséria. E é preciso ainda que ela nos dê a razão de ser destes contrastes assombrosos».[36] Ora, depois de estudar as grandes religiões, Pascal conclui que «nenhuma forma de pensamento, nenhuma prática ascética e mística pode oferecer um caminho de salvação», senão a partir do «critério superior de verdade que é a irradiação da graça na alma».[37] «Em vão, ó homens – escreve Pascal, imaginando o que poderia dizer-nos o verdadeiro Deus –, procurais em vós mesmos o remédio para as vossas misérias. Todas as vossas luzes podem, no máximo, compreender que não encontrareis em vós mesmos nem a verdade nem o bem. Os filósofos prometeram-vos isso, e não o conseguiram. Não sabem qual seja o vosso verdadeiro bem, nem qual seja a vossa verdadeira condição».[38]

Chegado a este ponto, Pascal que perscrutou, com a força singular da sua inteligência, a condição humana, a Sagrada Escritura e a tradição da Igreja, pretende, com a simplicidade do espírito de infância, propor-se como humilde testemunha do Evangelho. É um cristão que quer falar de Jesus Cristo àqueles que decidiram, um pouco precipitadamente, que não há motivos sólidos para acreditar nas verdades do cristianismo. Pascal, ao contrário, sabe por experiência que o conteúdo da Revelação não só não se opõe às exigências da razão, mas traz a resposta inaudita a que nenhuma filosofia teria podido chegar por si mesma.

Conversão: a visita do Senhor

No dia 23 de novembro de 1654, Pascal viveu uma experiência muito forte, de que se fala até agora como a sua «Noite de Fogo». Esta experiência mística, que o fez derramar lágrimas de alegria, foi tão intensa e decisiva para ele que a escreveu num pedaço de papel datado com precisão, o «Memorial», que guardara no forro do casaco sendo descoberto só depois da sua morte. É impossível saber a natureza exata do que se passou na alma de Pascal naquela noite, mas parece tratar-se dum encontro de que ele próprio reconheceu a analogia com aqueloutro, fundamental em toda a história da revelação e da salvação, vivido por Moisés diante da sarça ardente (cf. Ex 3). O termo «FOGO»,[39] que Pascal quis colocar no cimo do «Memorial», convida-nos, ressalvadas as devidas proporções, a propor uma tal aproximação. O paralelismo parece ser indicado pelo próprio Pascal quando, imediatamente depois da evocação do fogo, retomou o título que o Senhor tomou para Si mesmo ao apresentar-Se a Moisés: «Deus de Abraão, Deus de Isaac e Deus de Jacob» (Ex 3, 6.15), acrescentando: «não dos filósofos e dos eruditos. Certeza, certeza, sentimento, alegria, paz. Deus de Jesus Cristo».

Sim, o nosso Deus é alegria, e Blaise Pascal testemunha-o a toda a Igreja, bem como a quantos buscam a Deus: «Não se trata do Deus abstrato nem do Deus cósmico, não! É o Deus duma pessoa, duma chamada, o Deus de Abraão, de Isaac, de Jacob, o Deus que é certeza, que é sentimento, que é alegria».[40] Este encontro, que confirmou a Pascal a «grandeza da alma humana», cumulou-o duma alegria viva e inesgotável: «Alegria, alegria, alegria, lágrimas de alegria». E esta alegria divina torna-se, para Pascal, o lugar da profissão de fé e da oração: «Jesus Cristo. Estive separado d’Ele: fugi d’Ele, abandonei-O, reneguei-O, crucifiquei-O. Que eu nunca mais viva separado d’Ele».[41] É a experiência do amor daquele Deus pessoal, Jesus Cristo – desde que tomou parte na nossa história e incessantemente toma parte na nossa vida –, que introduz Pascal no caminho da conversão profunda e, consequentemente, desta «renúncia total e suave»[42] (porque vivida na caridade) ao «homem antigo corrompido por desejos enganadores» (Ef 4, 22).

Como recordava São João Paulo II na sua Encíclica sobre as relações entre fé e razão, «filósofos, como Blaise Pascal», distinguiram-se pela recusa de qualquer «presunção», bem como pela sua opção por uma postura feita de «humildade» e simultaneamente de «coragem». Experimentaram que a fé «liberta a razão da presunção».[43] É claro que Pascal, já antes da noite de 23 de novembro de 1654, «não tinha dúvida alguma sobre a existência de Deus. Sabe também que este Deus é o sumo bem. (…) O que lhe falta e que ele espera, não é um saber mas um poder, não é uma verdade, mas uma força».[44] Agora esta força foi-lhe dada pela graça: sente-se atraído, com certeza e alegria, por Jesus Cristo: «Não conhecemos Deus senão por Jesus Cristo. Sem este mediador, está cortada toda a comunicação com Deus».[45] Descobrir Jesus Cristo é descobrir o Salvador e Libertador de que tenho necessidade: «Este Deus não é senão o reparador da nossa miséria. Por isso não podemos conhecer bem a Deus, sem conhecer as nossas iniquidades».[46] Como toda a conversão autêntica, a conversão de Blaise Pascal realiza-se na humildade, que nos liberta «da nossa consciência isolada e da autorreferencialidade».[47]

A inteligência imensa e inquieta de Blaise Pascal, repleta de paz e alegria perante a revelação de Jesus Cristo, convida-nos, segundo «a ordem do coração»,[48] a caminhar com segurança iluminados por «estas luzes celestes».[49] Com efeito, se o nosso Deus é um «Deus escondido» (Is 45, 15) é porque Ele «Se quis esconder»,[50] de tal modo que a nossa razão, iluminada pela graça, nunca acabará de O descobrir. Portanto é pela iluminação da graça que O podemos conhecer. Mas a liberdade do homem deve abrir-se, apressando-Se Jesus a consolar-nos: «Tu não Me procurarias, se não me tivesses já encontrado».[51]

A ordem do coração e as suas razões de crer

Segundo as palavras de Bento XVI, «desde os primórdios, a tradição católica rejeitou o chamado fideísmo, que é a vontade de crer contra a razão».[52] Nesta linha, Pascal está profundamente apegado ao «bom senso da fé em Deus»,[53] não só porque «a mente não pode ser forçada a crer naquilo que sabe ser falso»,[54] mas também porque, «se ofender os princípios da razão, a nossa religião será absurda e ridícula».[55] Entretanto, se a fé é razoável, ela é também um dom de Deus, e não se pode impor: «Seria ridículo provar que alguém deve ser amado limitando-se a expor ordenadamente as causas do amor»,[56] observa Pascal com o seu subtil humorismo, traçando um paralelo entre o amor humano e a forma como Deus Se nos manifesta. À semelhança do amor «que se propõe, mas não se impõe, o amor de Deus nunca se impõe».[57] Jesus «deu testemunho da verdade (cf. Jo 18, 37), mas não a quis impor pela força aos seus contraditores».[58] É por isso que «há bastante luz para quem nada mais deseja senão ver, e bastante escuridão para quem possui a disposição oposta».[59]

E prossegue afirmando que «a fé é diferente da prova. Esta é humana, aquela é um dom de Deus».[60] Por isso é impossível acreditar, «se Deus não inclina o coração».[61] Se a fé é duma ordem superior à razão, isto não significa de modo algum que se lhe opõe, mas que a supera infinitamente. Portanto ler a obra de Pascal não é descobrir, antes de tudo, que a razão esclarece a fé; mas entrar na escola dum cristão de racionalidade excecional, que soube melhor que ninguém dar-se conta duma ordem estabelecida, por dom de Deus, acima da razão: «A distância infinita entre os corpos e as mentes representa a distância imensamente mais infinita entre as mentes e a caridade, porque esta é sobrenatural».[62] Cientista perito de geometria, isto é, da ciência dos corpos colocados no espaço, e geómetra perito de filosofia, isto é, da ciência das mentes colocadas na história, Blaise Pascal, iluminado pela graça da fé, podia resumir assim a totalidade da sua experiência: «De todos os corpos juntos, não se conseguiria fazer sair um pequeno pensamento: é impossível, pertence a outra ordem. De todos os corpos e de todas as mentes não se pode tirar um impulso de verdadeira caridade: é impossível, pertence a outra ordem, à ordem sobrenatural».[63]

Nem a inteligência geométrica nem o raciocínio filosófico permitem ao homem chegar, sozinho, a uma «visão perfeitamente nítida» do mundo e de si mesmo. A pessoa que se debruça sobre os detalhes dos seus cálculos, não beneficia da visão de conjunto que permite «entrever todos os princípios». Isto pertence à «inteligência intuitiva», cujos méritos se devem atribuir também a Pascal, porque, quando se procura ler a realidade, «é preciso vê-la de improviso e com um único olhar».[64] Esta inteligência intuitiva está ligada àquilo que Pascal chama o «coração»: «Conhecemos a realidade não só com a razão, mas também com o coração. É desta última forma que conhecemos os primeiros princípios e, em vão, procura pô-los em dúvida o raciocínio, que não tem parte nisso».[65] Ora as verdades divinas – tais como Deus que nos criou é amor; Ele é Pai, Filho e Espírito Santo; encarnou em Jesus Cristo, morreu e ressuscitou para nossa salvação – não são demonstráveis com a razão, mas podem ser conhecidas com a certeza da fé, passando então do coração espiritual à mente racional, que as reconhece como verdadeiras e pode por sua vez apresentá-las: «É por isso que aqueles a quem Deus deu a religião pelo sentimento do coração aparecem tão felizes e legitimamente convictos».[66]

Pascal nunca se resignou com o facto de alguns dos seus semelhantes não só não conhecerem Jesus Cristo, mas, por preguiça ou por causa das suas paixões, desdenharem levar o Evangelho a sério. Com efeito, é em Jesus Cristo que se joga a vida deles. «A imortalidade da alma é algo que de tal maneira nos pressiona, nos toca tão profundamente, que é preciso ser totalmente insensato para não estar interessado em saber como estão as coisas. (…) E é por isso que, no âmbito daqueles que não se sentem convictos, faço uma diferença extrema entre os que trabalham com todas as suas forças para se instruir e os que vivem sem se preocupar nem pensar nisso».[67] Nós próprios sabemos bem que muitas vezes procuramos fugir da morte ou dominá-la, pensando que poderíamos «banir o pensamento da nossa finitude» ou «retirar o poder da morte e afastar o medo. Mas a fé cristã não é uma forma de exorcizar o medo da morte; pelo contrário, ajuda-nos a enfrentá-la. Mais cedo ou mais tarde, todos nós passaremos por aquela porta. A verdadeira luz que ilumina o mistério da morte provém da ressurreição de Cristo».[68] Só a graça de Deus permite ao coração do homem ter acesso à ordem do conhecimento divino, à caridade. Isto levou um importante comentarista, contemporâneo de Pascal, a escrever que «o pensamento só consegue pensar cristãmente, se tiver acesso àquilo que Jesus Cristo implementa: a caridade».[69]

Pascal, a controvérsia e a caridade

Antes de concluir, é necessário evocar as relações de Pascal com o jansenismo. Uma das suas irmãs, Jacqueline, entrara para a vida religiosa em Port-Royal, numa congregação cuja teologia estava muito influenciada por Cornelius Jansen, dito Jansénio, que compusera um tratado, Augustinus, publicado em 1640. Já depois da sua «Noite de Fogo», Pascal fora fazer um retiro na abadia de Port-Royal, em janeiro de 1655. Ora, nos meses seguintes, reacendeu-se na Sorbona, a Universidade de Paris, uma controvérsia importante e já antiga contrapondo os jesuítas aos «jansenistas», que estavam ligados ao tratado Augustinus. A disputa centrou-se principalmente na questão da graça de Deus e na relação da graça com a natureza humana, em particular o livre arbítrio. Pascal, embora não pertencesse à congregação de Port-Royal nem tomasse partido (escreverá: «sou sozinho (…), não sou de Port-Royal»[70]), todavia foi encarregado pelos jansenistas de os defender, sobretudo porque era potente a sua arte retórica. Fê-lo em 1656 e 1657, publicando uma série de dezoito cartas, denominadas Provinciais.

Muitas propostas ditas «jansenistas» eram realmente contrárias à fé,[71] e Pascal reconhecia-o, mas contestava que elas estivessem presentes no Augustinus e fossem seguidas pelos membros de Port-Royal. Entretanto algumas das suas próprias afirmações, relativas por exemplo à predestinação, tiradas da teologia do último período de Santo Agostinho, cujas fórmulas foram aperfeiçoadas por Jansénio, não soam como verdadeiras. Todavia é preciso compreender que, assim como Santo Agostinho quis combater no século V os pelagianos, que afirmavam que o homem pode, por suas próprias forças e sem a graça de Deus, fazer o bem e ser salvo, assim também Pascal acreditava sinceramente que então estava a atacar o pelagianismo ou o semipelagianismo, que ele julgava identificar nas doutrinas seguidas pelos jesuítas molinistas (do nome do teólogo Luís de Molina, falecido em 1600, mas cuja influência ainda estava viva a meados do século XVII). Demos crédito à franqueza e sinceridade das suas intenções.

Esta Carta não é certamente o lugar para reabrir a questão. Entretanto aquilo que se adverte como justo nas posições de Pascal é válido ainda para o nosso tempo: há que reconhecer que o «neopelagianismo»,[72] ao pretender que «tudo depende do esforço humano canalizado através de normas e estruturas eclesiais»,[73] «nos intoxica com a presunção de uma salvação ganha com as nossas forças».[74] E podemos afirmar que a última posição de Pascal relativamente à graça e, em particular, ao facto de que Deus «quer que todos os homens sejam salvos e cheguem ao conhecimento da verdade» (1 Tm 2, 4), aparece enunciada em termos perfeitamente católicos no final da sua vida.[75]

Como fazia notar quase ao princípio, Blaise Pascal, no termo da sua vida, breve mas duma riqueza e fecundidade extraordinárias, colocou o amor dos seus irmãos em primeiro lugar. Sentia-se e reconhecia-se membro de um só corpo, porque «Deus tendo feito o céu e a terra, que não sente a felicidade do seu ser, quis criar seres capazes de a conhecerem e formarem um corpo de membros pensantes».[76] Na sua posição de fiel leigo, Pascal saboreou a alegria do Evangelho, com que o Espírito quer fecundar e curar «todas as dimensões do homem» e reunir «todos os homens à volta da mesa do Reino».[77] Em 1659, quando compôs a magnífica Oração para pedir a Deus o bom uso das doenças, Pascal é um homem pacificado, que já não se situa na controvérsia, nem mesmo na apologética. Estando muito doente e à beira da morte, pede para comungar, mas não o pôde fazer imediatamente. Então dirige estas palavras à sua irmã: «Não podendo comungar a cabeça [Jesus Cristo], queria comungar os membros».[78] E «tinha um grande desejo de morrer na companhia dos pobres».[79] «Morre com a simplicidade duma criança»:[80] diz-se dele pouco antes de exalar o último respiro em 19 de agosto de 1662. Depois de receber os Sacramentos, as últimas palavras foram: «Que Deus nunca me abandone».[81]

Possam a sua obra luminosa e os exemplos da sua vida, tão profundamente batizada em Jesus Cristo, ajudar-nos a percorrer até ao fim o caminho da verdade, da conversão e da caridade. Pois a vida dum homem é tão curta: «Alegria eterna por um dia de trabalho na terra».[82]

Roma – São João de Latrão, 19 de junho de 2023

FRANCISCO

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[1] Blaise Pascal, Pensamentos, 199 (segundo a numeração Lafuma; daqui em diante: Laf.).

[2] Gilbert Périer, Vida de Pascal, in Michel Le Guern (ed.), Obras completas, I (Paris 1998), p. 91.

[3] Blaise Pascal, Pensamentos, Laf. 270.

[4] Laf. 148.

[5] Laf. 417.

[6] Blaise Pascal, «Conversação com Sacy», in O espírito geométrico (Paris 1985), p. 105.

[7] Laf. 913.

[8] Laf. 926.

[9] Francisco, Exort. ap. Gaudete et exsultate (19/III/2018), 65.

[10] Ibid., 167.

[11] Laf. 12.

[12] Gilbert Périer, op. cit., p. 64.

[13] Cf. ibid., p. 65.

[14] Ibid., p. 65.

[15] «Pascal», in A Glória e a Cruz. Estilos, II (Paris 1972), p. 78.

[16] Laf. 307.

[17] Laf. 110.

[18] Laf. 533.

[19] Cf. Blaise Pascal, «Conversação com Sacy», op. cit., p. 113.

[20] Cf. Laf. 208.

[21] Laf. 200.

[22] Laf. 199.

[23] Laf. 427.

[24] Francisco, Exort. ap. Evangelii gaudium (24/XI/2013), 231.

[25] Laf. 678.

[26] Exort. ap. Evangelii gaudium, 232.

[27] Laf. 114.

[28] Laf. 117.

[29] Laf. 427.

[30] Laf. 136.

[31] Laf. 622.

[32] Laf. 148.

[33] Laf. 116.

[34] Laf. 131.

[35] Laf. 613.

[36] Laf. 149.

[37] Hans Urs von Balthasar, op. cit., p. 82.

[38] Laf. 149.

[39] Laf. 913.

[40] Francisco, Catequese, Audiência Geral de 03/VI/2020.

[41] Laf. 913.

[42] Laf. 913.

[43] Carta enc. Fides et ratio (14/IX/1998), 76: AAS 91 (1999), 64.

[44] Henri Gouhier, Blaise Pascal. Comentários (Paris 1971), p. 44-45.

[45] Laf. 189.

[46] Laf. 189.

[47] Exort. ap. Evangelii gaudium, 8.

[48] Laf. 298.

[49] Laf. 208.

[50] Laf. 242.

[51] Laf. 919.

[52] Catequese, Audiência Geral de 21/XI/2012.

[53] Ibid.

[54] Blaise Pascal, «Conversação com Sacy», op. cit., p. 102.

[55] Laf. 173.

[56] Laf. 298.

[57] Francisco, Homilia na Solenidade de Cristo Rei do Universo (20/XI/2022).

[58] Conc. Ecum. Vat. II, Decl. Dignitatis humanae (07/XII/1965), 11.

[59] Laf. 149.

[60] Laf. 7.

[61] Laf. 380.

[62] Laf. 308.

[63] Laf. 308.

[64] Laf. 512.

[65] Laf. 110.

[66] Laf. 110.

[67] Laf. 427.

[68] Francisco, Catequese, Audiência Geral de 09/II/2022.

[69] Jean-Luc Marion, A Metafísica e depois (Paris 2023), p. 356.

[70] Décima-sétima Carta Provincial, 1656.

[71] Cf. Bruno Neveu, O erro e seu juiz: considerações sobre as censuras doutrinais na modernidade (Naples 1993).

[72] Cf. Dicastério para a Doutrina da Fé, Carta Placuit Deo (22/II/2018); Francisco, Exort. ap. Gaudete et exsultate, 57-59.

[73] Exort. ap. Gaudete et exsultate, 59.

[74] Francisco, Carta ap. Desiderio desideravi (29/VI/2022), 20.

[75] Cf. Laf. 931. No lugar indicado, aparece, riscada, esta frase: «Amo todos os homens como meus irmãos, porque todos estão redimidos».

[76] Laf. 360.

[77] Exort. ap. Evangelii gaudium, 237.

[78] Gilbert Périer, op. cit., p. 92-93.

[79] Ibid., 93.

[80] Ibid., 90.

[81] Ibid., 94.

[82] «Memorial», Laf. 913.

[01010-PO.01] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua polacca

LIST APOSTOLSKI

SUBLIMITAS ET MISERIA HOMINIS

OJCA ŚWIĘTEGO

FRANCISZKA

W CZTERECHSETNĄ ROCZNICĘ URODZIN

BLAISE’A PASCALA

Wielkość i nędza człowieka, tworzą paradoks, który znajduje się w centrum refleksji i przesłania Blaise’a Pascala, urodzonego cztery wieki temu, 19 czerwca 1623 r., w centralnej Francji. Od dzieciństwa i przez całe swoje życie szukał on prawdy. Za sprawą rozumu odnajdywał jej znaki, zwłaszcza na polach matematyki, geometrii, fizyki i filozofii. W młodym wieku dokonywał niezwykłych odkryć, które sprawiły, że osiągnął znaczącą sławę. Jednak nie poprzestał na tym. W stuleciu wielkich promotorów postępu na wielu polach nauki, którym towarzyszył narastający sceptycyzm filozoficzny i religijny, Blaise Pascal okazał się niezmordowanym poszukiwaczem tego, co prawdziwe, który sam w sobie zawsze pozostaje „niespokojny”, pociągnięty nowymi i dalszymi perspektywami.

Właśnie to rozumowanie, tak wyostrzone i zarazem tak otwarte sprawiało, że nigdy nie milkło w nim pytanie odwieczne i zawsze nowe, które rozbrzmiewa w duszy człowieka: „czym jest człowiek, że o nim pamiętasz, i czym syn człowieczy, że się nim zajmujesz?” (Ps 8, 5). To pytanie jest wyryte w sercu każdej istoty ludzkiej, każdej epoki i każdego miejsca, każdej cywilizacji i języka, każdej religii. „Czymże jest człowiek w przyrodzie? – zastanawia się Pascal. Nicością wobec nieskończoności, wszystkim wobec nicości”[1]. Równocześnie jednak pytanie to jest osadzone tam, w tym psalmie, w sercu miłosnej historii Boga i Jego Ludu, historii wypełnionej w ciele „Syna Człowieczego” Jezusa Chrystusa, Którego Ojciec darował aż do opuszczenia, aby ukoronować Go chwałą i czcią ponad wszelkie stworzenie (por. w. 6). Na to pytanie, postawione w języku jakże różnym od języka matematyki i geometrii, Pascal nigdy się nie zamknął.

Wydaje mi się, że na tej podstawie mogę rozpoznać w nim pewną głęboką postawę, którą określiłbym jako „pełna zachwytu otwartość na rzeczywistość”. Otwartość na inne wymiary wiedzy i egzystencji, otwartość na innych, otwartość na społeczeństwo.

Przykładowo, miał on swój udział w początkach pierwszej sieci transportu publicznego w historii Paryża, w 1661 r., tzw. „Carrosses à cinq sols”. Jeśli podkreślam to na początku niniejszego Listu, to dlatego, by podkreślić fakt, że ani jego nawrócenie ku Chrystusowi, zwłaszcza od czasu „nocy ognia”, 23 listopada 1654 r., ani jego nadzwyczajna intelektualna moc obrony wiary chrześcijańskiej, nie uczyniły z niego osoby odizolowanej od swoich czasów. Był uważny na najpowszechniejsze wówczas problemy, jak również na potrzeby materialne wszystkich członków społeczeństwa, w którym żył.

Otwartość na rzeczywistość oznaczała dla niego nie zamykanie się na innych, nawet w godzinie ostatniej choroby. Z tego okresu, gdy miał 39 lat, pochodzą te słowa, wyrażające etap zamykający jego ewangeliczną drogę: „Jeśli lekarze mówią prawdę, a Bóg pozwoli mi wyzdrowieć z tej choroby, postanawiam, że do końca życia nie będę miał innej pracy ani zajęcia niż służba ubogim”[2]. Wzruszające jest odkrycie, że w ostatnich dniach swego życia, myśliciel tak genialny jak Blaise Pascal, nie widział przynaglenia większego, niż włożenie swych sił w dzieła miłosierdzia: „Jedynym przedmiotem Pisma świętego jest miłość”[3].

Cieszę się więc, że Opatrzność, w tej czterechsetnej rocznicy jego urodzin, daje mi okazję do złożenia mu hołdu i podkreślenia tego, co w jego myśli i jego życiu wydaje mi się odpowiednie, by móc pobudzić do poszukiwania prawdziwego szczęścia także chrześcijan naszych czasów oraz wszystkich mężczyzn i kobiety dobrej woli: „Wszyscy ludzie silą się być szczęśliwi; nie ma tu wyjątku; mimo różnych środków, jakich w tym używają, wszyscy dążą do tego celu”[4]. Cztery wieki po swych narodzinach, Pascal pozostaje dla nas towarzyszem drogi, który towarzyszy naszemu poszukiwaniu prawdziwego szczęścia i, według daru wiary, naszemu pokornemu i radosnemu rozpoznawaniu Pana umarłego i zmartwychwstałego.

Rozmiłowany w Chrystusie, który przemawia do wszystkich

Jeśli Blaise Pascal może poruszyć wszystkich, to nie tylko dlatego, że w godny podziwu sposób mówił o ludzkiej kondycji. Byłoby bowiem mylące, gdybyśmy postrzegali go jedynie jako specjalistę od ludzkich obyczajów, niezależnie od tego, jak był genialny. Nie można prawdziwie pojąć monumentu, jakim są jego Myśli, których niektóre wyodrębnione fragmenty stały się słynne, jeśli pominie się fakt, że Jezus Chrystus i Pismo święte stanowią zarówno ich centrum, jak i klucz do nich. Jeśli bowiem Pascal podjął się mówić o człowieku i Bogu, to dlatego, że doszedł do pewności, iż „nie tylko nie znamy Boga inaczej niż przez Jezusa Chrystusa, ale i siebie samych znamy jedynie przez Jezusa Chrystusa; znamy życie i śmierć jedynie przez Jezusa Chrystusa. Poza Jezusa Chrystusem nie wiemy, ani co to nasze życie, ani śmierć, ani Bóg, ani my sami. Tak więc bez Pisma, które ma za jedyny przedmiot Jezusa Chrystusa, nie znamy nic i widzimy jedynie ciemności”[5]. Tak skrajna wypowiedź wymaga wyjaśnienia, jeśli ma stać się zrozumiała dla wszystkich, a nie zostać potraktowana jedynie jako stwierdzenie czysto doktrynalne, niedostępne dla tych, którzy nie podzielają wiary Kościoła, lub jako umniejszenie kompetencji właściwych naturalnemu rozumowi.

Wiara, miłość i wolność

Jako chrześcijanie musimy wystrzegać się pokusy, by naszą wiarę traktować jako niepodważalną pewność, która narzuca się wszystkim. Pascalowi z pewnością zależało na tym, aby wszyscy ludzie dowiedzieli się, że „Bóg i prawda są nierozdzielne”[6]. Wiedział jednak, że działanie wierzącego jest możliwe za sprawą łaski Bożej, przyjętej w wolności serca. Ten, kto przez wiarę dokonał osobistego spotkania z „Bogiem Abrahama, Bogiem Izaaka, Bogiem Jakuba, a nie filozofów i uczonych”[7], rozpoznał w Jezusie Chrystusie „Drogę, Prawdę i Życie” (J 14, 6). Dlatego wszystkim, którzy chcą nadal poszukiwać prawdy – a jest to zadanie, które w tym życiu nie ma końca – proponuję posłuchać Blaise'a Pascala, człowieka o niezwykłej inteligencji, który chciał nam przypomnieć, że poza podążaniem za miłością, nie ma żadnej prawdy, która miałaby wartość: „Robimy sobie bożyszcze z samej prawdy; prawda bowiem poza miłością nie jest Bogiem, jest jego obrazem i bałwanem, którego nie trzeba kochać ani ubóstwiać”[8].

Pascal przestrzega nas więc przed fałszywymi doktrynami, przesądami czy libertynizmem, które oddalają tak wielu z nas od trwałego pokoju i trwałej radości Tego, który chce, abyśmy wybrali „życie i szczęście”, a nie „śmierć i przekleństwo” (Pwt 30, 15). Tymczasem tragedia naszego życia polega na tym, że czasem źle postrzegamy, a więc i źle wybieramy. W istocie, możemy zakosztować szczęścia Ewangelii tylko wtedy, gdy „Duch Święty przenika nas całą Swoją mocą i uwalnia nas od słabości egoizmu, lenistwa czy pychy”[9]. Ponadto, „bez mądrości rozeznania, łatwo możemy stać się marionetkami, będącymi zakładnikami chwilowych tendencji”[10]. Dlatego inteligencja i żywa wiara Blaise'a Pascala, który chciał ukazać, że religia chrześcijańska jest „czcigodna, ponieważ dobrze poznała człowieka” i „luba, ponieważ przyrzeka prawdziwe dobro”[11], może pomóc nam przejść przez ciemności i niepowodzenia tego świata.

Wyjątkowy umysł naukowy

Kiedy w 1626 r. zmarła jego matka, Blaise Pascal miał trzy lata. Jego ojciec, Etienne, ceniony prawnik, był również znany ze swoich niezwykłych zdolności naukowych, zwłaszcza w zakresie matematyki i geometrii. Decydując się na samodzielne kształcenie trójki swoich dzieci: Jacqueline, Blaise'a i Gilberte, w 1632 r. przeniósł się do Paryża. Już wkrótce Blaise wykazał się wyjątkowym umysłem i wielką potrzebą prawdy, co relacjonuje jego siostra Gilberte: „Od dzieciństwa nie mógł podążać za niczym innym, jak tylko za tym, co wydawało mu się oczywistą prawdą; tak, że kiedy nie dostarczano mu dobrych argumentów, to sam ich szukał”[12]. Pewnego dnia ojciec niespodziewanie zastał syna na poszukiwaniach geometrycznych i szybko zorientował się, że dwunastoletni Blaise, kreśląc na ziemi figury, wyprowadził całkowicie samodzielnie, pierwsze trzydzieści dwa Elementy Euklidesa, nie wiedząc, że są one opisane w książkach pod innymi tytułami[13]. Gilberte wspomina, że ich ojciec był „przerażony wielkością i siłą tego geniusza”[14].

W następnych latach Blaise Pascal sprawi, że jego ogromny talent zaowocuje, koncentrując na nim wszystkie wysiłki swej pracy. Od siedemnastego roku życia przebywał on wśród najwybitniejszych naukowców swoich czasów. A jego odkrycia i publikacje następowały po sobie dość szybko. W 1642 r., w wieku dziewiętnastu lat, wynalazł maszynę arytmetyczną, przodka naszych kalkulatorów. Blaise Pascal jest dla nas niezwykłą inspiracją, ponieważ przypomina nam o wielkości ludzkiego rozumu i zaprasza do korzystania z niego w celu rozszyfrowywania otaczającego nas świata. L’esprit de géométrie, czyli umiejętność szczegółowego rozumienia działania rzeczy, będzie mu dobrze służyła przez całe życie, na co zwraca uwagę wybitny teolog Hans Urs von Balthasar: „Dzięki precyzji geometrii i nauk przyrodniczych jest w stanie osiągnąć całkiem inną precyzję, jaka istnieje na przykład w dziedzinie egzystencji i życia chrześcijańskiego”[15]. Ta praktyka, pokładająca ufność w naturalnym rozumie, sprawiająca, że Pascal solidaryzował się ze wszystkimi braćmi w poszukiwaniu prawdy, pozwoli mu uznać ograniczenia samej inteligencji, a jednocześnie otworzyć się na nadprzyrodzone racje Objawienia. Jest to zgodne z logiką paradoksu, która stanowiła filozoficzne piętno i literacki urok jego Myśli: „Kościół włożył tyle samo trudu, aby dowieść, że Jezus Chrystus był człowiekiem, przeciw tym, którzy temu przeczyli, co aby dowieść, że był Bogiem. Pozory były po obu stronach równie wielkie”[16].

Filozofowie

Wiele pism Pascala jest w dużej mierze częścią dyskursu filozoficznego. W szczególności Myśli, ten zbiór pośmiertnie opublikowanych fragmentów, które są notatkami lub szkicami filozofa ożywianego teologicznym wyobrażeniem, którego pierwotną spójność i porządek uczeni starają się odtworzyć, nie unikając rozbieżności. Szalona miłość Chrystusa oraz służba ubogim, o której wspomniałem na początku, świadczą nie tyle o przełomie duchowym tego śmiałego ucznia, ile o zagłębieniu się w kierunku radykalności ewangelicznej, o postępowaniu, z pomocą łaski, w kierunku żywej prawdy Pana. On, który miał nadprzyrodzoną pewność wiary i który widział ją jako tak bardzo zgodną z rozumem, choć nieskończenie go przekraczającą, chciał jak najdalej dojść w dyskusji z tymi, którzy nie podzielali jego wiary, ponieważ „tym, którzy jej nie mają, możemy ją dać jedynie rozumowaniem, w oczekiwaniu, aż Bóg da im ją przez poczucie serca”[17]. Jest to ewangelizacja pełna szacunku i cierpliwości, którą warto, by naśladowało nasze pokolenie.

Aby zrozumieć dyskurs Pascala na temat chrześcijaństwa, trzeba zatem zwracać uwagę na jego filozofię. Podziwiał on mądrość starożytnych filozofów greckich, którzy, jako członkowie jednego polis, byli w swojej sztuce zdolni do prostoty i spokoju: „Ludzie nie wyobrażają sobie Platona i Arystotelesa inaczej jak w sukniach bakałarzy. Byli to grzeczni ludzie i nie gorzej od innych weselący się radzi z przyjaciółmi. Kiedy im się spodobało ułożyć swoje Prawo i Politykę, uczynili to, ot, wśród zabawy: była to najmniej poważna i filozoficzna część ich życia: najbardziej filozoficzną było żyć po prostu i spokojnie”[18]. Pomimo wielkości i zastosowania tych filozofii, Pascal dostrzega jednak ich granice: stoicyzm „prowadzi do pychy”[19], sceptycyzm zaś do rozpaczy[20]. Rozum ludzki jest niewątpliwie cudem stworzenia, który wyróżnia człowieka spośród wszystkich innych stworzeń, gdyż „człowiek jest tylko trzciną, najwątlejszą w przyrodzie, ale trzciną myślącą[21]. Jest więc jasne, że granice filozofów będą po prostu granicami stworzonego rozumu. Jakkolwiek bowiem Demokryt powiedziałby: „Będę mówił o wszystkim”[22], to jednak sam rozum nie może rozstrzygnąć najwznioślejszych i najbardziej palących pytań. Co zatem tak naprawdę, zarówno w czasach Pascala, jak i dzisiaj, jest tematem, który najbardziej nas interesuje? To integralny sens naszego losu, naszego życia i naszej nadziei, to szczęście, które można uważać za wieczne, ale które może dać tylko Bóg: „Nic nie jest tak ważne dla człowieka jak jego byt; nic nie jest dlań równie straszliwe jak wieczność”[23].

Rozważając Myśli Pascala, odnajdujemy niejako na nowo tę podstawową zasadę: „Rzeczywistość przewyższa ideę”, ponieważ Pascal uczy nas trzymać się z dala od „różnych sposobów ukrywania rzeczywistości”, od „anielskich puryzmów” po „intelektualizmy pozbawione mądrości”[24]. Nic nie jest bardziej niebezpieczne niż myślenie odcieleśnione: „kto się chce wspiąć do anioła, spada do bydlęcia”[25]. A zabójcze ideologie, na które wciąż zapadamy w dziedzinie gospodarczej, społecznej, antropologicznej czy moralnej, utrzymują tych, którzy za nimi podążają w bańkach przekonań, w których idea zastąpiła rzeczywistość.

Kondycja ludzka

Pełna paradoksów filozofia Pascala, wypływa z poglądu równie pokornego, co jasnego, który stara się sięgnąć do „rzeczywistości oświeconej rozumowaniem”[26]. Wychodzi on od stwierdzenia, że człowiek jest jakby obcy sam sobie, wielki i nieszczęśliwy. Wielki dzięki rozumowi, dzięki umiejętności poskramiania namiętności, wielki nawet w tym, że „wie, że jest nędznym”[27]. Dąży przede wszystkim do czegoś innego, niż zaspokajanie instynktów lub opieranie się im, „to, co bowiem jest naturą u zwierząt, to u człowieka nazywamy nędzą”[28]. Istnieje nieznośna dysproporcja między naszą nieskończoną wolą bycia szczęśliwym i poznania prawdy, z jednej strony, a naszym ograniczonym rozumem i słabością fizyczną, z drugiej, i prowadzi ona do śmierci. Dlatego siła Pascala tkwi również w jego nieprzejednanym realizmie: „Nie trzeba mieć duszy bardzo podniosłej, aby zrozumieć, że nie ma tu na ziemi trwałego i prawdziwego zadowolenia; że wszystkie nasze przyjemności są tylko marnością, że niedole nasze są nieskończone, że wreszcie śmierć, która zagraża nam w każdej chwili, musi nieuchronnie wtrącić nas za niewiele lat w straszliwą konieczność wiekuistego unicestwienia albo wiekuistego nieszczęścia. Nie masz nic prawdziwszego i bardziej przerażającego. Udawajmy zuchów, ile chcemy; oto koniec, jaki czeka najpiękniejszy żywot w świecie”[29]. W tym tragicznym stanie człowiek nie może oczywiście pozostać sam w sobie, bo jego nędza i niepewność jego losu są nie do zniesienia. Musi więc się zabawić, co Pascal z łatwością przyznaje: „Stąd pochodzi, że ludzie tak miłują gwar i zgiełk”[30]. Jeśli bowiem człowiek się nie weseli swoim stanem – a sami doskonale wiemy, jak dostarczać sobie rozrywki poprzez pracę, wypoczynek, rodzinę czy przyjaźnie, ale także, niestety, poprzez wady, do których prowadzą nas niektóre namiętności – jego człowieczeństwo odczuwa „swoją nicość, opuszczenie, lichość, zależność, niemoc, próżnię. [I z głębi jego duszy] wyłania się nuda, melancholia, smutek, troska, żal, rozpacz”[31]. A jednak rozrywka nie uspokaja ani nie zaspokaja naszego wielkiego pragnienia życia i szczęścia. Wszyscy o tym dobrze wiemy.

To właśnie wówczas Pascal stawia swoją wielką hipotezę: „Cóż więc jest to, co nam krzyczy owo pragnienie i owa niemoc, jeśli nie to, iż istniało niegdyś w człowieku prawdziwe szczęście, po którym został nam obecnie jeno znak i ślad zgoła próżny? Staramy się go daremnie wypełnić wszystkim, co nas otacza, szukając w nieobecnych rzeczach pomocy, której nie otrzymujemy od obecnych, ale wszystkie okazują się niezdatne: tą nieskończoną otchłań może wypełnić jedynie przedmiot nieskończony i niezmienny, to znaczy sam Bóg” [32]. Jeśli człowiek jest jak „król wydziedziczony”[33], który dąży jedynie do odzyskania utraconej wielkości, a jednak widzi, że nie jest do tego zdolny, to czymże jest? „Cóż za monstrum jest tedy człowiek? Cóż za osobliwość, co za potwór, co za chaos, co za zbieg sprzeczności, co za dziw! Sędzia wszechrzeczy, bezrozumny robak ziemny; skarbnik prawdy, zlew niepewności i błędu; chluba i zakała wszechświata. Kto rozplącze ten zamęt?”[34]. Pascal, jako filozof, widzi wyraźnie, że „im więcej mamy światła, tym więcej odkrywamy wielkości i niskości w człowieku”[35], ale, że tych przeciwieństw nie da się pogodzić. Bowiem rozum ludzki nie potrafi ich zharmonizować, ani rozwiązać zagadki.

Dlatego Pascal zwraca uwagę, że jeśli istnieje Bóg, a człowiek otrzymał boskie objawienie – jak twierdzi wiele religii – i jeśli to objawienie jest prawdziwe, to musi istnieć odpowiedź, na którą człowiek czeka, by rozwiązać dręczące go sprzeczności: „Wielkości i nędze człowieka są tak widoczne, iż prawdziwa religia musi nieodzownie uczyć, i że jest jakiś znaczny pierwiastek wielkości w człowieku, i że jest znaczny pierwiastek nędzy. Trzeba zatem, aby nam zdała sprawę z tych zdumiewających sprzeczności”[36]. Tak więc, po zbadaniu wielkich religii, Pascal dochodzi do wniosku, że „żadna forma myśli, żadna praktyka ascetyczna czy mistyczna nie może zaoferować drogi odkupienia”, chyba że poprzez „nadrzędne kryterium prawdy, jakim jest oświecenie łaską”[37]. „Na próżno, o ludzie – pisze Pascal, wyobrażając sobie, co mógłby nam powiedzieć prawdziwy Bóg – szukacie w sobie samych lekarstwa na swoje niedole. Cała wasza wiedza może tylko osiągnąć poznanie, że nie w sobie samych znajdziecie prawdę i dobro. Filozofowie przyrzekli wam to i nie mogli tego sprawić. Nie znają waszego prawdziwego dobra ani waszego prawdziwego stanu”[38].

Dochodząc do tego punktu, Pascal, który poprzez niespotykaną siłę własnej inteligencji zgłębił ludzką kondycję, Pismo święte i tradycję Kościoła, zamierza z prostotą dziecięcego umysłu przedstawić siebie jako pokornego świadka Ewangelii. Jest chrześcijaninem, który chce mówić o Jezusie Chrystusie tym, którzy zbyt szybko oświadczają, że nie ma solidnych powodów, by wierzyć w prawdy chrześcijaństwa. Pascal natomiast wie z doświadczenia, że to, co jest w Objawieniu, nie tylko nie sprzeciwia się wymaganiom rozumu, ale daje niesłychaną odpowiedź, do której żadna filozofia nie mogłaby dojść sama.

Nawrócenie: nawiedzenie Pana

W dniu 23 listopada 1654 r. Pascal doznał bardzo intensywnego doświadczenia, które do dziś jest określane jako jego „noc ognia”. To mistyczne przeżycie, które wywołało u niego płacz radości, było dla niego tak intensywne i decydujące, że zapisał je na precyzyjnie datowanej kartce papieru, Pamiątce, którą schował w podszewce swojego płaszcza i która została odkryta dopiero po jego śmierci. Choć nie sposób dokładnie poznać, co działo się w duszy Pascala tamtej nocy, wydaje się, że było to spotkanie, które on sam uznał za analogiczne do spotkania, fundamentalnego dla całej historii objawienia i zbawienia, przeżytego przez Mojżesza przed krzewem gorejącym (por. Wj 3). Termin „ogień”[39], który Pascal zechciał umieścić na początku Pamiątki, zaprasza nas, z zachowaniem wszelkich proporcji, do zaproponowania tego porównania. Paralelę zdaje się wskazywać sam Pascal, który zaraz po przywołaniu ognia podjął tytuł, jaki Pan przypisał sobie wobec Mojżesza: „Bóg Abrahama, Bóg Izaaka, Bóg Jakuba”(Wj 3, 6.15), dodając: „a nie filozofów i uczonych. Pewność. Pewność. Uczucie. Radość. Pokój. Bóg Jezusa Chrystusa”.

Tak, nasz Bóg jest radością, a Blaise Pascal daje o tym świadectwo całemu Kościołowi i każdemu poszukującemu Boga: „Nie jest to Bóg abstrakcyjny czy Bóg kosmiczny, nie. Jest to Bóg konkretnej osoby, wezwania, Bóg Abrahama, Izaaka, Jakuba, Bóg, który jest pewnością, jest uczuciem, jest radością”[40]. To spotkanie, które potwierdziło Pascalowi „wielkość duszy ludzkiej”, napełniło go tą żywą i niewyczerpaną radością: „Radość, radość, radość, łzy radości”. I ta boska radość staje się dla Pascala miejscem spowiedzi i modlitwy: „Jezus Chrystus. Oddzieliłem się od Niego, Uciekłem od Niego, Zaparłem się Go, Ukrzyżowałem Go, Obym nigdy nie był od Niego oddzielony”[41]. To właśnie doświadczenie miłości Boga osobowego, Jezusa Chrystusa, który wziął udział w naszej historii i nieustannie uczestniczy w naszym życiu, prowadzi Pascala na drogę głębokiego nawrócenia, a więc do owego „zupełnego i słodkiego wyrzeczenia się”[42], bo przeżywanego w miłości, „dawnego człowieka, który ulega zepsuciu na skutek zwodniczych żądz” (Ef 4, 22).

Jak przypomniał św. Jan Paweł II w swojej encyklice o relacji między wiarą a rozumem, filozofowie tacy jak Pascal wyróżniają się odrzuceniem wszelkiego „zadufania”, a także wyborem postawy na którą składa się „pokora”, jak i „odwaga”. Doświadczyli oni, że „wiara uwalnia rozum od zadufania”[43]. Przed nocą 23 listopada 1654 r. było jasne, że Pascal „nie ma wątpliwości co do istnienia Boga. Wie też, że ten Bóg jest najwyższym dobrem. [...] To, czego mu brakuje i na co czeka, to nie wiedza, lecz moc, nie prawda, lecz siła”[44]. Teraz ta siła jest mu dana przez łaskę: czuje się pociągnięty, z pewnością i radością, do Jezusa Chrystusa: „Znamy Boga jedynie przez Chrystusa. Bez tego Pośrednika nie istnieje żadne obcowanie z Bogiem”[45]. Odkryć Jezusa Chrystusa to odkryć Zbawiciela i Wyzwoliciela, którego potrzebuję: „Ten Bóg bowiem jest nie czym innym niż Ratownikiem naszej nędzy. Tak więc nie możemy dobrze poznać Boga inaczej, niż poznając swoje nieprawości”[46]. Jak każde autentyczne nawrócenie, nawrócenie Blaise'a Pascala rozgrywa się w pokorze, która uwalnia nas „od wyizolowanego sumienia i skoncentrowania się na sobie”[47].

Ogromna i niespokojna inteligencja Blaise'a Pascala, przepełniona pokojem i radością wobec objawienia Jezusa Chrystusa, zaprasza nas, zgodnie z „porządkiem serca”[48], do „pewnego kroczenia w świetle tych niebieskich świateł”[49]. Jeśli bowiem nasz Bóg jest „Bogiem ukrytym” (por. Iz 45, 15), to dlatego, że „chciał się ukryć”[50], aby nasz rozum, oświecony przez łaskę, nigdy nie przestał Go odkrywać. Toteż możemy Go poznawać właśnie dzięki oświeceniu łaską. Jednak wolność człowieka musi się otworzyć, a Jezus już pociesza nas: „nie szukałbyś mnie, gdybyś już mnie nie znalazł”[51].

Porządek serca i jego motywy wiary

Jak powiedział Benedykt XVI, „tradycja katolicka od początku odrzucała tzw. fideizm, który oznacza wolę wierzenia wbrew rozumowi”[52]. Toteż Pascal jest, na odwrót, głęboko przywiązany do „racjonalności wiary w Boga”[53], nie tylko dlatego, że „umysł nie może być zmuszony do wierzenia w to, co wie, że jest fałszywe”[54], ale dlatego, że „jeżeli podepce się zasady rozumu, nasza religia będzie niedorzeczną i śmieszną”[55]. Ale, jeśli jednak wiara jest racjonalna, to jest ona również darem Boga i nie można jej narzucić: „Nie można rozumowi nakazać miłości, wyszczególniając po porządku przyczyny miłości; to byłoby niedorzeczne”[56], zauważa Pascal ze swym wyszukanym humorem, kreśląc paralelę między ludzką miłością a sposobem, w jaki Bóg daje nam znaki. Nic bardziej niż miłość, „która się oferuje, ale się nie narzuca – miłość Boga nigdy się nie narzuca”[57]. Jezus dał świadectwo prawdzie (por. J 18, 37), ale „nie chciał narzucić jej siłą tym, którzy się jej sprzeciwiali”[58]. Dlatego „dość jest światła dla tych, którzy pragną widzieć, a dość ciemności dla tych którzy, trwają w przeciwnym usposobieniu”[59].

Dochodzi więc do stwierdzenia, że „wiara jest czymś różnym od dowodu; jedno jest ludzkie, drugie jest darem Boga”[60]. Dlatego nie można wierzyć, „o ile Bóg nie skłoni naszego serca”[61]. Jeśli wiara jest wyższego porządku niż rozum, to z pewnością nie oznacza to, że się jemu sprzeciwia, lecz że go nieskończenie przewyższa. Lektura dzieła Pascala nie jest więc przede wszystkim odkrywaniem rozumu, który oświeca wiarę; jest to uczenie się w szkole niezwykle racjonalnego chrześcijanina, który lepiej wiedział, jak zdać sprawę z porządku ustanowionego przez dar Boży ponad rozumem: „Nieskończone oddalenie ciał od duchów wyobraża nieskończenie bardziej nieskończone oddalenie duchów od Miłości, jest ona bowiem nadprzyrodzona”[62]. Blaise Pascal, naukowiec dobrze obeznany z geometrią, to znaczy z nauką o ciałach w przestrzeni, i geometra dobrze obeznany z filozofią, to znaczy z nauką o umysłach na przestrzeni dziejów, potrafił oświecony łaską wiary, w ten sposób zapisać całość swojego doświadczenia: „Z wszystkich ciał razem nie można by wydobyć najmniejszej myśli; to jest niemożliwe i z innej dziedziny. Ze wszystkich ciał i duchów nie można by wydobyć drgnienia prawdziwej Miłości: to jest niemożliwe i z innej dziedziny, nadprzyrodzonej”[63].

Ani duch geometrii, ani rozumowanie filozoficzne nie pozwalają człowiekowi samemu dojść do „bardzo jasnego postrzegania” świata i samego siebie. Ten, kto pochyla się nad szczegółami swoich obliczeń, nie ma wizji całości, która pozwala mu „widzieć wszystkie zasady”. Jest to bowiem dziełem „zmysłu życiowego”, którego zasługi Pascal również chwali, bo kiedy człowiek stara się ogarnąć rzeczywistość, „trzeba od razu ogarnąć rzecz jednym spojrzeniem”[64]. Ten zmysł życiowy jest połączony z tym, co Pascal nazywa „sercem”: „Znamy prawdę nie tylko rozumem, ale także i sercem; w ten to ostatni sposób znamy pierwsze zasady i na próżno rozumowanie, które nie ma w tym udziału, sili się je zwalczyć”[65]. Tak więc prawdy boskie, takie jak fakt, że Bóg, który nas stworzył, jest miłością, że jest Ojcem, Synem i Duchem Świętym, że wcielił się w Jezusie Chrystusie, który umarł i zmartwychwstał dla naszego zbawienia, nie są możliwe do udowodnienia rozumem, ale mogą być poznane przez pewność wiary, a następnie przechodzą z duchowego serca do rozumowego umysłu, który uznaje je za prawdziwe i może je z kolei wyjaśnić: „I oto dlaczego ci, którym Bóg dał religię z poczucia serca, bardzo są szczęśliwi i bardzo słusznie przekonani”[66].

Pascal nigdy nie pogodził się z faktem, że niektórzy jego bracia w człowieczeństwie nie tylko nie znają Jezusa Chrystusa, ale z lenistwa lub z powodu namiętności lekceważą poważne traktowanie Ewangelii. A tymczasem ich życie odbywa się właśnie w Jezusie Chrystusie. „Nieśmiertelność duszy to rzecz dla nas tak ważna, dotycząca nas tak głęboko, że trzeba chyba zatracić wszelkie uczucie, aby trwać w obojętności w tym względzie [...] Dlatego to wśród ludzi nieposiadających wiary czynię ogromną różnicę między tymi, którzy pracują ze wszystkich sił, aby się oświecić, a tymi, którzy żyją, nie zadając sobie trudu i nie myśląc o tym”[67]. Sami wiemy, że często staramy się uciec przed śmiercią lub ją kontrolować, myśląc, że moglibyśmy „odsuwać myśl o naszej skończoności” lub „pozbawić śmierć jej mocy i przepędzić lęk. Jednak wiara chrześcijańska nie jest sposobem na egzorcyzmowanie lęku przed śmiercią, raczej pomaga nam się z nią zmierzyć. Wcześniej czy później wszyscy przejdziemy przez tę bramę. Prawdziwe światło, rozjaśniające tajemnicę śmierci, pochodzi ze zmartwychwstania Chrystusa”[68]. Tylko łaska Boża pozwala ludzkiemu sercu wejść w porządek boskiego poznania, w miłość. To sprawia, że ważny współczesny komentator Pascala napisał, iż „myśl może prowadzić do chrześcijańskiego rozumowania tylko wtedy, gdy ma dostęp do tego, co Jezus Chrystus wprowadza w czyn, do miłości”[69].

Pascal, kontrowersja i miłość

Zanim zakończę, muszę wspomnieć o związkach Pascala z jansenizmem. Jedna z jego sióstr, Jacqueline, wstąpiła do klasztoru w Port-Royal, do zgromadzenia, którego teologia znajdowała się pod silnym wpływem Corneliusa Jansena, autora traktatu Augustinus, opublikowanego w 1640 r. Po swojej „nocy ognia” Pascal przybył na rekolekcje do opactwa w Port-Royal, w styczniu 1655 r. Tymczasem w kolejnych miesiącach na Sorbonie, uniwersytecie paryskim, rozgorzał ważny i długotrwały spór między jezuitami a „jansenistami”, przywiązanymi do Augustinusa. Spór koncentrował się głównie na kwestii łaski Bożej oraz na relacji łaski do natury ludzkiej, a zwłaszcza do wolnej woli. Pascal, choć nie należał do zgromadzenia z Port-Royal i nie był członkiem tego ugrupowania – jak pisał: „jestem sam [...] nie należę do Port-Royal”[70] – został poproszony przez jansenistów, aby ich bronił, także ze względu na to, że posiadał ogromne umiejętności retoryczne. Uczynił to w roku 1656 i 1657, publikując serię osiemnastu listów, nazywanych Prowincjałkami.

O ile wiele postulatów nazywanych „jansenistycznymi” było rzeczywiście sprzecznych z wiarą[71], co Pascal przyznawał, o tyle kwestionował, że były one obecne w Augustynusie i przestrzegane przez członków z Port-Royal. Jednak jego niektóre twierdzenia, na przykład dotyczące predestynacji, zaczerpnięte z teologii późniejszego św. Augustyna, którego formuły Janseniusz zaostrzył, nie brzmią prawdziwie. Trzeba jednak zrozumieć, że tak jak św. Augustyn, w piątym wieku, chciał zwalczać pelagianizm, twierdzący, że człowiek może o własnych siłach i bez łaski Bożej czynić dobro i być zbawionym, Pascal był szczerze przekonany, że sam przeciwstawia się pelagianizmowi lub semipelagianizmowi, który jego zdaniem utożsamiał się z doktrynami jezuitów-molinistów (nazwanych tak na cześć teologa Luisa de Moliny, który zmarł w 1600 r., ale którego wpływ był wciąż żywy w połowie XVII wieku. Zaufajmy szczerości i uczciwości jego intencji).

List ten, nie jest z pewnością miejscem do ponownego otwarcia tej kwestii. Jednak to, co jest słuszną przestrogą zawartą w stanowisku Pascala, pozostaje aktualne dla naszych czasów: „neopelagianizm”[72], który chciałby, aby wszystko zależało od „od ludzkiego wysiłku ukierunkowanego przez normy i struktury kościelne”[73], można rozpoznać po tym, że „upaja nas domniemaniem zbawienia uzyskanego dzięki naszym własnym wysiłkom”[74]. I tu trzeba przyznać, że ostateczne stanowisko Pascala w sprawie łaski, a w szczególności w sprawie faktu, że Bóg „pragnie, by wszyscy ludzie zostali zbawieni i doszli do poznania prawdy” (1 Tm 2, 4), zostało wyrażone pod koniec jego życia w sposób całkowicie katolicki[75].

Jak powiedziałem na początku, Blaise Pascal pod koniec swojego krótkiego, ale niezwykle bogatego i owocnego życia, postawił na pierwszym miejscu miłość do braci. Czuł i wiedział, że jest członkiem jednego ciała, bo „Stworzywszy niebo i ziemię, które nie czują szczęścia swego istnienia, Bóg zapragnął uczynić istoty które by go znały i które by tworzyły ciało myślących członków”[76]. Pascal, jako wierny świecki zakosztował radości Ewangelii, za pomocą której Duch chce uczynić płodnymi i uzdrowić „wszystkie wymiary człowieka” i zgromadzić „wszystkich ludzi przy stole Królestwa”[77]. Kiedy Pascal w 1659 r. pisze swoją wspaniałą Modlitwę o dobry użytek z chorób, sam jest już człowiekiem uspokojonym, nie angażującym się w kontrowersje, ani nawet w apologetykę. Będąc bardzo chorym i na granicy śmierci, prosi o Komunię św., ale nie było to możliwe natychmiast. Prosi więc siostrę: „Skoro nie mogę przyjąć komunii w głowie [Jezusie Chrystusie], chciałbym przyjąć komunię w członkach”[78]. I „miał wielkie pragnienie, aby umrzeć w towarzystwie ubogich”[79]. „Umarł w prostocie dziecka”[80] – mówi się o nim na krótko przed ostatnim tchnieniem 19 sierpnia 1662 r. Po przyjęciu sakramentów, jego ostatnie słowa brzmiały: „Niech Bóg nigdy mnie nie opuszcza”[81].

Niech jego światłe dzieło i przykłady jego życia, tak głęboko ochrzczonego w Jezusie Chrystusie, pomogą nam podążać do końca drogą prawdy, nawrócenia i miłości. Bowiem życie człowieka jest tak krótkie: „Wieczysta radość za jeden dzień udręki na ziemi”[82].

W Rzymie, u św. Jana na Lateranie, dnia 19 czerwca 2023,

w jedenastym roku mego Pontyfikatu.

FRANCISCUS

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[1] Myśli, tłum. Tadeusz Żeleński-Boy, Warszawa 1972, 84 (odwołuje się on do układu według wydania Jaquesa Chevaliera); numeracja według wydania Louisa Lafuma (Laf.), Paryż 1963, 199.

[2] Gilberte Périer, Vie de Monsieur Pascal, in Œuvres complètes, par M. Le Guern, I, Paris 1998, «Bibliothèque de la Pléiade» (34), 91.

[3] Blaise Pascal, Myśli, dz. cyt., 583, (Laf. 270).

[4] Tamże, 370, (Laf. 148).

[5] Tamże, 729, (Laf. 417).

[6] B. Pascal, Rozmowa z panem de Saci, w: B. Pascal, Rozprawy i listy, tłum. Tadeusz Żeleński-Boy, Mieczysław Tazbir, Warszawa 1962, s. 90.

[7] Pamiątka, w: B. Pascal, Rozprawy i listy, tłum. T. Żeleński-Boy, M. Tazbir, Warszawa 1962, s. 77, (Laf. 913).

[8] Myśli, dz. cyt., 597, (Laf. 926).

[9] Adhort. apost. Gaudete et exsultate (19 marca 2018), 65.

[10] Tamże, 167.

[11] Myśli, 1, (Laf. 12).

[12] G. Périer, dz. cyt., s. 64.

[13] Por. tamże, s. 65.

[14] Tamże, s. 65.

[15] Pascal, w: La Gloire et la Croix, Styles, II., Paris, Aubier, 1972, s. 78.

[16] Myśli, 634, (Laf. 307).

[17] Tamże, 479, (Laf. 110).

[18] Tamże, 294, (Laf. 533).

[19] B. Pascal, Rozmowa z panem de Saci, dz. cyt., s. 101.

[20] Por. Myśli, 439, (Laf. 208).

[21] Tamże, 264, (Laf. 200).

[22] Tamże, 84, (Laf. 199).

[23] Tamże, 335, (Laf.427).

[24] Adhort. apost. Evangelii gaudium (24 listopada 2013), 231.

[25] Myśli, 329, (Laf. 678).

[26] Adhort. apost. Evangelii gaudium, 232.

[27] Myśli, 255, (Laf. 114).

[28] Tamże, 268, (Laf. 117).

[29] Tamże, 335, (Laf. 427).

[30] Tamże, 205, (Laf. 136).

[31] Tamże, 201, (Laf. 622).

[32] Tamże, 370, (Laf. 148).

[33] Tamże, 269, (Laf. 116).

[34] Tamże, 438, (Laf. 131).

[35] Tamże, 427, (Laf. 613).

[36] Tamże, 483, (Laf. 149).

[37] Hans Urs Von Balthasar, Pascal, dz. cyt., s. 82.

[38] Myśli, 483, (Laf. 149).

[39] Pamiątka, w: B. Pascal, Rozprawy i listy, tłum. T. Żeleński-Boy, M. Tazbir, Warszawa 1962, s. 77.

[40] Nie trzeba się bać dyskutować z Bogiem (Audiencja generalna, 3 czerwca 2020): L’Osservatore Romano, wyd. polskie, n. 7-8 (424)/2020, s. 10.

[41] Pamiątka, w: B. Pascal, Rozprawy i listy, dz. cyt., [Pamiątka], s. 75-76.

[42] Tamże, s. 76.

[43] Enc. Fides et ratio (14 września 1998), 76.

[44] Henri Gouhier, Blaise Pascal. Commentaires, Paris, Vrin 1971, s. 44-45.

[45] Myśli, 730, (Laf. 189).

[46] Tamże.

[47] Adhort. apost. Evangelii gaudium, 8.

[48] Myśli, 72, (Laf. 298).

[49] Tamże, 439, (Laf. 208).

[50] Tamże, 598, (Laf. 242).

[51] Tamże, 736, (Laf. 919).

[52] Racjonalność wiary (Audiencja generalna, 21 listopada 2012): L’Osservatore Romano, wyd. polskie, n. 1 (349)/2013, s. 42.

[53] Tamże.

[54] B. Pascal, Rozmowa z panem de Saci, dz. cyt., s. 85.

[55] Myśli, 4, (Laf. 173).

[56] Tamże, 72, (Laf. 298).

[57] Homilia podczas Mszy św. w uroczystość Jezusa Chrystusa, Króla Wszechświata, (Asti, 20 listopada 2022): L’Osservatore Romano, wyd. polskie, n. 12 (448)/2022, s. 5.

[58] Sobór Wat. II, Deklaracja Dignitatis humanae, 11.

[59] Myśli, 483, (Laf. 149).

[60] Tamże, 471, (Laf. 7).

[61] Tamże, 350, (Laf. 380).

[62] Tamże, 829, (Laf. 308).

[63] Tamże.

[64] Tamże, 21, (Laf. 512).

[65] Tamże, 479, (Laf. 110).

[66] Tamże.

[67] Tamże, 335, (Laf. 427).

[68] Św. Józef – patron dobrej śmierci (Audiencja generalna, 9 lutego 2022): L’Osservatore Romano, wyd. polskie, n. 3-4 (441)/2022, s. 17.

[69] Jean-Luc Marion, La Métaphysique et après, Paris, Grasset, 2023, s. 356.

[70] Prowincjałki, tłum. T. Żeleński-Boy, Warszawa 1963, List siedemnasty, s. 277.

[71] Por. Bruno Neveu, L’erreur et son juge : remarques sur les censures doctrinales à l’époque moderne, Naples, Bibliopolis, 1993.

[72] Por. Kongregacja Nauki Wiary, List Placuit Deo (22 lutego 2018); Adhort. apost. Gaudete et exsultate, 57-59.

[73] Adhort. apost. Gaudete et exsultate, 59.

[74] Franciszek, List apost. Desiderio desideravi (29 czerwca 2022), 20.

[75] Por. B. Pascal, Œuvres complètes, éd par Louis Lafuma, Paris 1963, n. 931, s. 623. Na początku tego fragmentu znajduje się przekreślone następujące zdanie: „Kocham wszystkich ludzi jak moich braci, ponieważ wszyscy są odkupieni”.

[76] Myśli, 709, (Laf. 360).

[77] Adhort. apost. Evangelii gaudium, 237.

[78] G. Périer, dz. cyt., s. 92-93.

[79] Tamże, s. 93.

[80] Tamże, s. 90.

[81] Tamże, s. 94.

[82] Pamiątka, w: B. Pascal, Rozprawy i listy, dz. cyt., s. 78, (Laf. 913).

[01010-PL.01] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua araba

رسالة بابويّة

Sublimitas et miseria hominis

عظمة الإنسان وشقاؤه

للحبر الأعظم البابا فرنسيس

في الذّكرى المئويّة الرابعة لولادة بليز باسكال

عظمة الإنسان وشقاؤه يشكّلان المفارقة التي يتمحور حولها فكر بليز باسكال ورسالته، الذي وُلِدَ قبل أربعة قرون، في 19 حزيران/يونيو 1623 في كليرمون، في أواسط فرنسا. مُذ كان طفلًا وطوال حياته كان يبحث عن الحقيقة. وبعقله، تتبّع آثارها، وما يدلّ عليها، ولا سيّما في مجال الريّاضيّات والهندسة والفيزياء والفلسفة. قام باكتشافات خارقة في سِنٍّ مبكِّرة، حتّى طار صيته. ولم يتوقَّف عند هذا الحدّ. في قَرنٍ تمَّ فيه تقدّم كبير في مجال العِلم، رافقه روحٌ متزايدة من التّشكيك الفلسفيّ والدّيني، أظهر بليز باسكال نفسه باحثًا عن الحقيقة لا يعرف الكلل، الذي يبقى دائمًا ”قلقًا“، تَجذِبُه آفاق بعيدة جديدة.

هذا العقل الحَادّ جدًّا والمنفتح في الوقت نفسه، لم يُسكت قطّ في نفسه السّؤال القديم والجديد دائمًا، الذي يتردّد في النَّفس البشريّة: "ما الإنْسانُ حَتَّى تَذكُرَه، وابنُ آدَمَ حَتَّى تَفتَقِدَه؟" (المزامير 8، 5). هذا السّؤال مطبوع في قلب كلّ كائن بشريّ، في كلّ زمان ومكان، وفي كلّ حضارة ولغة، وفي كلّ دين. تساءل باسكال: "ما هو الإنسان في الطّبيعة؟ وأجاب: هو لا شيء أمام اللامتناهي، وهو كلّ شيء أمام اللا شيء"[1]. وفي الوقت نفسه السّؤال موجود هناك، في ذلك المزمور، وفي قلب قصّة الحبّ بين الله وشعبه، القصّة التي تحقّقت في جسد ”ابن الإنسان“ يسوع المسيح، الذي أعطانا إيّاه الآب حتّى تخلّى عنه لكي يكلّله بالمجد والكرامة فوق كلّ مخلوق (راجع الآية 6). أمام هذا السّؤال، المطروح بلغة تختلف كثيرًا عن لغة الرّياضيّات والهندسة، لم يُغلِق باسكال نفسه قطّ.

على هذا، أعتقد أنّه يمكننا أن نرى فيه باحثًا في الأعماق، ويمكن أقول إنّ فيه ”انفتاحًا مذهلًا على الواقع“. انفتاح على سائر أبعاد المعرفة والوجود، وانفتاح على الآخرين، وانفتاح على المجتمع. هو الذي أنشأ، على سبيل المثال، سنة 1661، في باريس، أوّل شبكة مواصلات عامّة في التّاريخ، ”العربات ذات الاتّجاهات الخمسة“. أذكر هذا في بداية هذه الرّسالة لأقول، إنّ باسكال، بعد اهتدائه إلى المسيح، ولا سيّما بعد ”ليلة النّار“ في 23 تشرين الثّاني/نوفمبر 1654، ومع جهده الفكريّ الخارق للدّفاع عن إيمانه المسيحيّ، لم يكن إنسانًا منقطعًا عن شؤون عصره. بل كان متنبِّهًا لأهمّ قضايا أهل زمانه، بما فيها الاحتياجات الماديّة لجميع مكوِّنات المجتمع الذي كان يعيش فيه.

الانفتاح على الواقع يعني له عدم الانغلاق على الآخرين، ولا حتّى في فترة مرضه الأخير. في تلك الفترة، عندما كان في التّاسعة والثّلاثين من عمره، نُقِلَتْ عنه هذه الكلمات التي تعبِّر عن الخطوة الأخيرة في مسيرته الإنجيليّة: "إنْ صَدَقَ الأطباء، وسَمَحَ لي الله بأن أتعافى من هذا المرض، فأنا عازم على ألّا يكون لي أيُّ عمل أو أيُّ مسعَى، في بقيّة حياتي، سوى خدمة الفقراء"[2]. إنّه لأمر مؤثّر أن نرى مفكِّرًا كبيرًا مثل بليز باسكال، لا يفكِّر في أيّامه الأخيرة في أمرٍ أهمَّ من أن يبذل كلّ طاقته في أعمال الرّحمة: "الهدف الوحيد للكتاب المقدّس هو المحبّة"[3].

لذلك، يَسُرُّني أنْ أتاحت لي العناية الإلهيّة هذه الفرصة، في الذّكرى المئويّة الرابعة لميلاده، لأن أُظهِرَ ما يوجد في فكره وفي حياته، ما يبدو لي أنّه يحفِّز للمسيحيّين في عصرنا وجميع معاصرينا ذوي النّوايا الحسنة، للبحث عن السّعادة الحقيقيّة: "كلّ النّاس، بدون استثناء، يريدون أن يكونوا سعداء، مهما اختلفت الوسائل التي يستخدمونها. الجميع يريدون أن يصِلوا إلى هذا الهدف"[4]. بعد أربعة قرون بعد ولادته، يبقى لنا باسكال رفيق درب، يرافقنا في بحثنا عن السّعادة الحقيقيّة، ويرافق، وفقًا لهبة الإيمان، اعترافنا المتواضع، والمليئ بالفرح، بيسوع القائم من بين الأموات.

عاشق للمسيح يخاطب الجميع

إذا استطاع بليز باسكال أن يؤثّر بكلامه في الجميع، فهذا لأنّه تكلّم عن وضع الإنسان بصورة عجيبة. ومع ذلك، من الخطإ أن ترى فيه فقط متخصِّصًا في الأخلاق البشريّة، مهما كانت عبقريّته. الأثر الكبير الذي تركه، أي ”الأفكار“، والتي بقي منها بعض الأقوال الشّهيرة، لا يمكن أن تُفهَم حقًّا، إن جَهَلْنا أنّ يسوع المسيح والكتاب المقدّس هما جوهرها ومفتاح فهمها. إذا أراد باسكال أن يتحدّث عن الإنسان وعن الله، فذلك لأنّه توصّل إلى اليقين بأنّنا "ليس فقط، لا نعرف الله إلّا بيسوع المسيح، بل ولا نعرف أنفسنا أيضًا إلّا بيسوع المسيح. وإنّا لا نعرف الحياة والموت إلّا بيسوع المسيح. من دون يسوع المسيح، لا نعرف ما هي حياتنا ولا ما هو موتنا، ولا نعرف الله ولا أنفسنا. لذلك بدون الكتاب المقدّس، الذي موضوعه هو يسوع المسيح فقط، لا نعرف شيئًا ولا نرى سوى الظّلام"[5]. هذا الإثبات القاطع يحتاج إلى مزيد من الإيضاح، إن أردنا أن يفهمه الجميع، فلا يُعتبَر إثباتًا عقائديًّا لا يمكن أن يصل إليه الذين لا يشاركون في إيمان الكنيسة، ولا انحدارًا بكفاءات العقل الطّبيعي المشروعة.

الايمان والمحبّة والحرّيّة

يجب علينا، كمسيحيّين، أن نتجنَّبَ التّجربة التي تحملنا على تقديم إيماننا بمثابة يقين لا جدال فيه مفروض على الجميع. من المؤكّد أنّ باسكال كان حريصًا على أن يعلن لجميع النّاس أنّ "الله والحقيقة لا ينفصلان"[6]. لكنّه كان يعلَم أنّ المؤمن يعمل فقط بنعمة الله، التي يقبلها في قلب حرّ. فبالإيمان التقى هو، شخصيًّا مع "إله إبراهيم، وإله إسحق، وإله يعقوب، وليس مع إله الفلاسفة والعلماء"[7]، وأدرك أنّ يسوع المسيح هو "الطّريق والحقّ والحياة" (يوحنّا 14، 6). لهذا أقترح على كلّ الذين يريدون الاستمرار في البحث عن الحقيقة - وهي مهمّة لا نهاية لها في هذه الحياة - أن يستمعوا إلى بليز باسكال، وهو رجل صاحب ذكاء خارق، أراد أن يذكِّر أنّه لا توجد حقيقة جديرة بالاهتمام، خارج مساعي الحبّ: "قد نصنع من الحقيقة نفسها صنمًا، لأنّ الحقيقة خارج المحبّة ليست الله، هي صورته، وهي صنم يجب ألّا نحبَّه ولا نسجد له"[8].

وهكذا يحمينا باسكال من التّعاليم الكاذبة أو الخرافات أو السّلوك المتحرِّر الذي يُبعد الكثيرين عن السّلام والفرح الباقي، سلام وفرح الذي يريدنا أن نختار ”الحياة والخَير“ وليس ”الموت والشَّرّ“ (تثنية الاشتِراع 30، 15. 19). لكن مأساة حياتنا هي أنّنا لا نرى أحيانًا الرّؤية الصّحيحة، ومن ثَمَّ فإننا نُسِيءُ الاختيار. في الواقع، لا يمكننا أن نتذوَّق سعادة الإنجيل إلّا "إذا غمَرَنا الرّوح القدس بكلّ قدرته، وحرَّرنا من ضعف الأنانيّة، ومن الخمول، ومن الكبرياء"[9]. علاوة على ذلك، "بدون حكمة التّمييز، يمكن أن نصير بسهولة ألعوبة بين نزعات اللحظة"[10]. لهذا فإنّ ذكاء بليز باسكال وإيمانه الحيّ، الذي أراد أن يُظهر لنا أنّ الدّين المسيحيّ "جليل لأنّه يعرف الإنسان جيّدًا" و"محبوب لأنّه يَعِدُ بالخير الحقيقي"[11]، يمكن أن يساعدنا في التّقدّم عبر الظلام وعبر شدائد هذا العالم.

عقل علميّ خارق

توفّيت والدته سنة 1626، وكان بليز باسكال في الثّالثة من عمره. كان والده إتيان (Etienne)، رجل قانون شهير، عُرِف أيضًا بمهاراته العلميّة الكبيرة، لا سيّما في الرّياضيّات والهندسة. عزم إتيان على القيام بنفسه بتربية أبنائه الثّلاثة: جاكلين وبليز وجيلبيرت (Jacqueline, Blaise, Gilberte). فاستقرّ في باريس سنة 1632. وأظهر بليز في وقت مبكِّر جدًّا عقلًا خارقًا وتشدُّدًا في البحث عن الحقيقة، كما تقول أخته جيلبيرت: "منذ مرحلة الطّفولة، كان لا يقبل إلّا بما يبدو واضحًا. وعندما لم يبيِّنوا له السّبب، كان يبحث عنه هو بنفسه"[12]. فاجأ الأب ابنه يومًا وهو يقوم بأبحاث هندسيّة، وسرعان ما أدرك أنّ ابنه، دون أن يعرف أنّ هذه النّظريّات موجودة في كتب تحت أسماء أخرى، كان بليز، البالغ من العمر 12 سنة، قد عرفها بمفرده، وكان يرسمها في التّراب، وهي الفرضيّات الاثنتان والثّلاثون لإقليدس[13]. وتذكّرت جيلبيرت أنّ والدها "أصيب بالفزع أمام عظمة ومقدرة هذه العبقريّة"[14].

في السّنوات التّالية، بذل بليز باسكال كلّ طاقته في العمل لكي يطوِّر موهبته الفريدة. منذ سنّ السّابعة عشرة، أخذ يتردّد على كبار العلماء في عصره. ثمّ تتابعت الاكتشافات والمنشورات بسرعة كبيرة. سنة 1642، كان عمره تسعة عشر سنة، اخترع آلة حاسبة، هي أولى آلاتنا الحاسبة. ما يحفِّزنا في بليز باسكال هو أنّه يذكِّرنا بعظمة العقل البشري، ويدعونا إلى استخدامه لفكّ رموز العالم من حولنا. روح الهندسة فيه، منحته قدرة على الفهم الكامل لكيفيّة عمل دقائق الأشياء، ستفيده طوال حياته، كما أشار إلى ذلك اللاهوتيّ الشّهير، هانز أورس فون بالتازار: "بفضل دقّة الهندسة والعلوم الطّبيعيّة، استطاع أن يبلغ عِلمًا مختلفًا تمامًا، في مجال الوجود والحياة المسيحيّة"[15]. موقفه الواثق من العقل الطّبيعي، جعله متضامنًا مع جميع إخوته البشر الباحثين عن الحقيقة، وسيسمح له بالاعتراف بحدود العقل نفسه، وفي الوقت نفسه، بالانفتاح على العلل الفائقة الطّبيعة التي نجدها في الوحي. بحسب منطق المفارقات الذي هو السّمة المميّزة في فلسفته والسّحر الخاصّ في ”أفكاره“. يقول: "واجهت الكنيسة صعوبة في إثبات أنّ يسوع المسيح هو إنسان، أمام الذين كانوا ينكرون ذلك، كما واجهت صعوبة في إثبات أنّه إله. وكانت المظاهر رائعة أيضًا"[16].

الفلاسفة

كتابات كثيرة لباسكال لها طابع فلسفي، ولا سيّما ”الأفكار“، وهي مجموعة منشورة بعد موته، وهي ملاحظات أو مسودّات فيلسوف كان يحمل في فكره مشروعًا لاهوتيًّا، ويسعى البحَّاثة اليوم، ولو بطرق مختلفة، لإعادة تنظيمه وإظهار انسجامه الأصلي. لم يكن حبّه الهائم بالمسيح وخدمة الفقراء، الذين ذكرتهم في البداية، علامة قطيعة في روح هذا التّلميذ الجريء، بل كان يتعمَّق ويسير نحو راديكاليّة الإنجيل، ويتقدّم نحو حقيقة المسيح الحيّة، بمعونة النّعمة. كان إيمانه يرتكز على يقين فائق الطّبيعة، وكان يراه متطابقًا مع العقل، ولو كان يفوقه إلى ما لا نهاية. وقد أراد أن يدفع المناقشة إلى أقصى حدّ ممكن مع الذين لم يشاركوه إيمانه، لأنّ "الذين ليس لديهم الإيمان، لا يمكننا أن نعطيهم إيّاه إلّا عن طريق العقل، ثمّ ننتظر أن يعطيه الله لهم بمشاعر القلب"[17]. إنّها طريقة من البشارة مليئة بالاحترام والصّبر، ويحسن لجيلنا أن يأخذ بها.

لذلك، من أجل فهم خطاب باسكال عن المسيحيّة فهمًا كاملًا، لا بدّ من الانتباه إلى فلسفته. كان مُعجَبًا بحكمة الفلاسفة اليونانيّين القدماء، الذين استطاعوا أن يجدوا في البساطة والهدوء فنّ العيش، كأعضاء في مدينة: "قد نتخيّل أفلاطون وأرسطو وهما يرتديان جلباب العِلم ويتباهَيان. لكنّهم، كانوا أناسًا مستقيمين مثل الآخرين، يضحكون مع أصدقائهم. وعندما استمتعوا بوضع الشّرائع والسّياسة، (أي المؤلّفات الكبرى التي هي الشّرائع لأفلاطون، والسّياسة لأرسطو)، قاموا بذلك وهم يستمتعون. كانت تلك أقلّ المؤلّفات فلسفة، وأقلّها خطورة في حياتهم. الفلسفة الكبرى هي العيش ببساطة وهدوء"[18]. على الرّغم من عظمة الفلسفة وفائدتها، ميَّزَ باسكال بين حدود الفلسفات: فالرواقيّة تؤدّي إلى الكبرياء[19]، والتّشكيك إلى اليأس[20]. والعقل البشري هو بلا شك أعجوبة الخلق، وهو يميِّز الإنسان بين جميع المخلوقات، لأنّ "الإنسان ليس إلّا قصبة، أضعف ما في الطّبيعة، ولكنّه قصبة تفكِّر"[21]. ونفهم بهذا أنّ حدود الفلاسفة هي ببساطة حدود العقل المخلوق. يقول ديموقريطس: "سأتكلَّم على كلّ شيء"[22]، لكن العقل وحده لا يستطيع حلَّ أسمى القضايا، وأكثرها إلحاحًا. وما هو أهمّ موضوع لنا، في زمن باسكال وكذلك اليوم؟ إنّه المعنى الكامل لمصيرنا ولحياتنا وأملنا، وهي سعادة لا شيء يمنع من أن نتصوّر أنّها أبديّة، لكن الله وحده هو المخوَّل بإعطائها: "لا شيء أهمُّ للإنسان من حالته. ولا شيء يخيفه مثل الأبديّة"[23].

إذا تأمّلنا في ”الأفكار“ لباسكال، نجد نوعًا ما، هذا المبدأ الأساسيّ: "الواقع أوّلًا، ثمّ الفكرة"، لأنّ باسكال يعلِّمنا أن نبتعد عن "مختلف الطّرق التي نسعى بها لإخفاء الواقع"، من المواقف "الملائكيّة"، خارج الجسد، إلى مواقف "العقل غير الحكيمة"[24]. لا شيء أخطر من فكرة بلا واقع: "من يريد أن يظهر مثل ملاك، قد يصير مثل الحيوان"[25]. والأيديولوجيّات القتَّالة التي ما زلنا نعاني منها في المجالات الاقتصاديّة أو الاجتماعيّة أو الأنثروبولوجيّة أو الأخلاقيّة تحجز أتباعها في ملفَّات من العقائد، حيث حلَّت الفكرة محلّ الواقع.

الوضع البشريّ

تصدر فلسفة باسكال، التي عبَّر عنها في أسلوب المفارقات، عن نظرة متواضعة واضحة، تحاول أن تصل إلى "الواقع الذي ينيره العقل"[26]. يبدأ من الملاحظة أنّ الإنسان هو مثل غريب عن نفسه، وهو كبير وبائس. كبير بعقله، بقدرته على ترويض أهوائه، كبير حتّى "لأنّه يعرف أنّه بائس"[27]. وخصوصًا أنّه يطمح إلى أكثر من إشباع غرائزه أو مقاومتها، "لأنّ ما هو طبيعي في الحيوان، نسمّيه شقاء في الإنسان"[28]. هناك تفاوت لا يطاق، من جهة، بين إرادتنا اللامحدودة لنكون سعداء ولنعرف الحقيقة، ومن جهة أخرى، بين عقلنا المحدود وضعفنا المادّي الذي ينتهي بالموت. تكمن قوّة باسكال في واقعيّة ”لا ترحم“: "لا نحتاج إلى كثير من الارتفاع في النّفس، لنفهم أنّه لا يوجد إشباع حقيقيّ وثابت هنا، وأنّ كلّ ملذّاتنا هي مجرّد غرور، وأنّ شرورنا لا حدّ لها، وأخيرًا، أنّ الموت الذي يهدِّدُنا في كلّ لحظة، سيضعنا بشكل محتوم، بعد سنوات قليلة، في الضّرورة الرّهيبة في فناء دائم، أو في شقاء دائم. لا شيء أكثر واقعيّة من ذلك، ولا شيء أكثر رهبة. مهما صنعنا لنظهر أقوياء، هذه هي النّهاية التي تنتظر أجمل حياة في العالم"[29]. أمام هذه المأساة، لا يقدر الإنسان أن يبقى في نفسه، لأنّ شقاءه وعدم اليقين بشأن مصيره، له أمر لا يطاق. لذلك يجب أن يتلهَّى عن نفسه، وهو أمر يعترف به باسكال: "لهذا السّبب يحبّ النّاس كثيرًا الضّوضاء والحركة"[30]. لأنّ الإنسان إن لم يبحث عمَّا يُلهِيه عن نفسه، - وكلّنا نعرف جيّدًا كيف نُلهِي أنفسنا بالعمل، والتّرفيه، والعلاقات العائليّة، أو الصّداقات، وأيضًا مع الأسف، بالرّذائل التي تحملنا عليها بعض أهوائنا -، فإنّ إنسانيّتنا تشعر بالعدم، والخذلان، وعدم الاكتفاء، والتّبعيّة، والعجز، والفراغ. [ويخرج] من أعماق النّفس، الملل، والظّلام، والحزن، والحرد، واليأس"[31]. ومع ذلك، فإنّ التّلهِّي لا يُشبِع رغبتنا الكبيرة في الحياة والسّعادة. هذا كلّنا نعرفه جيّدًا.

إذّاك، يضع باسكال فرضيّته الكبرى: "ما الذي يصرخ ويقوله لنا هذا الجشع وهذا العجز، سوى أنّه كان يومًا في الإنسان سعادة حقيقيّة، ولم يتبقَّ منها الآن سوى أثر وعلامة فارغة، يحاول عبثًا أن يملأها بكلّ ما يحيط به، ساعيًا إلى أن يجد في الأمور الغائبة ما لا يجده في الأمور الحاضرة، لكنّها جميعها غير قادرة، لأنّ هذه الهاوية التي لا حدّ لها، لا يمكن أن يملأها إلّا موضوع لا حدّ له، ولا فناء له، أعني الله نفسه"[32]. إن كان الإنسان مثل "ملك مطرود"[33]، لا يسعى إلّا إلى استعادة عظمته المفقودة، ويرى نفسه غير قادر على ذلك، فما هو إذن؟ "أيُّ وهْم هو الإنسان، أيُّ حداثة، أيُّ وحش، أيُّ فوضى، أيُّ تناقض، أيُّ معجزة، يحكم في كلّ الأشياء، وهو دودة أرض حمقاء، مستودع الحقيقة، وهو بؤرة شكّ وضلال، مجد الكون ونفايته! من يفكِّك كلّ هذا الخلط؟"[34]. يرى باسكال، الفيلسوف، بوضوح، أنّه "بقدر النّور الذي نحصل عليه، سنكتشف بنا مزيد من العظمة في الإنسان ومزيد من الدّناءة"[35]، وأنّه لا يمكن التّوفيق بين هذه الأضداد. لأنّ العقل البشريّ لا يستطيع أن يوفِّق بينها، ولا أن يحلَّ اللغز.

لهذا يقول باسكال إنّه يوجد إله، وإنّ الإنسان تلقَّى وحيًا إلهيًّا - كما تقول أديان كثيرة - وحيث يكون الوحي الصّحيح، فلا بدَّ من أن تكون هناك الإجابة التي ينتظرها الإنسان لحلّ التّناقضات التي تعذِّبه: "عظمة الإنسان وشقاؤه أمر واضح، فمن الضّروريّ أن يعلِّمَنا الدّين الصّحيح، ولا بدَّ من أن يكون هناك مبدأ للعظمة في الإنسان، ومبدأ للشّقاء. ولا بدَّ من أن يبيِّن لنا سبب هذه التّناقضات المذهلة"[36]. وبعد دراسة الأديان الكبرى، خَلُصَ باسكال إلى أنّه "لا يمكن لأيّ شكل من أشكال الفكر، ولا الممارسات الزّهديّة أو الصّوفيّة، أن تقدِّم لنا طريقة للفداء"، إلّا "مقياس الحقيقة الأسمى الذي هو نور النّعمة"[37]. وقال باسكال، متخيِّلًا ما يمكن أن يقوله لنا الإله الحقيقي: "عبثًا، تبحثون، أيّها النّاس، في أنفسكم، عن علاج لمآسيكم. كلّ أنواركم لا يمكنها أن تصل إلّا إلى أن تعرفوا أنّكم لا تقدرون أن تجدوا الحقيقة والخير في أنفسكم. وَعَدَكُم الفلاسفة بذلك ولم يقدروا أن يَفُوا بوعدهم. إنّهم لا يعرفون ما هو خيركم الحقيقي، ولا ما هو [وضعكم الحقيقي]"[38].

عند وصوله إلى هذا الحدّ، فإنّ باسكال، الذي تفحّص بقوّة ذكائه النّادرة حالة الإنسان، والكتاب المقدّس، وتقليد الكنيسة، يريد أن يقدِّم نفسه، ببساطة روح الطّفولة، شاهدًا متواضعًا للإنجيل. إنّه هذا المسيحيّ الذي يريد أن يتحدّث عن يسوع المسيح إلى الذين قرّروا على عجل أنّه لا يوجد سبب كافٍ للإيمان بالحقائق المسيحيّة. وأمامهم، يَعرف باسكال بالخبرة، أن ما ورد في الوحي، لا يعارض متطلّبات العقل، بل يأتي بجواب غير مسبوق، لم يكن من الممكن أن تصل إليها أيّة فلسفة بمفردها.

الاهتداء: افتقاد الرّبّ

في 26 تشرين الثّاني/نوفمبر 1654، عرف باسكال اختبارًا صعبًا، نذكره حتّى اليوم بعبارة ”ليلة النّار“. كانت خبرة صوفيّة جعلته يسكب دموع الفرح، وكانت شديدة وحاسمة إلى حدّ أنّه سجَّلها على ورقة أرَّخها بدقّة، وسمَّاها ”الذّكرى“، ثمّ وضعها في بطانة معطفه، ولم تُكتَشَف إلّا بعد وفاته. إن كان من المستحيل معرفة طبيعة ما حدث بالضّبط في نفس باسكال في تلك الليلة، إلّا أنّه لقاء شبَّهه هو نفسه، بلقاء مماثل، أساسيّ، في كلّ تاريخ الوحي والخلاص، وهو لقاء موسى مع الله عند العُلَّيقَة المشتعلة (راجع خروج 3). إنّ لفظة "النّار"[39]، التي أراد باسكال أن يضعها في رأس ”الذّكرى“، يدعونا، مع احترام خصوصيّة كلّ حدث، إلى اقتراح هذه المقارنة. يبدو أنّ باسكال نفسه يشير إليها إذ إنّه ذكر فورًا بعد لفظة النّار، الاسم الذي تسَمَّى به الله أمام موسى عند العُلَّيقَة: "إِلهُ إِبْراهيم وإِلهُ إِسحق وإِلهُ يَعْقوب" (خروج 3، 6. 15)، وأضاف: "لا إله الفلاسفة والعلماء. هذا اليقين. هذا اليقين. والشّعور. والفرح. والسّلام. إله يسوع المسيح".

نعم، إلهنا هو فرح، ويشهد بليز باسكال بذلك للكنيسة كلّها، ولكلّ من يبحث عن الله: "إنّه ليس الإله المجرَّد، ولا الإله الكونيّ، كلّا. إنّه إله شخص، إنّه إله يدعو، إنّه إله إبراهيم وإسحق ويعقوب. إنّه اليقين والشّعور والفرح"[40]. هذا اللقاء، الذي أكّد لباسكال "عظمة النّفس البشريّة"، غمره بفرح حيٍّ لا ينضب: "فرح، فرح، فرح، ودموع فرح". وصار هذا الفرح الإلهيّ لباسكال مكان الاعتراف والصّلاة: "يسوع المسيح. انفصَلْتُ عنه. هرَبْتُ منه. كفَرْتُ به. وصلَبْتُه. أرجو ألّا يفصلني شيء عنه بعد اليوم"[41]. إنّه اختبارُ حُبِّ الإله الشّخصيّ، يسوع المسيح، الذي شاركنا في تاريخنا، وما زال يشاركنا في حياتنا. إنّه الاختبار الذي قاد باسكال إلى طريق الاهتداء العميق، وبالتّالي في هذا "الزّهد الشّامل والعذب"[42]، والمعاش في المحبّة، "بالإِنسان القَديم الَّذي تُفسِدُه الشَّهَواتُ الخادِعة" (أفسُس 4، 22).

ذكّرنا القدّيس يوحنا بولس الثّاني في رسالته العامّة حول العلاقة بين الإيمان والعقل، أنّ "الفلاسفة أمثال بليز باسكال"، يتميّزون برفضهم لكلّ "غرور"، ويتّخذون موقفًا فيه "تواضع" بقدر ما فيه ”شجاعة“. وقد اختبروا أنّ "الإيمان يحرِّر العقل من الغرور"[43]. قبل ليلة 23 تشرين الثّاني/نوفمبر 1654، من الواضح أنّ باسكال "لم يكن لديه شكّ في وجود الله. وهو يَعلَم أيضًا أنّه الله هو الخير المطلق. […] ما ينقصه وما ينتظره ليس أن يعرف بل أن يقدر، ليست حقيقة بل قوّة"[44]. والآن تُعطى له هذه القوّة بالنّعمة: إنّه يشعر بالانجذاب، بيقين وفرح، إلى يسوع المسيح: "إنَّا لا نعرف الله إلّا بيسوع المسيح. بدون هذا الوسيط، ينقطع كلّ اتّصال مع الله"[45]. اكتشاف يسوع المسيح هو اكتشاف المخلّص والمحرّر الذي أحتاج إليه: "ليس هذا الإله إلّا مصلح شقائنا. لذلك لا نقدر أن نعرف الله إلّا إذا عرفنا آثامنا"[46]. مثل كلّ اهتداء حقيقيّ، كان اهتداء بليز باسكال في التّواضع، الذي ينقذنا "من الضّمير المنعزل ومن المرجعيّة الذاتيّة"[47].

إنّ ذكاء بليز باسكال خارق العادة والقَلِق، والمليء بالسّلام والفرح أمام وَحيِ يسوع المسيح، يدعونا، حسب "نظام القلب"[48]، إلى السّير بثقة في ضوء هذه "الأنوار السّماويّة"[49]. لأنّه إن كان إلهنا ”إلهًا مخفيًّا“ (راجع أشعيا 45، 15)، فذلك لأنّه "أراد أن يختبئ"[50]، حتّى لا يكفَّ عقلنا، المستنير بالنّعمة، عن السّعي لاكتشافه. فبنور النّعمة إذن يمكن أن نعرفه. لكن حرّيّة الإنسان يجب أن تنفتح على النّعمة، ويسوع يعزّينا بقوله: "لو لم تجِدْني لما طلبْتَني"[51].

نظام القلب وأسباب الإيمان

قال البابا بندكتس السّادس عشر، "لقد رفض التّقليد الكاثوليكي منذ البداية ما يسمّى بالإيمان ضدّ العقل"[52]. على هذا الصّعيد، باسكال مرتبط بشدّة بـ "ضرورة العقل مع الإيمان بالله"[53]، ليس فقط لأنّه "لا يمكن إجبار العقل على تصديق ما يعرف أنّه خطأ"[54]، ولكن أيضًا لأنّنا "إذا خالفنا مبادئ العقل، سيكون الدّين سخيفًا ومهزلة"[55]. أمّا إذا كان الإيمان معقولًا، فهو أيضًا هبة من الله، ولا يمكن أن يُفرَضَ فرضًا. قال باسكال بنعومة وبشيء من المزاح، مقارنًا بين الحبّ البّشري، والحبّ الذي به يعاملنا الله، قال: "لا يبرهن المرء على أنّه يجب أن يُحَبّ ببيان الأسباب، فذلك سخيف"[56]. مثل الحبّ الذي "يُعرَضُ ولا يُفرَض، كذلك حبّ الله لا يُفرَضُ أبدًا"[57]. شهد يسوع للحقّ (راجع يوحنّا 18، 37) لكنّه "لم يُرِدْ أن يفرضه بالقوّة على خصومه"[58]. لهذا السّبّب "هناك ما يكفي من النّور للذين يرغبون فقط في أن يروا، وما يكفي من الظّلمة للذين لديهم استعداد معاكس"[59].

وينتهي به الأمر إلى القول إنّ "الإيمان يختلف عن الدّليل عليه. الدّليل بشري والايمان هبة من الله"[60]. ومن ثمَّ، من المستحيل أن نؤمن "ما لم يَعطِفْ الله بقلبنا إليه"[61]. إذا كان الإيمان من نظام أعلى من العقل، هذا لا يعني بالتّأكيد أنّه يعارضه، بل يعني أنّه يعلو فوقه إلى ما لا نهاية. لذا فإنّ قراءة أعمال باسكال لا تعني أوّلًا اكتشاف السّبّب الذي يلقي الضّوء على الإيمان، بل أن يضع القارئ نفسه في مدرسة إنسان مسيحيّ يتمتّع بقوّة عقل استثنائيّة، استطاع بها أن يفسِّر، بصورة أفضل، نظامًا وضعه الله بهبة منه فوق العقل: "المسافة غير المحدودة بين الأجساد والأرواح تمثّل المسافة غير المحدودة والتي تفوقها بدرجات كثيرة، بين الأرواح وبين المحبّة، لأنّها فائقة الطّبيعة"[62]. كان بليز باسكال عالمـًا متمرِّسًا في الهندسة، أي في عِلم الأجساد المـُلقاة في الفضاء، وكان عالم هندسة متمرِّسًا في الفلسفة، أي عِلم الأذهان المـُلقَاة في التّاريخ، فاستطاع أن يضيء بنعمة الإيمان كامل خبرته، قال: "من بين جميع الأجسام معًا، لا يمكن أن نستخرج فكرة صغيرة واحدة. هذا مستحيل لأنّ النّظام يختلف. ومن بين جميع الأجسام والأذهان لا يمكن أن نستخرج عمل محبّة حقيقيّة. هذا مستحيل لأنّ النّظام يختلف، وهو فائق للطّبيعة"[63].

لا روح الهندسة ولا العقل الفلسفيّ تسمح للإنسان بأن يصل وحده إلى "رؤية واضحة" للعالم ولذاته. المتأمّل في تفاصيل حساباته لا يقدر أن تكون له نظرة شاملة تسمح له ”برؤية جميع المبادئ“. هذه هي حقيقة "الرّوح النّافذة"، التي يشيد باسكال بمزاياها أيضًا، لأنّه عندما يسعى المرء إلى فهم الواقع، "فإنّه يجب عليه أن يرى الشّيء كلّه، فجأة بنظرة واحدة"[64]. هذه الرّوح النّافذة هي مجال ما يرتبط بما يسمّيه باسكال ”القلب“: "نحن نعرف الحقيقة ليس فقط بالعقل ولكن أيضًا بالقلب، وبهذا النّوع من المعرفة نعرف المبادئ الأولى، وعبثًا يحاول العقل الذي لا دور له فيها، أن يعارضها"[65]. والحقائق الإلهيّة، مثل حقيقة أنّ الله الذي خلقنا هو محبّة، وأنّه أب وابن وروح قدس، وأنّه تجسّد في يسوع المسيح، الذي مات ثمّ قام من بين الأموات من أجل خلاصنا، كلّ ذلك لا يمكن إثباته بالعقل، ولكن يمكن معرفته بيقين الإيمان، ثمّ ينتقل من القلب الرّوحي إلى الرّوح العاقل، فيعترف العقل بذلك كلّه أنّه حقيقة، ويمكن أن يشرحه بدوره: "لهذا، فإنّ الذين أعطاهم الله الدّين بمشاعر القلب هم سعداء للغاية، ولهم قناعتهم المشروعة"[66].

لم يَرضَ باسكال قطّ بالواقع أنَّ بعض إخوته البشر لا يعرفون يسوع المسيح، وليس ذلك فقط، بل يزدرون، عن كسل أو بسبب أهوائهم، أن يأخذوا الإنجيل على محمل الجدّ. لأنّ حياتهم متوقّفة على يسوع المسيح. "خلود النّفس أمر بالغ الأهميّة، وله أثر عميق فينا. يجب أن نكون عديمي الشّعور حتّى لا نكترث لنعرف أين نحن منه. [...] ولهذا السّبّب، أنا أميِّز في غير المقتنعين بهذا الأمر، بين الذين يبذلون كلّ جهدهم ليعرفوا، وبين الذين يعيشون بلا مبالاة أو بدون تفكير في الأمر"[67]. نحن أنفسنا، نعلَم جيّدًا أنّنا نسعى مرارًا إلى الهرب من الموت، أو نحاول السّيطرة عليه، معتقدين أنّه يمكننا "استبعاد فكرة نهايتنا" أو "أن ننزع من الموت سلطانه، ونطرد عنَّا الخوف. لكن الإيمان المسيحيّ ليس وسيلة لطرد الخوف من الموت، بل يساعدنا لمواجهته. عاجلًا أم آجلًا، سنمُرُّ جميعًا بهذا الباب... والنّور الحقيقيّ الذي ينير سرّ الموت يأتي من قيامة المسيح"[68]. نعمة الله وحدها تسمح لقلب الإنسان بالوصول إلى مرتبة المعرفة الإلهيّة، المحبّة. هذا ما جعل أحد المفسِّرين المعاصرين الكبار لباسكال يكتب أنّ "الفكر لا ينجح أن يفكِّر مسيحيًّا إلّا إذا أدرك ما أتانا به يسوع المسيح، أي المحبّة"[69].

باسكال والجدل والمحبّة

قبل الختام، يجب أن أذكر علاقة باسكال بالجانسينيّة. دخلت إحدى أخواته، جاكلين، الدّير في بورت رويال، في رهبنة متأثّرة جدًّا بكورنيليوس جانسين، المعروف باسم جانسينيوس. وقد كتب بحثًا بعنوان ”أغسطينس“، صدر سنة 1640. وجاء باسكال، بعد ”ليلة النّار“ ليقضي أيّام خلوة ورياضة روحيّة في دير بورت رويال، في كانون الثّاني/يناير 1655. وفي الأشهر التي تلت، قام جدل كبير، وكان قديمًا، بين اليسوعيّين و”الجانسينيّين“، الذين كانوا مرتبطين بكتاب ”أغسطينس“، وذلك في جامعة السّوربون، في باريس. تمحور الخلاف بشكل رئيسيّ حول مسألة نعمة الله، وعلاقة النّعمة بالطّبيعة البّشريّة، ولا سيّما بحرّيّة الإنسان. باسكال، على الرّغم من أنّه لم يكن ينتمي إلى جماعة بورت رويال، ولم يكن مع أيّ من الطّرفين، - سيكتب فيما بعد: "أنا وحدي [...]، أنا لست من بورت رويال"[70]، لكن كلَّفه الجانسينيّون بالدّفاع عنهم، وكانت طريقته في البلاغة لا تضاهى. قام بذلك في سنة 1656 و 1657، وأصدر سلسلة من ثماني عشرة رسالة، عُرِفت باسم Provinciales (الرّسائل الإقليميّة).

كانت بعض الأقوال المنسوبة إلى ”الجانسينيّين“ معارضة فعلًا للإيمان[71]، وقد اعترف باسكال بذلك، وأنكر وجودها في كتاب ”أغسطينس“، وأن تتبعها جماعة بوررت رويال. وكذلك بعض الإثباتات بخصوص إرادة الله السّابقة، المستمدّة من لاهوت القدّيس أغسطينس، والتي صاغها جاسينيوس، كانت لا تبدو صحيحة. ومع ذلك، يجب أن نفهم أنّه، كما أراد القدّيس أغسطينس في القرن الخامس محاربة البيلاجيّين، الذين كانوا يؤكّدون أنّ الإنسان يستطيع، بقدرته البشريّة فقط، وبدون نعمة الله، أن يصنع الخير ويَخلُص، اعتقد باسكال أيضًا صادقًا أنّه كان يهاجم البيلاجيانيّة أو شبه البيلاجيانيّة، التي اعتقد أنّه وجدها في تعاليم اليسوعيّين الميلونيّين، نسبة إلى اللاهوتي لويس مولينا، الذي توفّي سنة 1600، لكنّ تأثيره كان لا يزال كبيرًا في منتصف القرن السّابع عشر. على كلّ حال، يمكن أن نعترف، في هذه القضيّة، بفضل باسكال لصراحته وصدق نواياه.

هذه الرّسالة ليست بالتّأكيد المكان المناسب للعودة إلى فتح القضيّة. إنّما ما هو صحيح في مواقف باسكال فهو صحيح اليوم أيضًا: "البيلاجيانيّة الجديدة"[72] تقول إنّ كلّ شيء يعتمد على"الجهد البشري الذي توجّهه أحكام وبِنى كنسيّة"[73]، ونعرف ما هي حين "تملأنا بالغرور أنّنا نصنع خلاصنا بجهودنا"[74]. والآن علينا أن نؤكّد أنّ آخر موقف لباسكال فيما يتعلّق بالنّعمة، وبعمل الله، هو: إنّ الله "يُريدُ أَن يَخْلُصَ جَميعُ النَّاسِ ويَبلُغوا إِلى مَعرِفَةِ الحَقّ" (1 طيموتاوس 2، 4)، وقد عبَّر عن نفسه، في نهاية حياته، بعبارات هي مواقف كاثوليكيّة صريحة.[75]

قُلت في البداية، إنّ بليز باسكال، في نهاية حياته القصيرة والثّرية والمثمرة بشكل غير عادي، وضع حبّ إخوته في المرتبة الأولى. كان يشعر ويعرف أنّه عضو في جسد واحد، لأنّ الله "الذي خلق السّماء والأرض وهي لا تشعر بسعادة وجودها، أراد أن يصنع كائنات تعرفه وتؤلِّف أعضاء يفكِّرون"[76]. باسكال، في مكانه كمؤمن علماني، عرف فرح الإنجيل، والرّوح الذي يريد أن يخصب ويشفي "كلّ أبعاد الإنسان"، ويجمع "كلّ النّاس على مائدة الملكوت"[77]. عندما قام باسكال بتأليف صلاته المؤثّرة ليطلب من الله أن يلهمه حُسنَ استخدام المرض، سنة 1659، كان رجلًا قد حقَّق السّلام في نفسه، وترك الجدل، حتّى الدّفاع عن الإيمان. ولمَّا اشتدَّ عليه المرض، وأشرف على الموت، طلب القربان الأقدس، ولم يتِمَّ له ذلك على الفور، فقال لأخته: "لا أستطيع أن أتّحد بالرأس [يسوع المسيح]، فأوَدُّ أن أتّحد بالأعضاء"[78]. وكان له "رغبة كبيرة في أن يموت بصحبة الفقراء"[79]. "ومات في بساطة الطّفل"[80]، هكذا قالوا فيه قبل موته بقليل، في 19 آب/أغسطس 1662. وبعد أن قَبِلَ الأسرار المقدّسة، كانت كلماته الأخيرة: "لا يتركني الله أبدًا"[81].

ليكُنْ نور عمله ومثال حياته المتأصّلة في يسوع المسيح عونًا لنا لنتابع مسيرتنا حتّى النّهاية إلى الحقيقة والتّوبة والمحبّة، لأنّ حياة الإنسان قصيرة جدًّا: "فرح أبدي ويوم استعداد واحد على الأرض"[82].

روما، بازيليكا القدّيس يوحنّا في اللاتران، يوم 19 حزيران/يونيو 2023.

فرنسيس

[01010-AR.01] [Testo originale: Italiano]

[B0451-XX.02]

[1] باسكال، الأفكار، بحسب ترقيم لافوما، رقم 199.

Pascal, Pensées, numérotation Lafuma, n. 199.

[2] جيلبيرت بيريي، حياة باسكال، في مجموعة المؤلّفات، لميشيل لي غيرن، 1، باريس، 1998، 91.

G. Périer, Vie de M. Pascal, in Œuvres complètes, par M. Le Guern, I, Paris, 1998, p. 91.

[3] باسكال، الأفكار، بحسب ترقيم لافوما، رقم 270.

[4] المرجع نفسه، رقم 148.

[5] المرجع نفسه، رقم 417.

[6] باسكال، محادثات مع لويس إسحق دي ساسي، في مجموعة المؤلّفات، لميشيل لي غيرن، 2، باريس، 2000، 90.

Pascal, Entretien avec M. de Sacy, in Œuvres complètes, par M. Le Guern, II, Paris, 2000, p. 90.

[7] باسكال، الأفكار (الذّكرى)، بحسب ترقيم لافوما، رقم 913.

Pascal, Pensées (Mémorial), Laf., n. 913.

[8] باسكال، الأفكار (سرّ يسوع)، بحسب ترقيم لافوما، رقم 926.

Pascal, Pensées (Le Mystère de Jésus), Laf., n. 926.

[9] الإرشاد الرّسوليّ، اِفرحوا وابتَهِجوا (19 آذار/مارس 2018)، رقم 65.

Exhort. ap., Gaudete et exsultate (19 mars 2018), n. 65.

[10] المرجع نفسه، رقم 167.

[11] باسكال، الأفكار، بحسب ترقيم لافوما، رقم 12.

[12] جيلبيرت بيريي، حياة باسكال، 64.

[13] راجع المرجع نفسه، 65.

[14] المرجع نفسه.

[15] باسكال، في المجد والصّليب، النّهج، 2، باريس، 1972، 78.

«Pascal», in La Gloire et la Croix, Styles, II., Paris, 1972, p. 78.

[16] باسكال، الأفكار، بحسب ترقيم لافوما، رقم 307.

[17] المرجع نفسه، رقم 110.

[18] المرجع نفسه، رقم 533.

[19] راجع باسكال، محادثات مع لويس إسحق دي ساسي، 98.

[20] راجع باسكال، الأفكار، بحسب ترقيم لافوما، رقم 208.

[21] المرجع نفسه، رقم 200.

[22] المرجع نفسه، رقم 199.

[23] المرجع نفسه، رقم 427.

[24] الإرشاد الرّسوليّ، فرح الإنجيل (24 تشرين الثّاني/نوفمبر 2013)، رقم 231.

Exhort. ap., Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 231.

[25] باسكال، الأفكار، بحسب ترقيم لافوما، رقم 678.

[26] الإرشاد الرّسوليّ، فرح الإنجيل، رقم 232.

[27] باسكال، الأفكار، بحسب ترقيم لافوما، رقم 114.

[28] المرجع نفسه، رقم 117.

[29] المرجع نفسه، رقم 427.

[30] المرجع نفسه، رقم 136.

[31] المرجع نفسه، رقم 622.

[32] المرجع نفسه، رقم 148.

[33] المرجع نفسه، رقم 116.

[34] المرجع نفسه، رقم 131.

[35] المرجع نفسه، رقم 613.

[36] المرجع نفسه، رقم 149.

[37] هانس أورس فون بالتازار، ”باسكال“، في المجد والصّليب، 82.

H.U. von Balthasar, «Pascal», in La Gloire et la Croix, p. 82.

[38] باسكال، الأفكار، بحسب ترقيم لافوما، رقم 149.

[39] باسكال، الأفكار (الذّكرى)، بحسب ترقيم لافوما، رقم 913.

[40] المقابلة العامّة، 3 حزيران/يونيو 2020.

[41] باسكال، الأفكار (الذّكرى)، بحسب ترقيم لافوما، رقم 913.

[42] المرجع نفسه.

[43] رسالة عامّة بابويّة، الإيمان والعقل (14 أيلول/سبتمبر 1998)، رقم 76: أعمال الكرسي الرّسولي 91 (1999)، 64.

Lett. Enc., Fides et Ratio )14 septembre 1998(, 76: AAS 91 (1999), 64.

[44] هنري جوهييه، بليز باسكال، شروحات، باريس، 1971، 44-45.

H. Gouhier, Blaise Pascal. Commentaires, Paris, 1971, p. 44-45.

[45] باسكال، الأفكار، بحسب ترقيم لافوما، رقم 189.

[46] المرجع نفسه.

[47] الإرشاد الرّسوليّ، فرح الإنجيل، رقم 8.

[48] راجع باسكال، الأفكار، بحسب ترقيم لافوما، رقم 298.

[49] المرجع نفسه، رقم 208.

[50] المرجع نفسه، رقم 242.

[51] باسكال، الأفكار (سرّ يسوع)، بحسب ترقيم لافوما، رقم 919.

[52] المقابلة العامّة، 21 تشرين الثّاني/نوفمبر 2012.

[53] المرجع نفسه.

[54] باسكال، محادثات مع لويس إسحق دي ساسي، 87.

[55] باسكال، الأفكار، بحسب ترقيم لافوما، رقم 173.

[56] المرجع نفسه، رقم 298.

[57] عظة في عيد يسوع الملك، 20 تـشرين الثّاني/نوفمبر 2022.

[58] المجمع الفاتيكاني الثّاني، بيان، كرامة الإنسان، رقم 11.

[59] باسكال، الأفكار، بحسب ترقيم لافوما، رقم 149.

[60] المرجع نفسه، رقم 7.

[61] المرجع نفسه، رقم 380.

[62] المرجع نفسه، رقم 308.

[63] المرجع نفسه.

[64] المرجع نفسه، رقم 512.

[65] المرجع نفسه، رقم 110.

[66] المرجع نفسه.

[67] المرجع نفسه، رقم 427.

[68] المقابلة العامّة، 9 شباط/فبراير 2022.

[69] جان لوك ماريون، الميتافيزيقيا وما بعدها، باريس، 2023، 356.

J.-L. Marion, La Métaphysique et après, Paris, 2023, p. 356.

[70] باسكال، الرسالة الإقليميّة السّابعة عشرة، في مجموعة المؤلّفات، لميشيل لي غيرن، 1، باريس، 2000، 781.

Pascal, Dix-septième lettre provinciale, in Œuvres complètes, par M. Le Guern, I, Paris, 2000, p. 781.

[71] راجع برينو نيفي، الخطأ وحكمه: ملاحظات على التصحيحات العقائدية في العصر الحديث، نابولي، 1993.

Cf. Bruno Neveu, L’erreur et son juge: remarques sur les censures doctrinales à l’époque moderne, Naples, 1993.

[72] راجع مجمع عقيدة الإيمان، الرّسالة حسن لدى الله (22 شباط/فبراير 2018)؛ الإرشاد الرّسوليّ، اِفرحوا وابتَهِجوا، رقم 57-59.

Cf. Cong. pour la Doctrine de la Foi, Lett. Placuit Deo (22 février 2018); Exhort. ap., Gaudete et exsultate, nn. 57-59.

[73] الإرشاد الرّسوليّ، اِفرحوا وابتَهِجوا، رقم 59.

[74] رسالة بابويّة، Desiderio desideravi (29 حزيران/يونيو 2022)، رقم 20.

[75] راجع باسكال، الأفكار (سرّ يسوع)، بحسب ترقيم لافوما، رقم 931. في بداية هذا المقطع نجد هذه الجملة بين قوسين: "أُحبّ كلّ الناس كإخوتي، لأنّ يسوع افتداهم جميعًا".

[76] باسكال، الأفكار، بحسب ترقيم لافوما، رقم 360.

[77] الإرشاد الرّسوليّ، فرح الإنجيل، رقم 237.

[78] جيلبيرت بيريي، حياة باسكال، 92-93.

[79] المرجع نفسه، 93.

[80] المرجع نفسه، 90.

[81] المرجع نفسه، 94.

[82] باسكال، الأفكار (الذّكرى)، بحسب ترقيم لافوما، رقم 913.