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Messaggio del Santo Padre in occasione della Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità

Messaggio del Santo Padre

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Pubblichiamo di seguito il Messaggio che il Santo Padre Francesco ha inviato in occasione della Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità, che ricorre oggi sabato 3 dicembre:

Messaggio del Santo Padre

Cari fratelli e sorelle!

Tutti noi, come direbbe l’apostolo Paolo, portiamo il tesoro della vita in vasi di creta (cfr 2 Cor 4,7), e la Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità ci invita a comprendere che la nostra fragilità non offusca in alcun modo «lo splendore del glorioso vangelo di Cristo», ma rivela «che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi» (2 Cor 4,4.7). Ad ognuno, infatti, senza meriti e senza distinzioni, è donato il vangelo tutto intero e, con esso, il gioioso compito di annunciarlo. «Tutti siamo chiamati ad offrire agli altri la testimonianza dell’amore salvifico del Signore, che al di là delle nostre imperfezioni ci offre la sua vicinanza, la sua Parola, la sua forza, e dà senso alla nostra vita» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 121). Comunicare il vangelo, infatti, non è un compito riservato solo ad alcuni, ma diventa una necessità imprescindibile di chiunque abbia sperimentato l’incontro e l’amicizia con Gesù.[1]

La fiducia nel Signore, l’esperienza della sua tenerezza, il conforto della sua compagnia non sono privilegi riservati a pochi, né prerogative di chi ha ricevuto un’accurata e prolungata formazione. La sua misericordia, al contrario, si lascia conoscere e incontrare in maniera tutta particolare da chi non confida in sé e sente la necessità di abbandonarsi al Signore e di condividere con i fratelli. Si tratta di una saggezza che cresce man mano che aumenta la coscienza del proprio limite, e che permette di apprezzare ancora di più la scelta d’amore dell’Onnipotente di chinarsi sulla nostra debolezza. È una consapevolezza che libera dalla tristezza del lamento – anche il più motivato – e permette al cuore di aprirsi alla lode. La gioia che riempie il volto di chi incontra Gesù e a Lui affida la propria esistenza non è un’illusione o frutto di ingenuità, è l’irrompere della forza della sua Risurrezione in una vita segnata dalla fragilità.

Si tratta di un vero e proprio magistero della fragilità che, se venisse ascoltato, renderebbe le nostre società più umane e fraterne, inducendo ognuno di noi a comprendere che la felicità è un pane che non si mangia da soli. Quanto la consapevolezza di aver bisogno l’uno dell’altro ci aiuterebbe ad avere relazioni meno ostili con chi ci sta accanto! E quanto la constatazione che neanche i popoli si salvano da soli spingerebbe a cercare soluzioni per i conflitti insensati che stiamo vivendo!

Oggi vogliamo ricordare la sofferenza di tutte le donne e di tutti gli uomini con disabilità che vivono in situazione di guerra, o di coloro che si trovano a portare una disabilità a causa dei combattimenti. Quante persone – in Ucraina e negli altri teatri di guerra – rimangono imprigionate nei luoghi dove si combatte e non hanno nemmeno la possibilità di fuggire? È necessario prestare loro speciale attenzione e facilitare in ogni modo il loro accesso agli aiuti umanitari.

Il magistero della fragilità è un carisma del quale voi – sorelle e fratelli con disabilità – potete arricchire la Chiesa: la vostra presenza «può contribuire a trasformare le realtà in cui viviamo, rendendole più umane e più accoglienti. Senza vulnerabilità, senza limiti, senza ostacoli da superare, non ci sarebbe vera umanità».[2] Ed è per questo che mi rallegro che il cammino sinodale si stia dimostrando un’occasione propizia per ascoltare finalmente anche la vostra voce, e che l’eco di tale partecipazione sia giunta nel documento preparatorio per la tappa continentale del Sinodo. In esso si afferma: «Numerose sintesi segnalano la mancanza di strutture e modalità di accompagnamento appropriate alle persone con disabilità, e invocano nuovi modi per accogliere il loro contributo e promuovere la loro partecipazione: a dispetto dei suoi stessi insegnamenti, la Chiesa rischia di imitare il modo in cui la società le mette da parte. Le forme di discriminazione elencate – la mancanza di ascolto, la violazione del diritto di scegliere dove e con chi vivere, il diniego dei Sacramenti, l’accusa di stregoneria, gli abusi – ed altre, descrivono la cultura dello scarto nei confronti delle persone con disabilità. Esse non nascono per caso, ma hanno in comune la stessa radice: l’idea che la vita delle persone con disabilità valga meno delle altre».[3]

Il Sinodo, soprattutto, con il suo invito a camminare insieme e ad ascoltarsi a vicenda, ci aiuta a comprendere come nella Chiesa – anche per quello che riguarda la disabilità – non esista un noi e un loro, ma un unico noi, con al centro Gesù Cristo, dove ognuno porta i propri doni e i propri limiti. Tale consapevolezza, fondata sul fatto che siamo tutti parte della stessa umanità vulnerabile assunta e santificata da Cristo, elimina qualsiasi arbitraria distinzione e apre le porte alla partecipazione di ciascun battezzato alla vita della Chiesa. Ma, ancor più, laddove il Sinodo è stato davvero inclusivo, esso ha permesso di sfatare pregiudizi radicati. Sono infatti l’incontro e la fraternità ad abbattere i muri di incomprensione e a vincere la discriminazione; per questo auspico che ogni comunità cristiana si apra alla presenza di sorelle e fratelli con disabilità assicurando sempre ad essi l’accoglienza e la piena inclusione.

Che si tratti di una condizione che riguarda noi, non loro, lo si scopre quando la disabilità, in maniera temporanea o per il naturale processo di invecchiamento, coinvolge noi stessi o qualcuno dei nostri cari. In questa situazione si inizia a guardare alla realtà con occhi nuovi, e ci si rende conto della necessità di abbattere anche quelle barriere che prima sembravano insignificanti. Tutto questo, tuttavia, non scalfisce la certezza che qualsiasi condizione di disabilità – temporanea, acquisita o permanente – non modifica in alcun modo la nostra natura di figli dell’unico Padre e non altera la nostra dignità. Il Signore ci ama tutti dello stesso amore tenero, paterno e incondizionato.

Cari fratelli e sorelle, vi ringrazio per le iniziative con cui animate questa Giornata Internazionale per le Persone con Disabilità. Le accompagno con la preghiera. Di cuore benedico tutti voi, e vi chiedo per favore di pregare per me.

Roma, San Giovanni in Laterano, 3 dicembre 2022

FRANCESCO

___________________

[1] Cfr Messaggio in occasione della Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità, 20 novembre 2021.

[2] La Chiesa è la nostra casa. Sintesi della consultazione sinodale speciale di persone con disabilità, a cura del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, n. 2: cfr Sito web del Dicastero LFV.

[3] Documento di lavoro per la tappa continentale del Sinodo sulla sinodalità, 36.

[01889-IT.01] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua francese

Chers frères et sœurs,

tous, comme le dirait l’apôtre Paul, nous portons le trésor de la vie dans des vases d’argile (cf. 2 Co 4, 7). La Journée Internationale des Personnes Handicapées nous invite à prendre conscience que notre fragilité ne ternit en rien «la splendeur de l’Évangile, la gloire du Christ», mais révèle «que cette puissance extraordinaire appartient à Dieu, et ne vient pas de nous» (2 Co 4, 4.7). En effet, sans mérites et sans discriminations, l’Évangile est donné tout entier à chacun et, avec lui, la joyeuse tâche de le proclamer. «Nous sommes tous appelés à offrir aux autres le témoignage explicite de l’amour salvifique du Seigneur, qui, bien au-delà de nos imperfections, nous donne sa proximité, sa Parole, sa force, et donne sens à notre vie» (Exhort. ap. Evangelii gaudium, n. 121). Communiquer l’Évangile, en effet, n’est pas une tâche réservée à certains, mais devient une nécessité incontournable pour quiconque a fait l’expérience de la rencontre et de l’amitié avec Jésus.[1]

La confiance dans le Seigneur, l’expérience de sa tendresse, le réconfort de sa compagnie ne sont pas des privilèges réservés à quelques-uns, ni des prérogatives de qui a reçu une formation soignée et prolongée. Sa miséricorde, au contraire, se laisse connaître et rencontrer de manière très particulière par celui qui n’a pas confiance en soi et qui ressent le besoin de s’abandonner au Seigneur et de partager avec ses frères. C’est une sagesse qui grandit au fur et à mesure que l’on prend conscience de ses propres limites, et qui permet d’apprécier plus encore le choix aimant du Tout-Puissant de se baisser sur notre faiblesse. C’est une prise de conscience qui libère de la tristesse de la plainte – même la plus justifiée – et qui permet au cœur de s’ouvrir à la louange. La joie qui remplit le visage de celui qui rencontre Jésus et qui Lui confie son existence n’est pas une illusion ni le fruit de la naïveté. Elle est l’irruption de la puissance de sa Résurrection dans une vie marquée par la fragilité.

Il s’agit d’un véritable magistère de la fragilité qui, s’il était écouté, rendrait nos sociétés plus humaines et fraternelles en amenant chacun à comprendre que le bonheur est un pain qui ne se mange pas seul. Combien la prise de conscience que nous avons besoin les uns des autres nous aiderait à avoir des relations moins hostiles avec celui qui est proche ! Et combien la prise de conscience que les peuples non plus ne se sauvent pas tout seuls, nous inciterait à chercher des solutions aux conflits insensés que nous vivons !

Aujourd’hui, nous voulons nous souvenir de la souffrance de toutes les femmes et de tous les hommes qui ont un handicap et qui vivent en situation de guerre, ou bien de ceux qui se retrouvent avec un handicap à cause des combats. Combien de personnes – en Ukraine et dans d’autres théâtres de guerre – restent emprisonnées dans les lieux où se déroulent les combats et n’ont pas la possibilité de s’échapper ? Il est nécessaire de leur accorder une attention particulière et de leur faciliter, par tous les moyens, l’accès aux aides humanitaires.

Le magistère de la fragilité est un charisme avec lequel vous pouvez – sœurs et frères en situation de handicap – enrichir l’Église. Votre présence «peut aider à transformer les réalités dans lesquelles nous vivons, en les rendant plus humaines et plus accueillantes. Sans vulnérabilité, sans limites, sans obstacles à surmonter, il n’y aurait pas de véritable humanité».[2] Et c’est pourquoi je me réjouis que le parcours synodal s’avère être une occasion propice pour entendre enfin aussi votre voix, et que l’écho de cette participation soit arrivé dans le document préparatoire de la phase continentale du Synode. On y affirme: «De nombreuses synthèses soulignent le manque de structures et de moyens appropriés pour accompagner les personnes en situation de handicap et en appellent à de nouvelles façons d’accueillir leur contribution et de promouvoir leur participation : en dépit de ses propres enseignements, l’Église risque d’imiter la façon dont la société les rejette. Les formes de discrimination énumérées – le manque d’écoute, la violation du droit de choisir où et avec qui vivre, le refus des Sacrements, l’accusation de sorcellerie, la maltraitance – et d’autres encore décrivent la culture du rejet envers les personnes handicapées. Elles ne sont pas le fruit du hasard, mais ont en commun la même racine : l’idée que la vie des personnes handicapées a moins de valeur que les autres».[3]

Par-dessus tout, le Synode, avec son invitation à marcher ensemble et à s’écouter mutuellement, nous aide à comprendre comment dans l’Église, également en ce qui concerne le handicap, il n’y a pas un nous et un eux, mais un seul nous, avec Jésus-Christ au centre, où chacun apporte ses dons et ses limites. Cette conscience, fondée sur le fait que nous faisons tous partie de la même humanité vulnérable assumée et sanctifiée par le Christ, élimine toute distinction arbitraire et ouvre les portes à la participation de chaque baptisé à la vie de l’Église. Mais, plus encore, là où le Synode a été véritablement inclusif, il a permis de dissiper des préjugés enracinés. En effet, ce sont la rencontre et la fraternité qui font tomber les murs de l’incompréhension et qui aident à vaincre les discriminations. C’est pourquoi je souhaite que chaque communauté chrétienne s’ouvre à la présence de sœurs et de frères en situation de handicap, en veillant toujours à les accueillir et à les inclure pleinement.

On découvre qu’il s’agit d’un état qui nous concerne, et non pas eux, lorsque le handicap, qu’il soit temporaire ou dû au processus naturel du vieillissement, nous atteint nous-mêmes ou atteint l’un de nos proches. Dans cette situation, nous commençons à regarder la réalité d’un œil nouveau, et nous nous rendons compte de la nécessité d’abattre des barrières qui semblaient auparavant insignifiantes. Tout cela n’entame cependant pas la certitude que toute condition de handicap – temporaire, acquise ou permanente – n’altère en rien notre nature d’enfants du Père unique et n’altère pas notre dignité. Le Seigneur nous aime tous avec le même amour tendre, paternel et inconditionnel.

Chers frères et sœurs, je vous remercie pour les initiatives avec lesquelles vous animez cette Journée Internationale des Personnes Handicapées. Je les accompagne par la prière. De tout cœur, je vous bénis tous, et je vous demande, s’il vous plaît, de prier pour moi.

Rome, Saint Jean de Latran, 3 décembre 2022

FRANCOIS

__________________

[1] Cf. Message à l’occasion de la Journée Internationale des Personnes Handicapées, 25 novembre 2021.

[2] L’Église est notre maison. Synthèse de la consultation synodale spéciale de personnes handicapées, édité par le Dicastère pour les Laïcs, la Famille et la Vie, n. 2 : cf. site du Dicastère LFV.

[3] Document de travail pour la phase continentale du Synode sur la synodalité, n. 36

[01889-FR.01] [Texte original: Italien]

Traduzione in lingua inglese

Dear brothers and sisters!

All of us, as the Apostle Paul would say, hold the treasure of life in earthen vessels (cf. 2 Cor 4:7). The International Day of Persons with Disabilities invites us to recognize that our frailty in no way obscures “the light of the Gospel of the glory of Christ”, but instead reveals that “its extraordinary power belongs to God and does not come from us” (2 Cor 4:4,7). Everyone, apart from any merit or distinction, has received the Gospel in its entirety and, with this, the joyful task of proclaiming it. “All of us are called to offer others an explicit witness to the saving love of the Lord, who despite our imperfections offers us his closeness, his word and his strength, and gives meaning to our lives” (Evangelii Gaudium, 121). Sharing the Gospel, in fact, is not a duty entrusted only to some, but an absolute necessity for all those who have encountered Jesus and enjoyed his friendship.[1]

Trust in the Lord, the experience of his tender love and the comfort of his companionship, are not the privilege of a few, or the prerogative only of those who have received a lengthy and thorough formation. Rather, his mercy makes itself known in a particular way to those who, instead of trusting in themselves, feel called to abandon themselves to the Lord and to empathize with their brothers and sisters. This brings with it a wisdom that gradually increases our awareness of our limits and allows us to appreciate all the more God’s loving decision to help us in our weakness. An awareness that frees us from sorrow and lament – even for good reason – and opens our hearts to praise. The joy that radiates from those who encounter Jesus and entrust their lives to him is no illusion or the fruit of naiveté; it is the power of his resurrection penetrating lives marked by fragility.

Truly, we can speak of a magisterium of fragility that, if heeded, would make our society more humane and fraternal, enabling all of us to understand that happiness is bread that is not eaten alone. How much would a better awareness of our need for one another help us to have less hostile relationships with those around us! And how much would the realization that entire peoples cannot save themselves prompt us to seek solutions to the senseless conflicts we are experiencing!

On this Day, we want to be mindful of the sufferings of all those women and men with disabilities who live in the midst of war, or have been themselves disabled as a result of warfare. How many people – in Ukraine and in other theatres of war – remain imprisoned by ongoing conflicts, without the possibility of escape? They need to be given special attention and their access to humanitarian aid facilitated in every possible way.

This magisterium of fragility is a charism by which you – dear sisters and brothers with disabilities – can enrich the Church. Your presence “may help transform the actual situations in which we live, making them more human and more welcoming. Without vulnerability, without limits, without obstacles to overcome, there would be no true humanity”.[2] For this reason, I am pleased that the synodal journey is proving a favourable occasion to listen at last to your voices, and that an echo of your participation can be found in the preparatory document for the continental stage of the Synod. There we read that: “Numerous reports point to the lack of appropriate structures and ways of accompanying persons with disabilities, and call for new ways of welcoming their contribution and promoting their participation: in spite of its own teachings, the Church is in danger of imitating the way society casts them aside. The forms of discrimination listed – the lack of listening, the violation of the right to choose where and with whom to live, the denial of the sacraments, the accusation of witchcraft, abuse – and others, describe the culture of rejection towards persons with disabilities. They do not arise by chance, but have in common the same root: the idea that the lives of persons with disabilities are worth less than others”.[3]

The Synod, above all by its invitation to journey together and to listen to one another, can help us understand how in the Church – also with regard to the disabled – there can be no us and them, but a single us, with Jesus Christ at the centre, where each person brings his or her own gifts and limitations. This awareness, founded on the fact that we are all part of the same vulnerable humanity assumed and sanctified by Christ, eliminates arbitrary distinctions and opens the door to the participation of each baptized member in the life of the Church. What is more, in those places where the Synod has been truly inclusive, it has permitted us to dispel deep-rooted prejudices. Encounter and fraternity break down the walls of misunderstanding and overcome discrimination; this is why I trust that every Christian community will be open to the presence of our brothers and sisters with disabilities, and ensure that they are always welcomed and fully included.

We come to realize that we exist as an us and not a them whenever disability, whether temporary or due to natural aging, affects ourselves or someone for whom we care. Then we begin to look at reality with new eyes and we see the need to break down even those barriers that at first seemed insignificant. Nothing, however, can detract from our certainty that no disability – temporary, acquired or permanent – can change the fact that we are all children of the one Father and enjoy the same dignity. The Lord loves us all with the same tender, fatherly and unconditional love.

Dear brothers and sisters, I thank you for the initiatives taking place on this International Day of Persons with Disabilities, and I accompany them with my prayers. I bless you all from my heart and ask you, please, to pray for me.

Rome, Saint John Lateran, 3 December 2022

FRANCIS

____________________

[1] Cf. Message for the International Day of Persons with Disabilities, 20 November 2021.

[2] The Church is our Home. Summary Document of the special Synod consultation of persons with disabilities, by the Dicastery for Laity, Family and Life, No. 2, found on the Dicastery website.

[3] Working Document for the Continental Stage of the Synod on Synodality. 36.

[01889-EN.01] [Original text: Italian]

Traduzione in lingua tedesca

Liebe Brüder und Schwestern!

Wir alle tragen, so würde der Apostel Paulus sagen, den Schatz des Lebens in zerbrechlichen Gefäßen (vgl. 2Kor4,7) und der Internationale Tag der Menschen mit Behinderung lädt uns ein, zu begreifen, dass unsere Gebrechlichkeit in keiner Weise »den Glanz des Evangeliums von der Herrlichkeit Christi« trübt, sondern offenbart, »dass das Übermaß der Kraft von Gott und nicht von uns kommt« (2Kor4,4.7). Denn einem jeden ist, ohne Verdienst und ohne Unterschied, das ganze Evangelium geschenkt und damit auch die freudige Aufgabe, es zu verkünden. »Wir sind alle gerufen, den anderen ein klares Zeugnis der heilbringenden Liebe des Herrn zu geben, der uns jenseits unserer Unvollkommenheiten seine Nähe, sein Wort und seine Kraft schenkt und unserem Leben Sinn verleiht.« (Apostolisches SchreibenEvangelii gaudium, 121). Das Evangelium zu verkünden ist nämlich keine Aufgabe, die nur einigen vorbehalten ist, sondern es wird für alle, die die Begegnung und die Freundschaft mit Jesus erlebt haben, zu einer unumgänglichen Notwendigkeit.[1]

Das Vertrauen in den Herrn, die Erfahrung seiner Zärtlichkeit und der Trost seiner Gemeinschaft mit uns sind keine Privilegien, die nur wenigen vorbehalten sind, und auch kein Vorrecht derer, die eine sorgfältige und lange Ausbildung erhalten haben. Seine Barmherzigkeit lässt sich im Gegenteil auf ganz besondere Weise von denen erkennen und erfahren, die nicht auf sich selbst vertrauen, sondern die Notwendigkeit verspüren, sich dem Herrn anheimzugeben und mit ihren Geschwistern zu teilen. Es handelt sich um eine Weisheit, die in dem Maße wächst, in dem das Bewusstsein der eigenen Begrenztheit zunimmt, und die uns die liebevolle Entscheidung des Allmächtigen, sich über unsere Schwäche zu beugen,noch mehr schätzen lässt. Es ist ein Bewusstsein, das einen von der Traurigkeit des Klagens – auch wenn es noch so begründet ist – befreit und es dem Herzen erlaubt, sich für den Lobpreis zu öffnen. Die Freude, die das Gesicht derer erfüllt, die Jesus begegnen und ihm ihre Existenz anvertrauen, ist keine Illusion oder die Frucht von Naivität, sie ist das Hereinbrechen der Kraft seiner Auferstehung in ein von Zerbrechlichkeit gezeichnetes Leben.

Es handelt sich dabei um ein wahresLehramt der Zerbrechlichkeit, das, wenn es beachtet würde, unsere Gesellschaften menschlicher und geschwisterlicher machen würde und jeden von uns begreifen lassen könnte, dass das Glück ein Brot ist, das man nicht alleine isst. Wie sehr würde uns die Erkenntnis, dass wir einander brauchen, dabei helfen, weniger feindselige Beziehungen zu jenen zu haben, die uns umgeben! Und wie sehr würde die Erkenntnis, dass sich auch Völker nicht alleine retten können, dazu drängen, nach Lösungen für die sinnlosen Konflikte zu suchen, die wir gerade erleben!

Heute wollen wir an das Leid aller Frauen und aller Männer mit Behinderung erinnern, die in Kriegssituationen leben oder die aufgrund der Kämpfe eine Behinderung haben. Wie viele Menschen – in der Ukraine und an anderen Kriegsschauplätzen – sind an den Orten, an denen gekämpft wird, eingesperrt und haben nicht einmal die Möglichkeit zu fliehen? Wir müssen ihnen besondere Aufmerksamkeit schenken und ihnen den Zugang zu humanitärer Hilfe in jeder Hinsicht erleichtern.

DasLehramt der Zerbrechlichkeitist ein Charisma, mit dem ihr – Schwestern und Brüder mit Behinderung – die Kirche bereichern könnt. Eure Anwesenheit »kann dazu beitragen, die Wirklichkeit, in der wir leben, zu verändern und sie menschlicher und einladender zu machen. Ohne Verletzlichkeit, ohne Grenzen, ohne Hindernisse, die es zu überwinden gilt, gäbe es keine wahre Menschlichkeit«.[2]Und deshalb freue ich mich, dass sich der synodale Weg als günstige Gelegenheit erweist, endlich auch eure Stimme zu hören, und dass das Echo dieser Beteiligung in das Vorbereitungsdokument für die kontinentale Phase der Synode eingeflossen ist. Darin heißt es: »Zahlreiche Berichte weisen auf fehlende geeignete Strukturen und Möglichkeiten zur Begleitung von Menschen mit Behinderung hin und sprechen neue Wege an, um deren Beitrag willkommen zu heißen und ihre Teilhabe zu fördern: Ihren eigenen Lehren zum Trotz läuft die Kirche Gefahr, es der Gesellschaft nachzutun und sie außen vor zu lassen. Die aufgeführten Formen von Diskriminierung – mangelhaftes Zuhören, die Verletzung des Rechts sich auszusuchen, wo und bei wem man lebt, das Vorenthalten der Sakramente, der Vorwurf der Hexerei, Missbrauchsfälle – und anderes beschreiben die Kultur der Ausgrenzung von Menschen mit Behinderung. Sie entstehen nicht zufällig, sondern entspringen derselben Wurzel: der Vorstellung, dass das Leben von Menschen mit Behinderung weniger wert sei als das anderer.«[3]

Vor allem aber hilft uns die Synode mit ihrer Einladung, miteinander unterwegs zu sein und einander zuzuhören, zu begreifen, dass es in der Kirche – auch im Hinblick auf Behinderung – keinwirunddiesegibt, sondern nur ein einzigeswir, mit Jesus Christus in der Mitte, in das jeder seine eigenen Gaben und Begrenzungen einbringt. Dieses Bewusstsein beruht auf der Tatsache, dass wir alle Teil derselben verletzlichen Menschheit sind, die von Christus angenommen und geheiligt worden ist, es beseitigt jede willkürliche Unterscheidung und öffnet die Tür zur Teilnahme eines jeden Getauften am Leben der Kirche. Vor allem dort, wo die Synode wirklich inklusiv gewesen ist, hat sie es ermöglicht, tief verwurzelte Vorurteile zu beseitigen. Es sind nämlich die Begegnung und die Geschwisterlichkeit, die die Mauern des Unverständnisses niederreißen und die Diskriminierung besiegen. Deshalb wünsche ich mir, dass sich jede christliche Gemeinschaft für die Anwesenheit von Schwestern und Brüdern mit Behinderung öffnet und ihnen stets Aufnahme und vollständige Inklusion garantiert.

Dass es sich um einen Zustand handelt, derunsund nichtdieseangeht, wird uns bewusst, wenn eine Behinderung uns selbst oder eine uns nahestehende Person betrifft, entweder vorübergehend oder aufgrund des natürlichen Alterungsprozesses. In dieser Situation beginnen wir, die Wirklichkeit mit neuen Augen zu sehen und wir erkennen, dass wir auch jene Barrieren niederreißen müssen, die uns vorher als unbedeutend erschienen. All dies untergräbt jedoch nicht die Gewissheit, dass jeder Zustand von vorübergehender, erworbener oder dauerhafter Behinderung in keiner Weise unsere Natur als Kinder des einen Vaters verändert und unsere Würde beeinträchtigt. Der Herr liebt uns alle mit der gleichen zärtlichen, väterlichen und bedingungslosen Liebe.

Liebe Brüder und Schwestern, ich danke euch für die Initiativen, mit denen ihr diesen Internationalen Tag für Menschen mit Behinderung gestaltet. Ich begleite sie mit dem Gebet. Von Herzen segne ich euch alle und bitte euch, für mich zu beten.

Rom, Sankt Johannes im Lateran, am 3. Dezember 2022

FRANZISKUS

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[1]Vgl.Botschaft zum Internationalen Tag der Menschen mit Behinderung, 20. November 2021.

[2]La Chiesa è la nostra casa.Zusammenfassung der Sonderkonsultationen der Synode von Menschen mit Behinderungen, herausgegeben vom Dikasterium für Laien, Familie und Leben, Nr. 2: vgl. Website des Dikasteriums.

[3]„Mach den Raum deines Zeltes weit” (Jes 54,2). Arbeitsdokument für die kontinentale Etappe der Synode über Synodalität, 36.

[01889-DE.01] [Originalsprache: Italienisch]

Traduzione in lingua spagnola

Queridos hermanos y hermanas:

Todos nosotros, como diría el apóstol Pablo, llevamos el tesoro de la vida en vasijas de barro (cf.2 Co4,7), y el Día Internacional de las Personas con Discapacidad nos invita a comprender que nuestra fragilidad no ofusca de ningún modo el resplandor del «Evangelio de la gloria de Cristo», más bien revela «que este poder extraordinario no procede de nosotros, sino de Dios» (2 Co4,4.7). A cada uno, sin méritos ni distinciones, se nos ha dado el evangelio íntegro y, con él, la gozosa misión de anunciarlo. «Todos somos llamados a ofrecer a los demás el testimonio explícito del amor salvífico del Señor, que más allá de nuestras imperfecciones nos ofrece su cercanía, su Palabra, su fuerza, y le da un sentido a nuestra vida» (Exhort. ap.Evangelii gaudium, 121). Por eso, comunicar el evangelio no es una tarea reservada sólo a algunos, sino que es una necesidad imprescindible de cualquier persona que haya experimentado el encuentro y la amistad con Jesús.[1]

La confianza en el Señor, la experiencia de su ternura, el consuelo de su compañía no son privilegios reservados a unos pocos, ni prerrogativas de quienes han recibido una formación cuidadosa y prolongada. Por el contrario, su misericordia se deja conocer y encontrar de manera muy particular a quienes no se fían de sí mismos y sienten la necesidad de abandonarse en el Señor y de compartir con los hermanos. Se trata de una sabiduría que crece a medida que aumenta la conciencia del propio límite, y que permite valorar aún más la decisión de amor del Omnipotente de abajarse hacia nuestra debilidad. Es una conciencia que nos libera de la tristeza de la queja —incluso cuando hay motivos— y permite al corazón abrirse a la alabanza. La alegría que llena el rostro de los que encuentran a Jesús y le confían la propia existencia no es una ilusión o fruto de la ingenuidad, sino la irrupción de la fuerza de su Resurrección en una vida marcada por la fragilidad.

Se trata de un auténticomagisterio de la fragilidadque, si fuera escuchado, haría nuestras sociedades más humanas y fraternas, induciendo a cada uno de nosotros a comprender que la felicidad es un pan que no se come a solas. ¡Cuánto nos ayudaría la conciencia de necesitarnos los unos a los otros para tener relaciones menos hostiles con quienes están a nuestro lado! Y la constatación de que tampoco los pueblos se salvan solos, ¡cuánto nos impulsaría a buscar soluciones para los conflictos insensatos que estamos viviendo!

Hoy queremos recordar el sufrimiento de todas las mujeres y de todos los hombres con discapacidad que viven en situaciones de guerra, o de aquellos que están sobrellevando una discapacidad a causa de los enfrentamientos. ¿Cuántas personas —en Ucrania y en los otros escenarios de guerra— permanecen confinadas en los lugares donde se combate y ni siquiera tienen la posibilidad de huir? Es necesario brindarles una atención especial y facilitarles el acceso a las ayudas humanitarias por todos los medios.

Elmagisterio de la fragilidades un carisma con el que ustedes —hermanas y hermanos con discapacidad— pueden enriquecer a la Iglesia. Vuestra presencia «puede ayudar a transformar las realidades en las que vivimos, haciéndolas más humanas y acogedoras. Sin vulnerabilidad, sin límites, sin obstáculos que superar, no habría verdadera humanidad».[2]Por eso me alegra que el camino sinodal esté siendo una ocasión propicia para que también se escuche finalmente vuestra voz, y que el eco de esa participación haya llegado al documento preparatorio para la etapa continental del Sínodo. En este se afirma: «Numerosas síntesis señalan la falta de estructuras y formas adecuadas para acompañar a las personas con discapacidad y reclaman nuevos modos para acoger sus aportaciones y promover su participación. A pesar de sus propias enseñanzas, la Iglesia corre el peligro de imitar el modo en que la sociedad deja de lado a estas personas. Las formas de discriminación enumeradas —la falta de escucha, la violación del derecho a elegir dónde y con quién vivir, la negación de los sacramentos, la acusación de brujería, los abusos— y otras, describen la cultura del descarte en relación a las personas con discapacidad. No surgen por casualidad, sino que tienen en común la misma raíz: la idea de que la vida de las personas con discapacidad valga menos que la de los demás».[3]

El Sínodo, con su invitación a caminar juntos y a escucharnos mutuamente, nos ayuda sobre todo a comprender cómo en la Iglesia —también en lo que se refiere a la discapacidad— no existe unnosotrosy unellos, sino un úniconosotros, con Jesucristo en el centro, donde cada uno lleva sus propios dones y sus propios límites. Dicha conciencia, fundada en el hecho de que todos somos parte de la misma humanidad vulnerable asumida y santificada por Cristo, elimina cualquier distinción arbitraria y abre las puertas a la participación de cada bautizado en la vida de la Iglesia. Pero, más aún, allí donde el Sínodo ha sido verdaderamente inclusivo, ha permitido derribar prejuicios arraigados. Son, en efecto, el encuentro y la fraternidad los que abaten los muros de la incomprensión y vencen la discriminación; por eso espero que cada comunidad cristiana se abra a la presencia de hermanas y hermanos con discapacidad asegurándoles siempre la acogida y la plena inclusión.

Que se trate de una condición que respecta anosotros, no aellos, se descubre cuando la discapacidad, de manera temporal o por el natural proceso de envejecimiento, nos afecta a nosotros mismos o a alguno de nuestros seres queridos. En esta situación comenzamos a mirar la realidad con ojos nuevos, y nos damos cuenta de la necesidad de derribar también esas barreras que antes parecían insignificantes. Sin embargo, todo esto no daña la certeza de que cualquier condición de discapacidad —temporal, adquirida o permanente— no modifica de ninguna manera nuestra naturaleza de hijos del único Padre ni altera nuestra dignidad. El Señor nos ama a todos con el mismo amor tierno, paternal e incondicional.

Queridos hermanos y hermanas, les agradezco las iniciativas con las que animan este Día Internacional de las Personas con Discapacidad, a quienes acompaño con mi oración. Los bendigo a todos ustedes de corazón y les pido, por favor, que recen por mí.

Roma, San Juan de Letrán, 3 de diciembre de 2022

FRANCISCO

________________

[1]Cf.Mensaje para el Día Internacional de las Personas con Discapacidad, 20 de noviembre de 2021.

[2]La Iglesia es nuestra casa. Documento de síntesis de la consulta sinodal especial a las personas con discapacidad, Dicasterio para los Laicos, la Familia y la Vida, n. 2. Cf. Sitio web del Dicasterio LFV.

[3]Documento de trabajo para la etapa continental del Sínodo sobre la sinodalidad, 36.

[01889-ES.01] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua portoghese

Queridos irmãos e irmãs!

Como diria o apóstolo Paulo, todos nós trazemos o tesouro da vida em vasos de barro (cf.2 Cor4, 7), e o Dia Internacional das Pessoas com Deficiência convida-nos a compreender que a nossa fragilidade não ofusca de modo algum «a luz do Evangelho da glória de Cristo», mas revela que «este extraordinário poder é de Deus e não é nosso» (2 Cor4, 4.7). Pois a cada um, sem olhar a méritos nem fazer distinções, é entregue o Evangelho na sua totalidade e, com ele, a jubilosa tarefa de o anunciar. «Todos somos chamados a dar aos outros o testemunho explícito do amor salvífico do Senhor, que, sem olhar às nossas imperfeições, nos oferece a sua proximidade, a sua Palavra, a sua força, e dá sentido à nossa vida» (Francisco, Exort. ap.Evangelii gaudium, 121). De facto, comunicar o Evangelho não constitui uma tarefa reservada a alguns, mas é uma exigência essencial para todo aquele que tiver experimentado o encontro e a amizade com Jesus.[1]

A confiança no Senhor, a experiência da sua ternura, o conforto da sua companhia não são privilégios reservados a poucos, nem prerrogativas de quem recebeu uma esmerada e longa formação. Pelo contrário, a sua misericórdia deixa-se conhecer e encontrar de modo muito particular por quem não confia em si mesmo e sente necessidade de se abandonar ao Senhor e partilhar com os irmãos. Trata-se de uma sabedoria que cresce à medida que aumenta a consciência dos próprios limites e que nos permite apreciar ainda mais a amorosa decisão do Todo-Poderoso Se inclinar sobre a nossa fraqueza. É uma consciência que liberta do lamento triste – mesmo o mais motivado – e consente ao coração abrir-se ao louvor. A alegria que transparece no rosto de quem encontra Jesus e Lhe confia a própria existência não é uma ilusão nem fruto duma ingenuidade, mas a irrupção da força da sua Ressurreição numa vida marcada pela fragilidade.

Trata-se de um verdadeiromagistério da fragilidadeque, se fosse escutado, tornaria as nossas sociedades mais humanas e fraternas, induzindo cada um de nós a entender que a felicidade é pão que não se come sozinho. Quanto nos ajudaria a ter relações menos hostis com quem vive ao nosso lado a consciência de precisarmos um do outro! E quanto nos impeliria a buscar soluções para os conflitos insensatos, que estamos a viver, a constatação de que nem sequer os povos se salvam sozinhos!

Hoje queremos recordar o sofrimento de todas as mulheres e de todos os homens com deficiência que vivem numa situação de guerra, ou de quantos carregam uma deficiência resultante de combates. Quantas pessoas – na Ucrânia e noutros cenários de guerra – permanecem encarceradas nos locais onde se combate, sem qualquer possibilidade de fugir? É preciso prestar-lhes uma especial atenção e facilitar, de todas as formas possíveis, o seu acesso à ajuda humanitária.

Omagistério da fragilidadeé um carisma com o qual vós, irmãs e irmãos com deficiência, podeis enriquecer a Igreja: a vossa presença «pode ajudar a transformar as realidades em que vivemos, tornando-as mais humanas e acolhedoras. Sem vulnerabilidades, sem limites, sem obstáculos a serem superados, não haveria verdadeira humanidade».[2]Por isso me alegro por o caminho sinodal estar a demonstrar-se ocasião propícia para, finalmente, se ouvir também a vossa voz, tendo o eco desta participação chegado ao documento preparatório para a etapa continental do Sínodo. Nele se afirma: «Numerosas sínteses assinalam a falta de estruturas e modalidades de acompanhamento apropriadas às pessoas com deficiência e apelam a novos modos para acolher o seu contributo e promover a sua participação: a despeito dos seus próprios ensinamentos, a Igreja arrisca imitar o modo como a sociedade as põe de lado. As formas de discriminação enumeradas – a falta de escuta, a violação do direito de escolher onde e com quem viver, a negação dos Sacramentos, a acusação de bruxaria, os abusos – e outras descrevem a cultura do descarte no confronto das pessoas com deficiência. Essas [formas de discriminação] não nascem por acaso, mas têm em comum a mesma raiz: a ideia de que a vida das pessoas com deficiência valha menos que a das outras».[3]

Sobretudo com o seu convite para caminharmos juntos e nos escutarmos reciprocamente, o Sínodo ajuda-nos a compreender como, na Igreja (mesmo no que diz respeito à deficiência), não existe umnóse umeles, mas um úniconóscom Jesus Cristo no centro, onde cada qual carrega os seus próprios dons e limites. Esta consciência, fundada no facto de que todos fazemos parte da mesma humanidade vulnerável, assumida e santificada por Cristo, elimina qualquer distinção arbitrária e abre as portas à participação de cada um dos batizados na vida da Igreja. Mais ainda! Se o Sínodo for verdadeiramente inclusivo, permitirá dissipar os preconceitos mais enraizados. Com efeito, são o encontro e a fraternidade que derrubam os muros de incompreensão e vencem a discriminação; por isso espero que cada comunidade cristã se abra à presença de irmãs e irmãos com deficiência, garantindo-lhes sempre acolhimento e plena inclusão.

Ora, que se trate duma condição que tem a ver com umnós, e não com umeles, descobrimo-lo quando a deficiência, de maneira temporária ou por um processo natural de envelhecimento, se abate sobre nós próprios ou algum dos nossos entes queridos. Nesta situação, começa-se a ver a realidade com novos olhos e apercebemo-nos da necessidade de derrubar mesmo aquelas barreiras que, antes, nos pareciam insignificantes. Entretanto nada disto afeta a certeza de que nenhuma condição de deficiência – temporária, adquirida ou permanente – modifica a nossa natureza de filhos do único Pai, nem altera a nossa dignidade. O Senhor ama-nos a todos com o mesmo amor carinhoso, paterno e incondicional.

Queridos irmãos e irmãs, agradeço-vos as iniciativas com que animais este Dia Internacional em prol das Pessoa com Deficiência. Acompanho-vos com a oração. De coração vos abençoo a todos e peço, por favor, que rezeis por mim.

Roma – São João de Latrão, 3 de dezembro de 2022.

FRANCISCO

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[1]Cf.Francisco,Mensagem por ocasião do Dia Internacional das Pessoas com Deficiência(20 de novembro de 2021).

[2]Dicastério para os Leigos, a Família e a Vida,A Igreja é a nossa casa– Documento resumo da Consulta Sinodal Extraordinária das pessoas com deficiência, n. 2: site web do Dicastério.

[3] Sínodo dos Bispos – Assembleia sobre a Sinodalidade,Documento de Trabalho para a Etapa Continental, 36.

[01889-PO.01] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua polacca

Drodzy bracia i siostry!

Wszyscy, jak powiedziałby apostoł Paweł, nosimy skarb życia w naczyniach glinianych (por. 2 Kor 4, 7), a Międzynarodowy Dzień Osób Niepełnosprawnych zachęca nas do uświadomienia sobie, że nasza ułomność w żaden sposób nie przyćmiewa „blasku Ewangelii chwały Chrystusa”, lecz ujawnia, że „z Boga jest owa przeogromna moc, a nie z nas” (2 Kor 4, 4, 7). Każdemu bowiem, bez zasług i bez różnicy, dana jest cała Ewangelia, a wraz z nią radosne zadanie jej głoszenia. „Wszyscy jesteśmy wezwani do ofiarowania innym wyraźnego świadectwa o zbawczej miłości Pana, który niezależnie od naszych niedoskonałości ofiaruje nam swoją bliskość, swoje Słowo, swoją moc, i nadaje sens naszemu życiu” (Adhort. apost. Evangelii gaudium, 121). Głoszenie Ewangelii nie jest bowiem zadaniem zarezerwowanym tylko dla niektórych, ale staje się nieuniknioną koniecznością dla każdego, kto doświadczył spotkania i przyjaźni z Jezusem[1].

Ufność w Panu, doświadczenie Jego czułości, pociecha z tego że nam towarzyszy, nie są przywilejami zarezerwowanymi dla nielicznych, ani prerogatywami tych, którzy otrzymali staranną i długotrwałą formację. Natomiast Jego miłosierdzie mogą poznać i napotkać w bardzo szczególny sposób ci, którzy nie są zadufani w sobie i którzy odczuwają potrzebę powierzenia się Panu oraz dzielenia się z braćmi. Jest to mądrość, która wzrasta wraz ze świadomością własnych ograniczeń i która pozwala jeszcze bardziej docenić pełen miłości wybór Wszechmogącego, by pochylić się nad naszą kruchością. Jest to świadomość, która uwalnia od smutku narzekania – nawet najbardziej umotywowanego – i pozwala sercu, by otworzyło się na uwielbienie. Radość wypełniająca oblicze tych, którzy spotykają Jezusa i powierzają Jemu swoje istnienie nie jest złudzeniem ani owocem naiwności. Jest to wtargnięcie mocy Jego Zmartwychwstania w życie naznaczone kruchością.

Idzie o prawdziwe i w pełnym tego słowa znaczeniu magisterium kruchości, które, gdyby zostało wysłuchane, uczyniłoby nasze społeczeństwa bardziej ludzkimi i braterskimi, prowadząc każdego z nas do zrozumienia, że szczęście jest chlebem, którego nie można jeść w samotności. Jakże bardzo świadomość, że potrzebujemy siebie nawzajem, pomogłaby nam mieć mniej wrogie relacje z tymi, którzy nas otaczają! I jakże bardzo stwierdzenie, że nawet narody nie mogą ocalić się same, skłoniłoby nas do poszukiwania rozwiązań bezsensownych konfliktów, jakie przeżywamy!

Dziś chcemy przypomnieć cierpienia wszystkich kobiet i mężczyzn niepełnosprawnych, którzy żyją w sytuacji wojny, lub tych, którzy z powodu walk muszą dźwigać ciężar niepełnosprawności. Ileż osób – na Ukrainie i na innych teatrach wojny – pozostaje uwięzionych w miejscach, gdzie toczą się walki, i nie ma nawet szansy na ucieczkę? Należy poświęcić im szczególną uwagę i na wszelkie sposoby ułatwić im dostęp do pomocy humanitarnej.

Magisterium kruchości jest charyzmatem, którym wy – siostry i bracia niepełnosprawni – możecie ubogacić Kościół: wasza obecność „może przyczynić się do przekształcenia realiów, w których żyjemy, czyniąc je bardziej ludzkimi i bardziej gościnnymi. Bez kruchości, bez ograniczeń, bez przeszkód, które trzeba pokonać, nie byłoby prawdziwego człowieczeństwa”[2]. Z tego powodu cieszę się, że proces synodalny okazuje się sprzyjającą okazją, aby wreszcie usłyszeć także wasz głos, i że echo tego uczestnictwa zostało zapisane w dokumencie przygotowawczym do etapu kontynentalnego Synodu. Stwierdza się w nim: „Liczne syntezy podkreślają brak odpowiednich struktur i sposobów towarzyszenia osobom niepełnosprawnym oraz wzywają do nowych sposobów przyjmowania ich wkładu i promowania ich uczestnictwa: pomimo swego nauczania Kościołowi grozi naśladowanie sposobu, w jaki odrzuca je społeczeństwo. Wymienione formy dyskryminacji – brak wysłuchania, naruszenie prawa do wyboru miejsca i osoby, z którą się mieszka, odmowa sakramentów, oskarżenia o czary, nadużycia – i inne, opisują kulturę odrzucenia wobec osób niepełnosprawnych. Nie rodzą się one przypadkowo, ale mają wspólny korzeń: przekonanie, że życie osób niepełnosprawnych jest warte mniej niż innych”[3].

Przede wszystkim Synod, ze swoim zaproszeniem do podążania razem i słuchania siebie nawzajem, pomaga nam zrozumieć, że w Kościele – także w odniesieniu do niepełnosprawności – nie ma nas i ich, ale jedno my, z Jezusem Chrystusem w centrum, gdzie każdy wnosi swoje dary i swoje ograniczenia. Taka świadomość, oparta na fakcie, że wszyscy jesteśmy częścią tego samego wrażliwego człowieczeństwa, przyjętego i uświęconego przez Chrystusa, eliminuje wszelkie arbitralne rozróżnienia i otwiera drzwi do udziału każdego ochrzczonego w życiu Kościoła. Ale co więcej, tam gdzie Synod był prawdziwie integracyjny, pozwolił obalić głęboko zakorzenione uprzedzenia. Rzeczywiście, spotkanie i braterstwo kruszą mury niezrozumienia i pokonują dyskryminację; dlatego mam nadzieję, że każda wspólnota chrześcijańska będzie otwarta na obecność niepełnosprawnych sióstr i braci, zawsze zapewniając im akceptację i pełne włączenie.

O tym, że jest to stan, który dotyczy nas, a nie ich, przekonujemy się wówczas, gdy niepełnosprawność, czy to w sposób okresowy, czy wynikająca z naturalnego procesu starzenia się, dotyczy nas samych lub kogoś z naszych bliskich. W tej sytuacji zaczynamy patrzeć na rzeczywistość nowymi oczami i uświadamiamy sobie konieczność przełamywania także tych barier, które wcześniej wydawały się nieistotne. Wszystko to jednak nie podważa pewności, że jakikolwiek stan niepełnosprawności – okresowy, nabyty czy trwały – w żaden sposób nie zmienia naszej natury jako dzieci jednego Ojca i nie narusza naszej godności. Pan miłuje nas wszystkich tą samą czułą, ojcowską i bezwarunkową miłością.

Drodzy bracia i siostry, dziękuję wam za inicjatywy, którymi animujecie ten Międzynarodowy Dzień Osób Niepełnosprawnych. Towarzyszę wam modlitwą. Z serca wam wszystkim błogosławię i proszę was, byście się za mnie modlili.

Rzym, u św. Jana na Lateranie, dnia 3 grudnia 2022 r.

FRANCISZEK

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[1] Por. Orędzie na Międzynarodowy Dzień Osób Niepełnosprawnych, 25 listopada 2021 r.

[2] La Chiesa è la nostra casa. Synteza specjalnej konsultacji synodalnej osób niepełnosprawnych, staraniem Dykasterii do spraw Świeckich, Rodziny i Życia n. 2; por. http://www.laityfamilylife.va/content/dam/laityfamilylife/Eventi/LaChiesalanostracasa2022/La%20Chiesa%20%C3%A8%20la%20nostra%20casa.pdf.

[3] Dokument roboczy dla etapu kontynentalnego Synodu o synodalności, 36.

[01889-PL.01] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua araba

رسالة قداسة البابا فرنسيس

في مناسبة اليوم العالميّ لذوي الاحتياجات الخاصّة

3 كانون الأوّل/ديسمبر 2022

أيّها الإخوة والأخوات الأعزّاء،

نحن جميعًا، كما قال الرّسول بولس، نحمل كنز الحياة في آنِيَةٍ مِن خَزَف (راجع 2 قورنتس 4، 7)، ويدعونا اليوم العالميّ لذوي الاحتياجات الخاصّة إلى أن نفهم أنّ هشاشتنا لا تحجب بأيّ شكل من الأشكال "نورَ بِشارةِ مَجْدِ المسيح"، بل تكشف لنا أنّ "تِلكَ القُدرَة الفائِقَة (هي) لِلهِ لا مِن عِندِنا" (2 قورنتس 4، 4. 7). في الواقع، يُعطى كلّ واحد، بدون استحقاق وبدون تميِيز، الإنجيل بأكمله، ومعه المهمّة السّارة لإعلانه. "إنّا جميعًا مدعوّون إلى أن نقدّم للآخرين شهادة لحبّ الله الخلاصيّ، الذي يتجاوز نواقصنا، وهو يقترب منا، ويُعطينا كلمته وقوّته ومعنى حياتنا" (الإرشاد الرسولي، فرح الإنجيل -Evangelii gaudium ، 121). نَقلُ الإنجيل، في الواقع، ليس مهمّة تقتصر على قلّة قليلة من الناس، بل هو ضرورة أساسيّة لأيّ واحد اختبر اللقاء والصّداقة مع يسوع[1].

الثّقة بالرّبّ يسوع، وخبرة حنانه، وتعزيّة رفقته، ليست امتيازات محفوظة لقليل من الناس، ولا امتيازات لمن تلقوا تنشئة دقيقة وطويلة. بل العكس، يقدّم الله رحمته حتّى يعرفها ويلتقي بها بطريقة خاصّة جدًّا الذين لا يثقون بأنفسهم ويشعرون بالحاجة إلى تسليم أنفسهم إلى الرّبّ يسوع، وللمشاركة مع إخوتهم. إنّها حكمة تنمو شيئًا فشيئًا كلّما زاد وعينا لحدودنا، وتسمح لنا بأن نقدّر بشكل أكبر اختيار الله القدّير للحبّ الذي به ينحني على ضعفنا. إنّه وعي يحرّرنا من حزن التشكي – ولو كثرت مبرراته - ويسمح للقلب بالانفتاح على المديح والشّكر. الفرح الذي يملأ وجه الذين يلتقون بيسوع ويوكلون إليه حياتهم ليس وهمًا أو ثمرة سذاجة، بل هو تدفق قوّة قيامته في حياة تتسم بالهشاشة.

إنّها سُلطة تعليميّة، حقيقيّة وخاصّة، سُلطة الضّعف، لو استمع الناس لها، لجعلت مجتمعاتنا أكثر إنسانيّة وأخوّة، ولسارت بكلّ واحدٍ منّا إلى أن يفهم أنّ السّعادة هي خبز لا يمكن أن يأكله أيّ إنسان وحده. كم يساعدنا وعيُنا أنّنا بحاجة بعضنا إلى بعض، لتكون علاقاتنا أقلّ عدائيّة مع من هم حولنا! وكذلك الحقيقة أنّ الشّعوب أيضًا لا تخلُص وحدها، تساعدنا إلى البحث عن حلول للصّراعات العبثيّة التي نعيشها!

اليوم، نريد أن نتذكّر آلام كلّ النّساء والرّجال ذوي الاحتياجات الخاصّة الذين يعيشون في حالة حرب، أو الذين أصبح لديهم احتياجات خاصّة بسبب المعارك. كم من الأشخاص - في أوكرانيا وفي ميادين الحرب الأخرى - ما زالوا مسجونين في الأماكن التي فيها معارك ولا يمكنهم حتّى الهرب! يجب أن نوليهم اهتمامًا خاصًّا، وأن نسهّل وصولهم إلى المساعدات الإنسانيّة بكلّ طريقة ممكنة.

سُلطة الضّعف التي تعلِّم هي موهبة، بها يمكنكم أنتم - أيّها الإخوة والأخوات ذوو الاحتياجات الخاصّة – أن تُغنوا الكنيسة: حضوركم "يمكن أن يساهم في تغيير الواقع الذي نعيشه، ويجعله أكثر إنسانيّة وترحّيبًا. من دون ضعف، ومن دون حدود، ومن دون عقبات يجب تجاوزها، لن تكون هناك إنسانيّة حقيقيّة"[2]. ولهذا أنا سعيد أنّ المسيرة السينوديّة أظهرت أنّها مُناسبة مؤاتية للاستماع أخيرًا إلى صوتكم أيضًا، وأنّ صدى هذه المشاركة وصل إلى وثيقة السّينودس التّحضيريّة على مستوى القارات. جاء فيها: "تشير التّقارير الكثيرة إلى عدم وجود البُنى والوسائل المناسبة لمرافقة الأشخاص ذوي الاحتياجات الخاصّة، وتطلب إيجاد طرق جديدة للتّرحيب بمساهمتهم وتعزيز مشاركتهم. على الرّغم من نفس تعاليمها، الكنيسة توشك أن تصير مثل المجتمع الذي يضع هؤلاء الأشخاص جانبًا. وتعدِّد الوثيقة أشكال التّمييز: عدم الإصغاء، عدم احترام الحقّ في اختيار المكان الذي يعيشون فيه أو الشّخص الذي يريدون الإقامة معه، الحرمان من الأسرار، الاتهام بالسّحر والاعتداءات، وغيرها. كلّ هذا يصف سياسة التّهميش تجاه الأشخاص ذوي الاحتياجات الخاصّة، وهي ليست وليدة الصّدفة بل تعود إلى المبدأ الأساسيّ نفسه: الاعتقاد بأنّ حياة هؤلاء الأشخاص ذوي الاحتياجات الخاصّة ليست لها القيمة نفسها مثل الآخرين"[3].

السّينودس، الذي يدعونا أوّلًا إلى أن نسير معًا وإلى أن نصغي بعضنا إلى بعض، يساعدنا على أن نفهم أنَّ في الكنيسة - حتّى فيما يتعلّق بالاحتياجات الخاصّة - لا يوجد ”نحن“ و”هم“، بل ”نحن“، جماعةٌ واحدة، مع يسوع المسيح في المركز، حيث يحمل كلّ واحدٍ مواهبه الخاصّة ومحدوديّاته الخاصّة. هذا الوعي، القائم على حقيقة أنّنا كلّنا جزء من البشريّة الضّعيفة نفسها التي تبنّاها المسيح وقدَّسها، يُلغي أيّ تمييز عشوائيّ ويفتح الباب لمشاركة كلّ معمَّد في حياة الكنيسة. وأكثر من ذلك، حيث كان السّينودس شاملًا حقًّا، سمح بأن تتلاشى الأحكام المسبقة المتجذّرة. في الواقع، كان اللّقاء والأخوّة هما اللذان كسرا جدران عدم الفهم وتغلّبا على التّمييز. لهذا، أتمنّى أن تنفتح كلّ جماعة مسيحيّة على وجود الإخوة والأخوات ذوي الاحتياجات الخاصّة، مع التّأكيد دائمًا لهم على التّرحيب بهم والاندماج الكامل.

عندما تكون الحالة تعنينا نحن، وليس هم، وهذا يتبيّن عندما تصيبنا الإعاقة، بشكل مؤقت أو بسبب بلوغنا مرحلة الشّيخوخة الطّبيعيّة، إذاك يكون المعوَّق نحن أنفسنا أو أحد أحبائنا. في هذه الحالة، نبدأ بالنظر إلى الواقع بعيون جديدة، وندرك الحاجة إلى كسر الحواجز التي بدت في السّابق غير مهمّة. كل هذا، مع ذلك، لا يلغي اليقين بأنّ أيّة حالة من حالات الاحتياجات الخاصّة - مؤقتة أو مكتسبة أو دائمة - لا تغيّر بأيّ شكل من الأشكال طبيعتنا أنّنا أبناء لأب واحد، ولا تغيّر من كرامتنا. الله يحبّنا جميعًا بنفس الحبّ الحنون، والأبوي غير المشروط.

أيّها الإخوة والأخوات الأعزّاء، أشكركم على المبادرات التي تُحيون بها هذا اليوم العالميّ لذوي الاحتياجات الخاصّة. أرافقكم بصلاتي. وأبارككم جميعًا من قلبي، وأطلب منكم من فضلكم أن تصلّوا من أجلي.

روما، بازيليكا القدّيس يوحنا في اللاتران، يوم 3 كانون الأوّل/ديسمبر 2022

[01889-AR.01] [Testo originale: Italiano]

[B0905-XX.01]

[1] راجع رسالة في مناسبة اليوم العالمي لذوي الاحتياجات الخاصّة، 20 تشرين الثّاني/نوفمبر 2021.

[2] الكنيسة بيتنا. ملخّص الاستشارة السينوديّة الخاصّة لذوي الاحتياجات الخاصّة، برعاية دائرة العلمانيّين والعائلة والحياة، رقم 2: راجع موقع دائرة العلمانيّين والعائلة والحياة.

[3] وثيقة العمل للمرحلة على مستوى القارات في موضوع السينوديّة، 36.